Inside. Dentro la violenza di Israele. Francesca Albanese
di Marco Pondrelli
Il genocidio del popolo palestinese continua a parlare alle nostre coscienze. La finta pace trumpiana non è altro che la prosecuzione, a bassa intensità, delle pratiche genocidiarie. Nel mentre un Parlamento totalmente insensibile ai più elementari principi di umanità è impegnato nella discussione di una futura legge che dovrebbe equiparare la critica allo Stato israeliano all’antisemitismo. Leggere il libro di Francesca Albanese è un modo per tornare a guardare alla realtà.
La figura della Relatrice speciale delle Nazioni Unite è uno dei motivi per cui essere fieri di essere italiani: nonostante i tanti, beceri attacchi subiti, non ha mai fatto mancare la sua voce a sostegno della popolazione civile palestinese. Viviamo un momento in cui molti personaggi pubblici — politici, artisti, intellettuali — hanno paura di esporsi, perché ciò potrebbe costare loro qualche contratto o qualche comparsata (retribuita) televisiva. A questi personaggi si dovrebbe ricordare che a Gaza e in Cisgiordania c’è chi rischia molto di più di qualche prebenda.
Il dramma che si consuma sotto i nostri occhi ci ricorda che, come scrive Avi Shlaim in appendice al libro, “oggi è Israele a essere sul banco degli imputati, non la Relatrice speciale delle Nazioni Unite” [pag. 224]. Come ricorda la stessa Albanese in apertura: “Sono la prima funzionaria delle Nazioni Unite nella storia a subire una simile misura” [pag. 8]. Di fronte a ciò, nessuna carica rappresentativa della nostra Repubblica ha protestato o espresso solidarietà; anzi, politica e stampa hanno unito la loro voce a quella dei persecutori.
Il libro è composto dai sei rapporti che l’Autrice ha presentato alle Nazioni Unite. Questi testi sono stati accompagnati dalla scontata accusa di “antisemitismo” da parte dei soliti noti. In realtà, si basano su fondamenta giuridiche solide e su una ricostruzione dettagliata degli eventi. Il denominatore comune dei rapporti è che alla Relatrice speciale è stato vietato l’accesso ai territori occupati: ciò non dovrebbe essere consentito a Israele, perché un Paese che occupa un territorio non suo ha obblighi che non possono venir meno neppure durante una guerra.
Ciò che deve preoccupare è che le denunce contenute in questo libro non indignino più: “già prima del 7 ottobre 2023 e per decenni, i fatti hanno raccontato di migliaia di piccoli corpi uccisi e di una media di settecento bambini arrestati ogni anno dall’esercito israeliano, molto spesso nel cuore della notte, con l’accusa di aver lanciato pietre ai carri armati” [pag. 20]. Per anni abbiamo dimenticato la questione palestinese, per poi riscoprirla con il 7 ottobre; ma è necessario chiedersi, assieme a Francesca Albanese, quanti “7 ottobre” abbiano vissuto i palestinesi.
Nel ripercorrere la storia dal 1948 a oggi, emerge la pratica coloniale israeliana: “la presenza di «coloni» e di kahanisti nella Knesset (Parlamento) israeliana rende difficile separare il colonialismo d’insediamento dalla politica ufficiale del Paese” [pag. 45]. In questa storia, l’accanimento contro i bambini — l’infanzia negata — rappresenta la pagina più drammatica: “Solo nel 2022 sono stati arrestati circa 7000 palestinesi, tra cui 882 bambini. Al momento della conclusione di questo rapporto, Israele detiene circa 5000 palestinesi (tra cui 155 bambini): 1014 sono detenuti in assenza di accuse o di processo”. Ed è opportuno ricordare che “dal 2008, oltre 1434 bambini palestinesi sono stati uccisi e altri 32.175 sono stati feriti, principalmente dalle forze militari israeliane” [pag. 97]; infine, denuncia l’Autrice, “almeno 1598 bambini palestinesi sono stati sottoposti a maltrattamenti durante l’arresto o la detenzione e casi di tortura sono ampiamente documentati” [pag. 103].
I rapporti sono molto chiari rispetto alle politiche israeliane, alla spregevole gestione del sistema carcerario e ai soprusi che quotidianamente vivono i palestinesi. “L’obiettivo generale è umiliare e degradare i palestinesi nel loro insieme: prigionieri spogliati e torturati sadicamente in massa; corpi di adulti e bambini ammucchiati e in decomposizione per strada; sopravvissuti costretti a mangiare cibo per animali ed erba e a bere acqua di mare o persino liquami; la mutilazione di migliaia di persone, compresi bambini piccoli rimasti senza arti prima ancora di riuscire a gattonare; la distruzione di case e la violazione della vita intima; assoluta indigenza; non avere assolutamente nulla a cui tornare. Anche le fosse comuni, l’esumazione e la ricollocazione dei corpi sono specifici atti di profanazione, che di per sé possono suggerire un intento genocida” [pag. 162]. Di fronte a queste descrizioni verrebbe da commentare: “se questo è un uomo”.
Le denunce di Francesca Albanese non riguardano solo Israele, ma anche gli Stati che ne sostengono la politica e le multinazionali che continuano ad arricchirsi sulla morte dei palestinesi. È importante che, laddove gli Stati nazionali mostrano insensibilità, si attivi la società civile attraverso il boicottaggio. Come scrive in conclusione al rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, “la Relatrice speciale chiama i sindacati, gli avvocati, la società civile e i cittadini comuni a sostenere boicottaggi, disinvestimenti, sanzioni, a richiedere giustizia per la Palestina e presa di responsabilità a livello internazionale e nazionale; insieme, i popoli del mondo possono porre fine a questi crimini indicibili” [pag. 203].
Le grandi manifestazioni a sostegno della Palestina sono state il momento in cui il popolo ha superato governi vili e vigliacchi, mostrando che chi oggi si volta dall’altra parte è complice. Francesca Albanese non è solo una giurista capace, ma anche un esempio per tutti noi.
11/4/2026 https://www.marx21.it/









Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!