Il ruolo dell’etica della comunicazione di fronte a incendi mondiali e genocidi.
di Fernando Buen Abad
La nostra storia, attraversata dalle lotte di classe, dallo schieramento delle potenze imperiali e dalla voracità del capitale, ha avuto un campo di battaglia decisivo nelle comunicazioni. Lì, nello spazio simbolico in cui si formano le coscienze, si combattono battaglie cruciali che non solo accompagnano la violenza materiale delle guerre e dei genocidi, ma spesso la precedono, la giustificano e la perpetuano.
In tempi di incendi mondiali, quando tutta l’umanità viene trascinata in abisso di distruzione, e in tempi di genocidio, quando interi popoli sono condannati all’annientamento, l’etica della comunicazione diventa una questione vitale: che posto occupa, quali responsabilità ha, quale orizzonte emancipatorio può proporre?
La nostra comunicazione non è mai neutrale. È legata ai rapporti di potere, agli interessi materiali e ai progetti ideologici.
Nel capitalismo, gli apparati comunicativi sono diventati una parte organica della macchina da guerra: producono legittimità per le guerre, producono consenso per i genocidi, resistono al silenzio e esaltano i boia. L’etica della comunicazione, in questo scenario, non può essere un lusso accademico o un esercizio astratto.
Se diventa una necessità per la sopravvivenza collettiva, uno strumento fondamentale per scoprire bugie, smantellare le operazioni simboliche di dominazione e aprire la strada a una prassi comunicativa liberatoria.
1. Comunicazione e violenza strutturale
Ogni incendio mondiale ha un’anticamera semiotica. Nessuna guerra, nessun genocidio, scoppia dal nulla. Le narrazioni vengono preparate, i nemici costruiti, le paure si intrecciano e l’odio viene seminato. Prima dell’artiglieria, arriva l’artiglieria dei media. Prima del genocidio fisico, arriva il genocidio simbolico: la disumanizzazione dell’altro, la sua riduzione a una caricatura, una minaccia astratta, un oggetto che merita di essere eliminato.
La nostra etica della comunicazione, in questo senso, dovrebbe agire come un principio di resistenza: per evitare che il discorso d’odio venga normalizzato, che i meccanismi di esclusione vengano presentati come “buon senso”, che lo sterminio possa essere narrato come “autodifesa”.
Ma il problema centrale è che i grandi apparati mediatici sono di proprietà degli stessi capitali che guidano le guerre. La comunicazione dominante non è un contrappeso alla violenza, ma il suo complice strutturale. Basta osservare le due guerre mondiali del ventesimo secolo per capirlo.
Durante la Prima Guerra Mondiale, giornali e telegiornali divennero propagandisti di sacrifici patriottici, nascondendo gli interessi coloniali e finanziari dietro il conflitto. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la macchina di propaganda nazista riuscì a costruire un immaginario antisemita che rese possibile l’Olocausto, mentre nei paesi alleati i media esaltavano la “difesa” della civiltà nascondendo anche i suoi crimini coloniali. In entrambi i casi, la comunicazione faceva parte del dispositivo genocida.
L’etica della comunicazione, se fosse stata forte all’epoca, avrebbe dovuto opporsi radicalmente alla manipolazione, rifiutarsi di essere uno strumento di propaganda di guerra, difendere la dignità di ogni vita umana di fronte alle operazioni di disumanizzazione. Non era così. E quella sconfitta etica permise la barbarie.
2. Genocidi mediatici: la parola come arma
Un genocidio non è solo l’annientamento fisico di un popolo. È anche la distruzione della loro memoria, della loro lingua, dei loro simboli. I genocidi coloniali contro i popoli nativi d’America, Africa o Asia furono accompagnati da operazioni di comunicazione che deridevano le loro culture, che li rappresentavano come “selvaggi” o “primitivi”, legittimando così il loro sterminio in nome della “civiltà”. E il genocidio simbolico precede e accompagna il genocidio materiale. L’etica della comunicazione deve quindi mettere al centro il diritto dei popoli di narrare se stessi, di difendere la propria memoria, di esistere nello spazio simbolico con dignità. Non si tratta solo di denunciare i proiettili, ma anche di smantellare i discorsi che li giustificano.
In Ruanda, nel 1994, la radio fu utilizzata come strumento diretto di genocidio. La “Radio delle Mille Colline” incitò all’omicidio dei Tutsi, li chiamò “scarafaggi”, organizzò liste di nemici. Lì è stato mostrato con brutale chiarezza come la comunicazione possa diventare un’arma genocida.
Di fronte a ciò, l’etica della comunicazione non può limitarsi a enunciare principi astratti di “oggettività” o “pluralismo”. Deve posizionarsi politicamente in difesa della vita, deve affrontare attivamente qualsiasi discorso che inciti allo sterminio.
3. Conflagrazioni globali contemporanee
Oggi, nel XXI secolo, l’umanità sta vivendo nuove conflagrazioni globali, sebbene in modi diversi da quelle del passato. La guerra cognitiva, la guerra mediatica e la guerra economica sono combinate con i conflitti armati aperti. Ucraina, Palestina, Yemen, Sudan, Siria: territori dove potenze imperiali conducono guerre direttamente o per procura, mentre i loro media fabbricano relazioni che giustificano la violenza. La nostra etica della comunicazione, in questo scenario, affronta una prova cruciale: denunciare la manipolazione mediatica che trasforma le vittime in colpevoli e gli aggressori in difensori della libertà.
En Palestina, por ejemplo, los grandes medios occidentales hablan de “enfrentamientos” cuando Israel bombardea masivamente a la población civil, y repiten la palabra “terrorismo” cada vez que los palestinos ejercen resistencia. Esa inversión semiótica es parte del genocidio: borrar la condición de pueblo oprimido y presentar al ocupante como víctima.
Nuestra ética de la comunicación no puede tolerar esa falsificación. Tiene el deber de nombrar la realidad con rigor, de llamar genocidio al genocidio, ocupación a la ocupación, imperialismo al imperialismo. La neutralidad, en estos casos, es complicidad. La ética auténtica exige tomar partido: el de la verdad, el de las víctimas, el de los pueblos que luchan por su liberación.
4. Semiótica del silencio
Una de las formas más perversas de la comunicación ante los genocidios es el silencio. No sólo la mentira mata; también mata la omisión. Cada vez que un medio oculta una masacre, cada vez que reduce un genocidio a una nota marginal, cada vez que decide no cubrir una resistencia, está colaborando con la barbarie. El silencio mediático es cómplice del crimen.
Y la ética de la comunicación, en consecuencia, debe entenderse también como ética de la palabra justa, del testimonio, de la denuncia. Allí donde la violencia intenta borrar, la comunicación ética debe inscribir memoria. Allí donde los poderosos quieren llamar, la comunicación ética debe amplificar las voces de los oprimidos.
El desafío es inmenso, porque el mercado mediático está estructurado para privilegiar la espectacularización de la violencia, no su denuncia profunda. Se transmiten imágenes de bombardeos como si fueran películas de acción, se convierten los genocidios en “contenidos” para la industria informativa.
La ética de la comunicación debe rebelarse contra esa lógicamercantil: no se trata de vender la guerra como espectáculo, sino de impedir que siga reproduciéndose.
5. Ética de la comunicación y lucha de clases.
Nuestra ética no es una abstracción flotante. Está anclada en las condiciones materiales de producción y circulación de los signos. En sociedades de clase, la comunicación también está atravesada por esa contradicción. La ética de la comunicación que nos interesa no es la que sirve al capital, sino la que sirve a los pueblos. En tiempos de conflagraciones y genocidios, esto significa que la ética de la comunicación debe ponerse del lado de la vida contra el capital, del lado de los pueblos contra el imperialismo. Significa que no basta con exigir “veracidad” o “objetividad”: hay que construir sistemas comunicacionales emancipados, independientes de los monopolios mediáticos, capaces de narrar desde la perspectiva de los oprimidos.
Esto implica también una crítica radical a la idea liberal de “libertad de expresión”entendida como libertad del capital para decir lo que quiera. La verdadera libertad de comunicación sólo existe cuando los pueblos tienen acceso pleno a los medios, cuando pueden producir sus propios discursos, cuando no son silenciados por la censura de mercado.
6. Filosofía de la Semiosis y ética de la comunicación
Nuestra Filosofía de la Semiosis nos brinda herramientas para profundizar esta reflexión. Cada signo participa de una lucha de sentidos. No hay palabra inocente. No hay imagen neutral. Todo mensaje comunica desde un lugar en la lucha de clases.
La ética de la comunicación, entendida desde la Filosofía de la Semiosis, consiste en asumir la responsabilidad de los signos: no permitir que sean utilizados para deshumanizar, para justificar masacres, para legitimar genocidios. Consiste en producir signos que sirvan a la vida, que refuercen la memoria de los pueblos, que acompañen las luchas emancipadoras.
Esto no es fácil ni inmediato. Requiere organización, formación crítica, construcción de aparatos comunicacionales propios. Requiere también valentía, porque enfrentar los discursos dominantes en tiempos deguerra es arriesgar la propia vida. Pero no hay ética posible si no se asume ese riesgo.
7. L’orizzonte di un nuovo umanesimo
La nostra etica della comunicazione, in tempi di incendi mondiali e genocidi, non può accontentarsi di denunciare. Deve chiedergli di sposarlo. Deve indicare un orizzonte di nuovo umanesimo, dove la comunicazione è uno strumento di fraternità, solidarietà e costruzione della pace con giustizia.
Quell’orizzonte può essere costruito solo al di fuori del capitalismo, perché il capitale ha bisogno della guerra e del genocidio. La vera pace non è compatibile con l’imperialismo.
L’etica della comunicazione, quindi, deve essere inscritta in un progetto storico più ampio: quella dell’emancipazione socialista, quella di una società in cui la vita vale più del profitto, dove la comunicazione è un diritto e non un’impresa. In questo orizzonte, la comunicazione passa dall’essere uno strumento di propaganda a diventare uno spazio per un dialogo autentico; cessare di essere una merce per diventare un bene comune; cesserà di essere complice di genocidi per diventare una memoria vivente dei popoli.
Il posto dell’etica della comunicazione di fronte a incendi mondiali e genocidi è, in breve, un luogo di combattimento. Non si tratta di contemplare dall’esterno, ma di intervenire dall’interno. L’etica della comunicazione non è neutralità, è impegno. Non è silenzio, è denuncia. Non è obbedienza, è ribellione.
Di fronte a ogni genocidio, l’etica della comunicazione deve gridare che non accettiamo lo sterminio. Di fronte a ogni guerra, deve denunciare coloro che la organizzano e la legittimano. Di fronte a ogni manipolazione mediatica, deve smascherare il feticcio e mostrare la verità.
L’umanità ha bisogno di una comunicazione che sia all’altezza della sua dignità. E ciò significa, in tempi di barbarie, costruire un’etica comunicativa rivoluzionaria, capace di affrontare l’apparato della guerra simbolica del capitale, e capace di aprire strade verso un nuovo ordine di giustizia, uguaglianza e vera pace.
La comunicazione, nella sua dimensione etica, non è un accessorio o un ornamento. Sta affrontando la battaglia. E su questo fronte, ogni parola, ogni immagine, ogni segno, può essere un’arma di oppressione o un’arma di liberazione. Spetta a noi scegliere e agire.
La guerra borghese assassina. Non è una tragedia naturale né un inevitabile incidente storico: è una politica deliberata iscrissa in un ordine sociale che vive di accumulo tramite espropriazione, competizione interimperiale e riproduzione del capitale attraverso la violenza organizzata.
Qualsiasi etica che si limiti a lamentarsi delle “perdite umane” senza nominare cause, i responsabili e quelle strutture stanno partecipando all’anestesia morale che permette ai massacri di continuare.
Ecco perché il primo requisito etico è un gesto cognitivo e politico: nominare con precisione. Chiamare la guerra “guerra”, il genocidio “genocidio”, l’occupazione “occupazione”; Identificare attori statali, aziendali e mediatici che pianificano, forniscono supporto finanziario e giustificano la violenza.
Non c’è neutralità quando le parole possono salvare o condannare delle vite.
Fondamento morale: l’inviolabilità della vita e la responsabilità strutturale
Questa etica di cui abbiamo urgentemente bisogno si basa su un presupposto semplice e non negoziabile: la vita umana ha una dignità irriducibile che ne impedisce la strumentalizzazione per multe di profitto o potere. Su questa base, la guerra borghese è moralmente indifendibile perché trasforma gli esseri umani in risorse—territori da sfruttare, lavoro da disciplinare, popolazioni da controllare—e perché trasforma la morte in un mezzo per la riconfigurazione del potere e dell’accumulo.
Ma la sola condanna morale non basta; Richiede una teoria della responsabilità che raggiunga gli attori strutturali: stati, alleanze militari, compagnie di armi, istituzioni finanziarie, media oligopolistici e le élite che traggono profitto dal mercato bellico.
La responsabilità etica deve essere ampia e complessa: individuale (comandanti, funzionari, dirigenti, giornalisti che falsificano), collettiva (partiti, governi, aziende) e strutturale (il sistema economico che incoraggia e remunera la violenza).
Critica politica: la guerra borghese come forma di riproduzione del capitale
Da una prospettiva materialista: le guerre contemporanee non sono aberrazioni del sistema capitalista; Sono operazioni funzionali per essa. Generano mercati — armi, ricostruzione, contratti di sicurezza — creano territori di estrazione, disciplinano le classi operaie e rafforzano apparati autoritari che proteggono interessi cumulativi.
La “pace” venduta dai potenti è spesso una pace commerciale: garanzie per gli investimenti, sicurezza per le reti logistiche, istituzioni docili.
Un’etica coerente ci obbliga a vedere la guerra come uno strumento di riproduzione capitalista e, quindi, a collocare la resistenza nel terreno della disarticolazione di queste funzioni: tagliare i finanziamenti, esporre contratti, boicottare i legittimi.
Etica della comunicazione: doveri non negoziabili in tempo di guerra
La comunicazione di fronte alla guerra non è una professione tecnica: è una pratica etico-politica. I compiti minimi sono specifici e impegnativi:
- Nomina e contestualizza: evita eufemismi (“operazione”, “confronti”, “vittime collaterali”); spiegare le cause strutturali; Identificare le responsabilità statali e societarie.
- -Verifica rigorosa: dare priorità alle fonti primarie verificabili, alle violazioni dei documenti e alle versioni di contrasto prima di riprodurre le narrazioni ufficiali.
- -Dare priorità alla vita rispetto alla neutralità formale: l’affermazione di un'”obiettività” che equipara boia e vittima è moralmente tossica quando le prove mostrano asimmetrie di potere e crimine. L’etica richiede di posizionarsi dalla parte della vita, non dalla versione dominante.
- -Amplificare le voci delle vittime e della resistenza civile: non riprodurre solo voci ufficiali; Lascia spazio a testimonianze locali e ricercatori indipendenti.
- – Condannare propaganda e disinformazione: smantellare le operazioni di guerra cognitiva (false flag, narrazioni di minaccia, criminalizzazione delle proteste).
- -Proteggere fonti e testimoni: adottare protocolli di sicurezza per evitare ritorsioni (crittografia, anonimato, reti di supporto).
- -Rifiutare la spettacolarizzazione della violenza: non trasformare la sofferenza altrui in merchandising mediatico. Presentare prove quando necessarie per prove e reclami; Evita la pornografia horror.
- Impegno per la memoria e la riparazione: documentare i crimini, preservare le prove e collaborare con i processi di giustizia transitoria. Pratiche comunicative concrete che salvano vite. Non basta enunciare i doveri: è necessario delineare una prassi immediata che possa essere replicata da giornalisti, comunicatori popolari, ONG e movimenti.
- – Creare e mantenere reti di verifica indipendenti (reti di cittadini, alleanze universitarie) che fungano da osservatori: registrano violazioni, geolocalizzano attacchi, mantengono database aperti.
- -Sviluppare protocolli informativi di emergenza: linee guida su come diffondere allerte di protezione civile, vie di evacuazione e punti di soccorso, senza esporre le persone a ritorsioni.
- -Stabilire canali sicuri per vittime e whistleblower (VPN, messaggistica criptata, nodi di ricezione internazionale).
- – Istituire catene di solidarietà mediatica: quando un grande media silenzierà, altre piattaforme (radio comunitarie, blog, reti di attivisti) devono amplificare e tradurre le informazioni per un pubblico globale.
- -Implementare cartografie di impunità: mappe che mostrano collegamenti tra aziende, contratti militari e attori politici; Rendi pubbliche le vie finanziarie.
- – Portare le prove ai tribunali e alle organizzazioni internazionali: foto, video, testimonianze certificate da esperti indipendenti per sostenere cause e sanzioni. Azione politica e sanzioni etiche contro i responsabili
La nostra etica richiede misure coercitive quando la legge è insufficiente. Tra le tattiche etiche e strategiche che società e movimenti possono adottare vi sono:
- Delegittimazione pubblica: boicottaggio economico e politico contro aziende e funzionari coinvolti nella macchina bellica; Campagne per la revoca di licenze, clienti e investimenti.-
- azioni legali e contenziosi strategici: cause civili e penali contro dirigenti, intermediari e appaltatori; l’uso di giurisdizioni che permettono procedimenti penali per crimini di guerra o finanziamento per stupri.
- -Congelamento dei beni e sanzioni mirate: promozione di sanzioni internazionali sui beni di coloro che finanziano e traggono profitto dalla guerra.
- -Disconnessione istituzionale: pressione sulle istituzioni finanziarie e sulle compagnie assicurative affinché rompano i contratti con le compagnie di guerra; Metti in luce la catena di approvvigionamento delle armi.
- -Mobilitazione internazionale dell’opinione pubblica: costruire coalizioni transnazionali che generano costi reputazionali per Stati e aziende.
Moralità della resistenza e limiti della violenza rivoluzionaria
Un’etica impegnata non semplifica la complessità dell’azione: condanna la guerra borghese e, allo stesso tempo, deve discutere la legittimità e i limiti della violenza nella resistenza.
Due principi dovrebbero guidare la riflessione:
– Primazia della difesa della vita: ogni azione deve valutarne le conseguenze sui civili; La protezione degli innocenti non può essere sacrificata con calcoli tattici che riproducono il danno maggiore.
-Proporzionalità e obiettivi chiari: la violenza come tattica deve essere valutata secondo obiettivi politici precisi e la sua capacità di contribuire all’emancipazione collettiva, non come strumento di vendetta o accumulo di potere. Le loro guerre borghesi non si combattono solo con armi: vengono disattivate attraverso strategie politiche, alleanze sociali, sabotaggio economico delle loro basi e la costruzione di un’egemonia morale. L’etica rivoluzionaria, quindi, integra mezzi e multe: metodi che proteggono vite, che delegittimano il nemico, che rafforzano i soggetti sociali capaci di governare democraticamente dopo il conflitto.
Educazione, formazione e artefatti normativi.
Perché un’etica della comunicazione e dell’azione sia sostenibile, è necessaria una formazione strutturale:
-Programmi di formazione etica applicati a giornalisti, comunicatori e attivisti: moduli su verifica, sicurezza digitale, documentazione criminale, diritti umani e quadro giuridico internazionale.
-Curriculum nelle scuole e università che insegna la storia critica delle guerre borghesi e che allena il pensiero strategico.
-Creazione di codici etici vincolanti nei media e nelle organizzazioni che includano sanzioni interne per complicità con la propaganda di guerra.
-Incentivi istituzionali per i media comunitari e cooperativi: fondi pubblici e meccanismi di protezione che rompono la dipendenza finanziaria dei conglomerati.
Giustizia transizionale e riparazione: dall’etica alla legge
La nostra etica impone che l’indignazione si trasformi in processi legali e di riparazione: tribunali ad hoc, commissioni della verità, restituzione delle terre, garanzie di non ripetizione. Le responsabilità devono essere rintracciabili e applicabili. Il diritto internazionale deve ricevere prove e i movimenti devono spingere per l’uso di spazi alternativi (tribunali cittadini, commissioni indipendenti d’inchiesta) dove il sistema legale viene cooptato, per documentare ed esporre l’impunità. La richiesta etica è anche una richiesta di riparazione. Solidarietà internazionale: principio operativo di fronte a guerre smascherate in una geopolitica complessisa, l’etica richiede un internazionalismo attivo: coordinamento tra, pressione simultanea in più capitali, scambio di informazioni legali e movimenti mediatici, supporto logistico a rifugiati e perseguitati politicamente.
La solidarietà non è carità; È uno strumento politico che riduce la capacità del potere di frammentare la resistenza.
Strategie a lungo termine: demilitarizzazione e democrazia materiale
La nostra etica fissa obiettivi strutturali: demilitarizzazione progressiva, controllo civile democratico su bilanci e forze di sicurezza, divieto dell’industria militare privata, riconversione produttiva orientata ai bisogni umani (salute, alloggio, istruzione).
La pace duratura si basa sulla giustizia materiale: distribuzione efficace delle risorse, accesso equo ai servizi, sovranità popolare sulle decisioni strategiche. Qualsiasi etica che non guardi alla trasformazione del modo di produzione rischia di somministrare palliative mentre la macchina da guerra si rigenera. Linguaggio, memoria e la formazione del significato: combattere la semiotica della guerra.
Le loro guerre borghesi sopravvivono anche grazie alla dominazione semiotica: naturalizzazione del nemico, eroismo militare, “intervento umanitario” come eufemismo. L’etica della comunicazione ha il compito di smantellare questi miti attraverso la memoria attiva, l’educazione critica, la creazione di narrazioni che ripristinino la dignità dei popoli sotto attacco e che mostrino i legami tra ricchezza e violenza. Ciò implica produrre dalla cultura – cinema, letteratura, musica, teatro – materiale che renda la barbarie comprensibile e che formi la coscienza collettiva.
Compiti immediati – un piano operativo in dieci punti
Affinché l’etica cessi di essere un discorso, propongo 10 azioni che possono essere svolte in brevi periodi da collettivi, media e organizzazioni:
Creare osservatori cittadini nelle aree di conflitto per documentare i crimini con protocolli di catena di custodia.
Lanciare campagne globali di delegittimazione contro specifiche aziende di armamenti (nomi, prove e richieste pubbliche).
Collaborare con avvocati internazionali per preparare fascicoli contro i decisori politici e aziendali.
Costruire reti di supporto per i rifugiati con percorsi sicuri, documentazione e pressioni per l’asilo.
Organizzare boicottaggi coordinati di prodotti e mercati legati alla guerra.
Istituire radio e piattaforme indipendenti per contrastare la narrazione ufficiale nelle aree interessate.
• Promuovere scioperi politici che interrompano la normale riproduzione del capitale nei settori chiave (porti, trasporti, finanza).
Promuovere una legislazione locale che veti i contratti con aziende coinvolte in violazioni dei diritti umani.
Formare brigate legali e mediche pronte a intervenire e proteggere le comunità sotto attacco.
Diffondere manuali educativi per scuole e sindacati su come documentare e resistere alla propaganda di guerra. La nostra etica di fronte alle guerre borghesi e all’omicidio di innocenti non ammette neutralismi confortevoli o retorica emotiva che non modifichino i rapporti di potere. È un’etica del combattimento: richiede di nominare, esporre, agire e trasformare.
Il suo nucleo è la difesa incondizionata della vita umana e l’irriducibile obbligo di ritenere responsabili i colpevoli – individuali e strutturali – per quanto la legge e la mobilitazione sociale lo permettano. Richiedere istituzioni di memoria e giustizia, reti di comunicazione libere e di supporto, e una politica che trasformi la condanna morale in una capacità materiale per contenere la violenza.
Non esiste un’etica che prosperi nell’astratto: l’etica che salva vite è pratica, organizzata e rigorosa. Le guerre borghesi sono mantenute perché interessi concentrati le riproducono; Saranno disattivati quando quegli interessi perderanno legittimità, mercati e alleanze.
Ecco perché il compito etico è duplice: indebolire materialmente i poteri della guerra e costruire istituzionalmente le condizioni per una pace non mercificata – una pace fondata sulla giustizia sociale, l’uguaglianza e la democrazia. Niente più genocidi.
8/4/2026 https://www.telesurtv.net/blogs/









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