Il nucleare di Prodi e l’illusione bipartisan della crescita infinita
di Alberto Deambrogio
L’uscita recente di Romano Prodi a favore del nucleare non è solo una scivolata tecnica, ma il sintomo macroscopico di una subalternità culturale.
Quando uno dei padri fondatori e simboli storici del centro-sinistra italiano sposa la causa dell’atomo, si compie l’ennesimo cortocircuito della politica nostrana. Si materializza così una convergenza di fatto con il “neo-nuclearismo” sbandierato dal centro-destra.
Questo asse trasversale ignora la realtà oggettiva dei fatti per inseguire un miraggio tecnologico e industriale insostenibile.Le ragioni tecniche ed economiche per dire no al nucleare sono arcinote, eppure vengono sistematicamente rimosse dal dibattito principale.
Innanzitutto, c’è una totale inutilità temporale rispetto alla crisi climatica attuale. Costruire nuove centrali richiede decenni: i reattori promessi oggi non produrrebbero un solo chilowattora prima del 2040. La transizione ecologica e l’abbattimento delle emissioni di gas serra ci impongono invece scadenze stringenti al 2030. In secondo luogo, i costi sono semplicemente astronomici ed esorbitanti. Ogni cantiere europeo recente, da Olkiluoto in Finlandia a Flamanville in Francia, ha triplicato i budget iniziali, gravando sulle finanze pubbliche o sulle bollette dei cittadini. Infine, ma non certo ultimi come problemi, restano irrisolti i nodi storici. La sicurezza assoluta non esiste: il nucleare è pericoloso! La gestione delle scorie radioattive rimane un’eredità tossica scaricata sulle generazioni future.
L’Italia non è ancora riuscita a trovare un sito per il Deposito Nazionale delle scorie pregresse e già lo vuole ingrandire con scorie nuovi.
Il fulcro però, non è solo ingegneristico, gestionale o finanziario. C’è un’idea di fondo, dura a morire sia a destra sia a sinistra, che unisce Prodi agli attuali esponenti del governo: il rifiuto ostinato di fare i conti con la presenza del limite.
Entrambi gli schieramenti sono figli della medesima religione della crescita economica illimitata. Concepiscono la terra e la biosfera come un magazzino infinito di risorse da sfruttare e un ricettacolo eterno di rifiuti. Il nucleare viene invocato come la bacchetta magica per fare transizione senza cambiare nulla. Serve a mantenere intatto un modello di sviluppo energivoro, centralizzato, predatorio e capitalista.
Si preferisce rispolverare il mito prometeico della potenza atomica piuttosto che pianificare la riduzione dei consumi, l’efficienza energetica e la democrazia delle fonti rinnovabili diffuse sul territorio.
Questa convergenza nucleare segnala, purtroppo e plasticamente, una delle tante convergenze di fatto tra i due poli.
Se la sinistra abdica alla critica del modello di produzione e sposa le stesse risposte tecnocratiche e sviluppiste della destra, cancella la propria identità. Diventa incapace di leggere la crisi ecologica per quella che è: una crisi sociale, di giustizia e di redistribuzione. Diventa impossibile invertire la rotta finché l’orizzonte resta la conservazione dell’esistente.
Contro questa morsa bipartisan serve costruire, con pazienza e radicalità, un’alternativa reale. Un progetto che rimetta al centro la conversione ecologica della società, la cura del territorio e il rispetto dei limiti planetari. La strada è in salita e le forze sembrano impari di fronte al coro dei conformisti del Pil.
Ma è proprio in questi momenti di apparente egemonia del pensiero unico che si misura la qualità della nostra azione politica. Dobbiamo ritrovare la forza di resistere e di insistere, ricordando le parole di Franco Fortini: «L’importanza di una causa si misura anche dalla capacità di durare attraverso le sconfitte».
Ne vale la pena perché in ballo c’è la Terra Madre, che con la giustizia reclamata dagli ultimi rappresenta il binomio su cui investire tutto il meglio che la politica della trasformazione può mettere a disposizione.
17/5/2026









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