Il capo comanda i suoi stanno zitti

di Fabio Mini

Il “New York Times” scoperchia la solitudine di Trump nelle riunioni con i suoi “signorsì”. Così si è andati incontroal disastro di Hormuz, così adesso la cosiddetta “tregua” fallirà

Con una serie di articoli sul ripresi da tutti i media del mondo, Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno raccontato (o ricostruito) la successione del processo decisionale che ha portato il Presidente Trump a unirsi ad Israele nella guerra contro l’iran.

Con toni gar­bati, come si con­viene a chi vuole con­ti­nuare a scri­vere di Casa Bianca, i due hanno imba­stito una sto­ria molto vero­si­mile anche se non com­ple­ta­mente vera e comun­que accet­ta­bile sia dal pre­si­dente sia dai suoi detrat­tori. La tesi è che Trump non è un pazzo sca­te­nato, un demente in preda a con­vul­sioni e com­pul­sioni cri­mi­nali, ma un grande uomo lasciato solo al comando. Un uomo in cui i sot­to­po­sti con­fi­dano per­ché si affi­dano alla sua intel­li­genza e capa­cità, seguendo la Grande Reto­rica che vuole il Coman­dante sem­pre solo spe­cial­mente quando deve deci­dere della vita e della morte dei suoi uomini. Dei suoi, non degli altri. “Tutti si sono rimessi all’istinto del pre­si­dente. Lo ave­vano visto pren­dere deci­sioni audaci, assu­mersi rischi incal­co­la­bili e, in qual­che modo, uscirne vin­ci­tore. Nes­suno avrebbe osato osta­co­larlo in quel momento”.

In una serie di riu­nioni sulla situa­zione in Medio Oriente, dopo aver sco­mo­dato tre gruppi por­tae­rei e spo­stato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guar­die nazio­nali in patria, occor­reva valu­tare la rac­co­man­da­zione di Neta­nyahu volato appo­si­ta­mente a Washing­ton: “Guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, soste­nuto dal Mos­sad e dai coman­danti israe­liani in video­con­fe­renza ave­vano garan­tito una vit­to­ria facile e deci­siva. Trump avrebbe voluto con­ti­nuare i nego­ziati, ma il genero Kush­ner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene fami­glia”. Gli israe­liani erano stati chiari: si doveva e poteva deca­pi­tare l’iran, atti­vare una rivolta popo­lare e una inva­sione curda – già pronte – e cam­biare il regime teo­cra­tico con uno laico e fan­toc­cio. Era una pas­seg­giata, quat­tro mis­sili e via. E soprat­tutto non c’era biso­gno di nes­sun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non par­liamo degli Euro­pei o della Nato ormai zer­bini con­su­mati, tutti affan**. Trump era affa­sci­nato, anche se tenuto sal­da­mente per le palle da Neta­nyahu: final­mente avrebbe fatto qual­cosa di con­creto, si sarebbe meri­tato il Nobel per la Guerra che avrebbe isti­tuito e la pre­si­denza a vita del Board of War, già costi­tuito sotto falso nome. La valu­ta­zione dell’intel­li­gence sta­tu­ni­tense era scet­tica: gli israe­liani erano in grado di deca­pi­tare la diri­genza poli­tica, ma il resto era irrea­li­stico. Lo stesso diret­tore della Cia Rat­cliff definì il cam­bio di regime pro­po­sto da Neta­nyahu “ridi­colo”, Rubio da buon diplo­ma­tico lo bollò come una “caz­zata”, e il Capo degli Stati Mag­giori con­giunti Dan Caine deci­sa­mente cri­tico: “Sono i soliti israe­liani, pro­met­tono più di quanto pos­sano man­te­nere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non rie­scono a fare nulla e ci met­tono sotto pres­sione”. Il gene­rale accennò al depau­pe­ra­mento dell’arse­nale mili­tare, al blocco di Hor­muz e altre frat­ta­glie, ma non si oppose. Non era il solo: Rubio nono­stante la lucida e for­bita ana­lisi delle pro­po­ste israe­liane non se la sentì di pren­dere una posi­zione chiara. Il vice Vance era con­tra­rio e indicò tutti i difetti dell’ope­ra­zione: il caos regio­nale, la per­dita delle alleanze arabe, la rea­zione mili­tare ira­niana, la per­dita di tutte le scorte stra­te­gi­che di mate­riali, il blocco di Hor­muz, le con­se­guenze sull’eco­no­mia interna e sull’elet­to­rato Maga, ma alla fine disse: “Secondo me è una pes­sima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò”. Poteva sem­brare una comoda posi­zione da fedele subor­di­nato, ma essendo il vice­pre­si­dente Usa e cono­scendo il 25° Emen­da­mento poteva anche essere la dispo­ni­bi­lità ad assu­mersi le sue respon­sa­bi­lità: in caso di impea­ch­ment del pre­si­dente a causa della guerra, della crisi eco­no­mica e del caso Epstein o di qual­siasi altro motivo, lui sarebbe stato il suc­ces­sore legale per almeno un anno con la quasi cer­tezza di vin­cere le ele­zioni suc­ces­sive pro­prio gra­zie a quella “pes­sima idea”, come già acca­duto negli Usa. Nelle ultime riu­nioni, di fronte a un pre­si­dente medi­ta­bondo, non furono più sen­titi il segre­ta­rio al Tesoro, quello all’ener­gia e la diret­trice della Natio­nal intel­li­gence. Tutta gente che non capiva niente della mate­ria in discus­sione che ovvia­mente non com­por­tava né infor­ma­zioni accu­rate, né pre­vi­sioni sulle cri­ti­cità finan­zia­rie e ener­ge­ti­che. Trump era rima­sto solo come aveva voluto rima­nere. Alla fine è rima­sto con sé stesso, cir­con­dato da altri se stessi, felice e sod­di­sfatto di una deci­sione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Neta­nyahu gra­zie alla comune osses­sione per l’iran, mania di gran­dezza e istinti.

La rico­stru­zione di Swan e Haber­man non è solo il ritratto di un pre­si­dente che agi­sce d’istinto, è il ritratto di fami­glia di un gruppo di potere inca­pace di discer­nere tra inte­resse per­so­nale del pre­si­dente e quelli dell’intera nazione.

Se il “qua­dretto” di come è ini­ziata la guerra è avvi­lente, quello che riguarda la tre­gua e la quasi certa pro­se­cu­zione della guerra diventa cata­stro­fico. Gli Stati Uniti non stanno trat­tando, stanno trac­cheg­giando per ripren­dere fiato e spo­stare armi e uomini da un tea­tro ope­ra­tivo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per soste­nere un altro tea­tro di ope­ra­zioni ovun­que nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’artico, il Paci­fico e il Sud Ame­rica sono ad alto rischio e gli stretti di Hor­muz, Suez, Malacca, Tai­wan, Panama sono tutte pre­si­diate da forze ame­ri­cane con sem­pre minore auto­no­mia logi­stica e quindi stra­te­gica. Le basi dove­vano essere gli avam­po­sti della pro­ie­zione di potenza e sono diven­tate le retro­vie inca­paci di soste­nerla. Ogni forza spo­stata, ogni sistema ven­duto lascia un vuoto peri­co­loso. La tre­gua è una farsa a con­clu­sione di una tra­ge­dia. Ciò che si vuole è l’umi­lia­zione senza aver con­se­guito la vit­to­ria. L’umi­lia­zione è già un attacco alle fon­da­menta di una civiltà. Anche que­sta idea dell’estin­zione della civiltà altrui per mezzo della eli­mi­na­zione di massa delle per­sone che la rap­pre­sen­tano è incom­pa­ti­bile con l’ini­zia­tiva di tre­gua. Ed è dif­fi­cile che sia un’idea degli ame­ri­cani. Non che non siano capaci di effe­ra­tezze. Tymo­shenko, Poro­shenko, Zelen­sky e i buro­crati euro­pei lo usano con­tro i russi, i nazi­sti con­tro gli ebrei, i giap­po­nesi con­tro i cinesi. Tut­ta­via, nel caso ira­niano è stato evo­cato l’anni­chi­li­mento nucleare e la minac­cia più con­creta di que­sto tipo può venire sol­tanto da una potenza minore che frui­sca dell’ombrello stra­te­gico di una mag­giore che impe­di­sca la ritor­sione. In que­sta situa­zione si trova solo Israele che ha ordi­gni nucleari, capa­cità e volontà d’impie­garli ed è coperta dalla capa­cità stra­te­gica glo­bale degli Usa. Di fatto, una tre­gua che non com­prenda Israele e ciò che sta facendo in Libano e altrove non è tre­gua: è mano libera e soste­gno al mas­sa­cro che l’iran non vuole o può accet­tare. Israele punta su que­sto per costrin­gere gli ame­ri­cani a non con­ce­dere nulla e con­ti­nuare la guerra. E anche se gli Usa uscis­sero for­mal­mente dal con­flitto, Israele pre­ten­de­rebbe armi, soldi, intel­li­gence e logi­stica per pro­se­guirlo. Israele sa che Trump e tutta la sua corte non pos­sono negare que­sto con­tri­buto. E Trump sa per­ché. Anche l’europa è sotto ricatto e attri­buire la crisi glo­bale all’iran è falso ma più sem­plice che attri­buirla agli Usa. Israele sa che la stri­gliata di Trump al segre­ta­rio gene­rale della Nato Mark Rutte por­terà all’inter­vento euro­peo nel con­flitto. In un modo qual­siasi, ma comun­que ipo­crita. Rutte ha dovuto subire l’umi­lia­zione di andare a giu­sti­fi­carsi per non aver appog­giato l’aggres­sione all’iran. Una umi­lia­zione che dovrà girare a tutti quei paesi mem­bri che lo hanno inca­ri­cato di farlo, in ginoc­chio. Gli Usa rimar­ranno nella Nato non per dare sicu­rezza ma per riscuo­tere ciò che dicono di aver dato all’europa dal 1945 in poi. Dovremo pagare in sol­doni, sacri­fici, reces­sione e dignità per un debito che non abbiamo mai con­tratto. Nes­sun seguace di Trump ha mai tenuto il conto di quanto l’europa in silen­zio ha dato agli Usa in tutto il secolo scorso. Nes­sun seguace di Neta­nyahu sa quanto è costato e costa all’europa il soste­gno o sol­tanto il silen­zio sui cri­mini del suo governo. E nes­sun euro­peo è con­sa­pe­vole di quanto tali silenzi siano umi­lianti.

10/4/2026 https://www.ilfattoquotidiano.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *