LA SALUTE NON E’ UNA DELEGA. PERCHE IL NUOVO DdL DELEGA SANCISCE LA FINE DEL SSN
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Il Disegno di Legge con cui il Governo è delegato a normare entro quest’anno ben 13 materie relative alla sanità, porta un titolo molto ambizioso: “riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e revisione del modello organizzativo”.
In realtà dentro gli articoli della delega c’è dentro un po’ di tutto: dall’aggiornamento della sanità territoriale e degli ospedali, sino alla definizione degli standard per i primariati, dall’introduzione di reti assistenziali tempo-dipendenti e specialistiche sino agli ospedali di comunità. E ancora: buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, assistenza sanitaria per non autosufficienti e per cronici con evoluzione sfavorevole, bioetica, integrazione socio sanitaria, salute mentale (con tragici riferimenti all’autonomia regionale), sistemi informativi, rapporto tra SSN, medici di medicina generale e pediatri. Un bel pastone in cui si trova di tutto, ma in cui non è dato trovare una sola indicazione su come il Governo si dovrà muovere in seguito. Come a dire: tanti saluti ai principi e mano libera per l’esecutivo, con Parlamento e commissioni competenti relegati a ruolo di ornamento inutile. Sullo sfondo rimane anche una grave questione irrisolta, perché la norma non contiene nessuna indicazione su come gli eventuali decreti successivi calerebbero su uno Stato riarticolato e devastato da intese nell’ambito dell’Autonomia Differenziata.
Dal punto di vista delle risorse da dedicare a tale operazione di riordino complessivo, va subito sottolineato che non se ne prevedono di aggiuntive, in omaggio ai soliti refrain liberisti e alla norma aurea del pareggio di bilancio disgraziatamente inserita in Costituzione anche con il beneplacito di esponenti di centro sinistra. Si lavora con quel che c’è, cioè con i famosi fichi secchi, che certo non possono bastare, così come non può bastare la pluricitata (e mai verificata come valida) sforbiciata agli sprechi. ? del tutto evidente che all’interno di questa tendenza al declino del finanziamento per il sistema pubblico, chi se ne avvantaggerà sempre di più sarà il privato.
Significativamente, senza un investimento reale di soldi pubblici freschi e certi non sarà possibile, ad esempio, nessun tipo integrazione reale tra ospedale e territorio.
Basti pensare a come versano, anche in Piemonte nonostante le iterate promesse dell’assessore Riboldi, le Case di Comunità e altri servizi sanitari e sociali senza investimenti in personale ed edilizia sanitaria adeguati. Occorre poi sottolineare che questo Governo, per tentare di tamponare l’assenza di strutture a bacino di utenza ridotto (pensiamo a certe aree interne della nostra Regione), ha in testa di inserire al loro posto le cosiddette farmacie dei servizi, qualcosa che interessa più agli interessi privati di gruppi multinazionali piuttosto che alle persone con bisogni di salute.
Più netta appare la descrizione della revisione ospedaliera, con la messa in campo di ospedali di ‘terzo livello’ e ‘ospedali elettivi’ (prevista da un decreto ministeriale del 2015, che appare ormai assai obsoleto). Se l’esecutivo e Schillaci hanno ancora, con ogni evidenza, in mente un modello basato su criteri inerenti i posti letto per abitanti e le discipline, bisogna sapere che le evoluzioni scientifico-organizzative parlano ormai da tempo di modelli assistenziali multidisciplinari, con gruppi di professionisti con competenze diverse che collaborano in modo coordinato per la cura del singolo paziente; si devono utilizzare tecnologie diagnostiche e terapeutiche sempre meno invasive, in grado di assicurare una riduzione delle degenze ospedaliere in fase acuta.
Ancora: andrebbe incentivato il ricorso al day-hospital, al day service e ai trattamenti specialistici in forma ambulatoriale, in forma decentrata territorialmente e, quando serve, integrata con la parte di servizi sociali. Su questo terreno, più volte richiamato da Ivan Cavicchi laddove egli indica una incapacità a uscire da forme organizzative consolidate, obsolete e inefficaci, il Governo non dà segno di voler procedere verso modelli assistenziali innovativi per la sua (assente) programmazione.
Se restiamo sul versante della riorganizzazione ospedaliera, vediamo poi come l’istituzione di nosocomi di terzo livello pone problemi seri. Questa dovrebbe includere anche strutture private, fondazioni ed enti ecclesiastici. Esiste dunque il rischio molto reale che tali strutture diventino oggetto di finanziamento pubblico, con un ulteriore nocumento per i già scarsi fondi del SSN. Ancora una volta, dunque, e nel modo distorto di cui abbiamo appena descritto le modalità, siamo di fronte alla primazia dell’ospedale rispetto al territorio (che tanto si tira in ballo, quanto poi si maltratta nei fatti).
Anche gli ‘ospedali elettivi’, di cui si diceva più sopra, finirebbero per riprodurre lo schema delle strutture private convenzionate: niente pronto soccorso perché naturalmente costa e non rende e avanti invece con le attività più redditizie. Solo che rimane un piccolo problema: senza un filtro extra-ospedaliero reale le persone continueranno a volersi recare nei pronto soccorso anche per problemi lievi. Ritorniamo daccapo come nel gioco dell’oca: dove sono i servizi territoriali? Dove troviamo il personale che li faccia vivere?
Per certi versi non stupisce, visto la pochezza culturale, programmatoria e strategica di chi ha confezionato il DdL delega, l’assenza di un qualche passaggio dedicato alla prevenzione. Si è messo dentro di tutto, ma ciò che servirebbe per ridurre malattie, invalidità e morti ogni anno non ha potuto trovare nessuno spazio. Intendiamoci, siamo davvero ad uno stato miserando dell’arte, perché qui non si tratta di ipotizzare la quarta riforma di Cavicchi, immettendo un nuovo ragionamento sul nodo salute e ambiente per esempio, siamo all’abc delle politiche sanitarie; un livello basico non assicurato.
Contro questa subalternità ostentata alle logiche neoliberali, questa politica sanitaria inutile e aggravata dall’ulteriore compressione delle risorse determinata dallo stato di guerra e politiche di riarmo in cui siamo immersi, occorre fare un salto di qualità sia sul terreno dell’analisi critica, sia su quello dell’attivazione sociale e politico sindacale. Questo nodo deve diventare parte integrante riconosciuta della costruzione di movimenti consistenti e sempre più larghi, radicati e riconosciuti contro il Governo e la guerra.
Alberto Deambrogio
Segretario di Rifondazione Comunista del Piemonte
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