Lavoro e diritti: oltre le celebrazioni vuote
di Marco Pondrelli
Non c’è molta differenza tra ciò che abbiamo scritto sul 25 aprile e ciò che possiamo scrivere sul 1° maggio: entrambe le date rischiano di ridursi a celebrazioni vuote. Politica e informazione si lavano la coscienza un giorno all’anno, per poi tornare, il giorno dopo, a raccontarci che per competere nell’economia globale è necessario ridurre i salari ed essere più flessibili.
Il 15 febbraio riflettevamo sull’inchiesta della magistratura intervenuta per le paghe dei rider, risultate inferiori dell’81% rispetto a quanto previsto dalla contrattazione collettiva. Un episodio che interroga profondamente anche il ruolo dei sindacati: è possibile che debba essere la magistratura a intervenire per garantire diritti fondamentali? La questione salariale deve tornare centrale.
Secondo l’Employment Outlook dell’OCSE del 2025, i salari italiani – unici in Europa – sono calati del 3,4% tra il 1990 e il 2023. Un altro dato significativo, sempre dell’OCSE, mostra come la quota dei salari sul PIL sia passata nello stesso periodo dal 66-68% al 52-55%. Questo significa che circa il 14% della ricchezza prodotta si è spostata altrove. Quando ci dicono che non ci sono risorse, non è vero: le risorse ci sono, ma vengono redistribuite verso rendite e profitti, non verso il lavoro.
A questo si aggiunge una piaga di cui si parla troppo poco: quella degli infortuni e delle morti sul lavoro. Una vera e propria strage quotidiana che continua a consumarsi nel nostro Paese nel silenzio generale.
La verità è che tutto si tiene. Da una parte, la deindustrializzazione crea lavoro precario e poco qualificato; dall’altra, l’aumento della povertà costringe sempre più persone ad accettare qualsiasi condizione pur di ottenere un salario. Le leggi approvate negli ultimi decenni, spesso anche da governi di centrosinistra, hanno progressivamente ridotto i diritti – fino all’abolizione dell’articolo 18 – e, insieme ai diritti, sono calati anche i salari.
In una situazione economica e sociale di questo tipo, come si può rimettere al centro la sicurezza sul lavoro e la questione salariale? Se una lavoratrice o un lavoratore sa che, nel momento in cui solleva un problema legato alle mansioni o alla sicurezza, rischia di non vedersi rinnovato il contratto, quale margine reale di azione gli resta?
Questa condizione chiama in causa tanto la politica quanto il sindacato. La politica – in particolare quella che si definisce di sinistra – negli ultimi anni ha rivolto troppa attenzione agli interessi delle imprese e troppo poca a quelli dei lavoratori. È anche per questo che il mondo del lavoro ha progressivamente smesso di riconoscersi in essa.
Ma esiste anche un nodo sindacale irrisolto. L’attuale situazione certifica il fallimento degli accordi del luglio ’92 e ’93: oggi l’obiettivo non può essere il ritorno alla concertazione. C’è, al contrario, un bisogno urgente di conflittualità. Un aumento generalizzato dei salari e una riduzione dell’orario di lavoro non rappresentano soltanto rivendicazioni giuste, ma condizioni necessarie per rilanciare il Paese.
Salari bassi significano consumi bassi. E senza domanda interna, anche il sistema produttivo si indebolisce. Le scelte industriali degli ultimi decenni hanno prodotto effetti evidenti: si è puntato su compressione del costo del lavoro, ma senza costruire un modello sostenibile nel lungo periodo. Oggi ci troviamo con un mercato interno fragile e una crescente dipendenza dall’estero. Se anche i nostri prodotti incontrano difficoltà sui mercati internazionali, diventa evidente quanto sia urgente rafforzare la domanda interna, redistribuendo ricchezza verso chi lavora.
Rimettere al centro il lavoro significa allora cambiare prospettiva. Significa investire in qualità, sicurezza, stabilità. Significa restituire potere contrattuale alle lavoratrici e ai lavoratori, rafforzare il ruolo del sindacato e costruire una politica che torni a rappresentare davvero chi vive del proprio lavoro.
Ma significa anche qualcosa di più profondo: ricostruire un’idea di società. Perché senza lavoro dignitoso non c’è libertà reale, non c’è partecipazione, non c’è democrazia sostanziale. Le grandi conquiste del passato non sono nate dalla moderazione, ma dal conflitto e dalla capacità collettiva di organizzarsi.
Il futuro del nostro Paese dipenderà dalla possibilità che le lavoratrici e i lavoratori tornino protagonisti, non solo nelle rivendicazioni, ma nella definizione stessa del modello di sviluppo. Senza questo protagonismo, il rischio è che anche il 1° maggio continui a essere solo una ricorrenza svuotata di significato.
1/5/2026 https://www.marx21.it/










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