Il Vangelo non è un brand: Adriana Zarri e la deriva del sacro in politica
di Alberto Deambrogio
C’è un’immagine che sta facendo il giro delle cancellerie e dei sagrati: il senatore Marco Rubio, figura di spicco della destra conservatrice statunitense, che varca le soglie vaticane per un’udienza con Papa Leone XIV. Un incontro che, agli occhi di un osservatore distratto, potrebbe apparire come un semplice atto di cortesia diplomatica o di devozione personale.
Eppure, per chi ha nutrito il proprio pensiero con la teologia inquieta e radicale di Adriana Zarri, quell’incontro tra il potere temporale più muscolare e il vertice della cristianità accende un segnale d’allarme rosso.
Adriana Zarri, l’eremita che parlava con Dio tra i gatti e le rose di Crotte di Strambino, ha speso una vita a denunciare quello che definiva il “tradimento della laicità” e, simmetricamente, la “prostituzione del sacro”.
La sua critica all’utilizzo strumentale della religione da parte dei politici non era un semplice vezzo polemico, ma una necessità ontologica. Per Zarri, la fede è una “ricerca del probabile”, un’apertura al mistero che non può mai trasformarsi in un pacchetto di voti, una giustificazione o in una clava identitaria.
Quando vediamo un leader politico come Rubio cercare la benedizione papale, non possiamo non chiederci: dove finisce la testimonianza e dove inizia il marketing? Zarri ci direbbe che la religione, quando entra nell’arena politica per giustificare blocchi di potere, cessa di essere lievito per diventare oppio.
La teologa di San Lazzaro di Savena era feroce contro chi utilizzava i “valori non negoziabili” come una dogana per separare i giusti dai reprobi, ignorando puntualmente il cuore del messaggio evangelico: la difesa degli ultimi e la giustizia sociale.
Il collegamento con l’episodio di Marco Rubio è quasi didascalico. Rubio rappresenta quella corrente che sposa un cattolicesimo identitario, spesso utilizzato per avallare politiche di chiusura e di conservazione dello status quo. Vedere questo modello cercare legittimazione presso il successore di Pietro è l’esatto contrario di quella “teologia del quotidiano” che la Zarri propugnava.
Per lei, il politico cristiano non è quello che sventola il rosario o che cerca la foto col Pontefice per rassicurare il proprio elettorato o per ricucire, nel caso attuale, con il proprio presidente amorale, ma colui che vive la laicità dello Stato come un valore, rispettando l’autonomia delle realtà terrene.
Zarri ci ha insegnato che “le teologie sono tante, ma la fede è una sola”. Questa distinzione è fondamentale per smascherare l’uso strumentale del sacro: la fede è un atto di libertà; la religione politica è un atto di potere. Il rischio di incontri come quello tra Rubio e Leone XIV è che la Chiesa venga percepita non come l’istanza critica che contesta ogni potere in nome del Regno, ma come un ufficio di certificazione morale per una parte politica.
Se Adriana fosse ancora tra noi, probabilmente scriverebbe un fondo al vetriolo, ricordandoci che il sangue versato dalle ingiustizie non si lava con l’acqua santa delle udienze private. Ci ricorderebbe che la preghiera è “la contestazione più profonda” e che non può essere trasformata in uno spot elettorale.
In un’epoca di sovranismi devoti e di politici che si fanno paladini di una cristianità di facciata, ributtante e profondamente in lite con l’ umanità, il pensiero di Adriana Zarri brilla per la sua intransigente attualità.
Ci esorta a vigilare affinché il Vangelo resti quel “fuoco che disturba” e non diventi mai il tappeto rosso su cui far sfilare le ambizioni di chi, nel nome di Dio, cerca solo di consolidare il proprio dominio sugli uomini. Perché, come diceva lei, non c’è nulla di più ateo di una religione usata per scopi mondani.
7/5/2026









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