I figli di Vanda e altri racconti
Vincenzo Pardini – Oligo, 2026
Le parole erano strumenti come il picco e la pala. La ruspa non mi interessava. Ero e sono rimasto artigiano.
Un autore come Vincenzo Pardini rappresenta l’autenticità nella sua interezza con quello sguardo a 360 gradi sulla realtà, con l’abilità, mettendoci l’anima, di affondare dentro quelle storie che nascono certo da una profonda e attenta meditazione e che poi prendono corpo per andare a briglia sciolta.
Leggendo questo libro viene sempre più voglia di chiedersi se gli animali sono meglio del genere umano, perché dimostrano con rigore di essere legati a un’etica, quella che noi abbiamo smarrito con l’evoluzione dei tempi.
Mi riferisco a un’etica spirituale, di luoghi fisici e mentali.
I protagonisti di questi racconti sono animali, anzittutto i lupi, ma anche linci, cinghiali, asini e capre, che si muovono tra i cascinali e i boschi della Toscana, in Lunigiana, una terra poco conosciuta, incontaminata, dove il tempo sembra essersi fermato molti anni fa.
Una terra selvaggia, ma brulicante di vita.
Intanto, lui e la lupa erano passati a un’intesa di mente e di sguardi; Beriade ne percepiva i desideri, tra cui quello che voleva rivolgesse attenzione ai cuccioli. I quali, traballanti, indecisi, si muovevano nella stanza.
Infatti, sapeva Beriade, i piccoli di lupo aprono gli occhi assai tardi. Spesso, trovava la mamma accasciata, e loro attaccati alle poppe, a suggere il latte. Se defecavano, lei gli lambiva l’ano ingerendone gli escrementi. Intanto si era accorto che, sebbene portasse il cibo due volte il giorno, in sua presenza non aveva mai mangiato. Ma, preso a chiamarla Vanda, una mattina gli si accostò, lasciandosi accarezzare.
Beriade è con Vanda il protagonista di questa storia.
Avanti con gli anni e lontano dagli affetti parentali con cui ha poca empatia vive in solitudine e cerca di stare lontano dalla vita sociale che frequenta solo nei momenti di necessità.
La sua vita si alterna con le tensione degli appostamenti, la contemplazione dei boschi nelle lunghe attese, i profumi e i suoni di un luogo selvatico, dove è solo con se stesso.
Ma non è solo. È in simbiosi con Vanda perché anche Vanda è entrata nel suo mondo e sembra che tra i due sia stato fatto un comune accordo per ripensare a un loro posto nella natura.
È una road movie, un viaggio fisico e anche mentale nella natura incontaminata di quella splendida terra, un racconto di una nuova realtà, quella dell’abbandono dei boschi, del grande spopolamento che ha portato gli animali a riprendersi il loro habitat, a riconquistare quegli spazi che un tempo gli appartenevano.
Sono spazi che ricordano quei luoghi inaccessibili, dove i pochi umani che si addentravano accendevano un falò e seduti intorno raccontavano favole.
A tratti il possesso della favola diventa un fattore naturale di questo libro, organico, accolto e non imposto.
A mio parere diventa una sorta di realismo magico perché l’accoglienza è rappresentata da questo straordinario incontro tra favola e realtà e ci introduce dentro una narrativa originale, unica.
E la realtà è dentro questa comunità raccontata dall’autore che si rivelerà per quella che è, quella che esprimerà con la forza la repressione dove non si accetta la convivenza, trovando facile inimicarsi senza ombra di sorta quando non si è in sintonia con certi valori.
Un libro che vuole raccontare il rispetto verso questo altro mondo che è una parte di noi sconosciuta.
Una domanda viene spontanea leggendo Vincenzo Pardini: come mai l’uomo alle soglie del nuovo millennio non ha ancora imparato ad amare gli animali, a convivere e vuole eliminarli quando altro non sono che esseri liberi e innocenti e hanno gli stessi diritti alla vita che hanno gli uomini.
Questo libro lo si può considerare anche un viaggio verso la libertà con la scoperta di una vita che può essere reinventata in ogni momento, perché se la libertà è per natura anarchica si può avere il coraggio di conquistarla.
La voce di Pardini sembra consegnarci una visione uscita da una leggenda orale, con un mondo che dobbiamo recuperare e consegnare alle nuove generazioni, un mondo che ha subito troppe trasformazioni negative e che occorre recuperare con un grande rapporto di convivenza con la natura.
Giorgo Bona
Scrittore. Collaboratore redazione di Lavoro e Salute
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