LAVORO E SALUTE MENTALE
Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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di Chistophe Dejours Edito da DeriveApprodi
Recensione a cura di Alberto Deambrogio
Il legame tra l’organizzazione del lavoro e la sofferenza psicologica dei lavoratori rappresenta uno dei nodi più critici, eppure sistematicamente rimossi, della società contemporanea. Nel suo saggio Lavoro e salute mentale, lo psichiatra e psicoanalista francese Christophe Dejours ci consegna uno strumento teorico e clinico fondamentale per squarciare il velo di questa rimozione.
Dejours, fondatore della psicodinamica del lavoro, non si limita a registrare la patologia come un dato statistico o un fallimento individuale. Al contrario, egli colloca la genesi della sofferenza psichica esattamente nella faglia tra la prescrizione rigida dei compiti aziendali e la realtà viva, imprevedibile, dell’esecuzione lavorativa. Leggere oggi questo testo in Italia non significa solo accostarsi a un pilastro della sociologia del lavoro e della psichiatria occupazionale, ma impone un esercizio di memoria e di continuità storica.
E’ possibile, anche perché le tesi di Dejours risuonano con straordinaria potenza e sono state più volte editate e aggiornate, intrecciare questo lavoro suggestivo con le riflessioni storiche della sinistra teorica e della medicina di classe italiana, in particolare con il pensiero di Raniero Panzieri e l’azione scientifico-politica di Giulio Alfredo Maccacaro. Questo saggio non è solo un’analisi clinica, ma un manifesto politico sulla resistenza del soggetto contro la standardizzazione capitalista, quanto mai urgente nell’era del capitalismo digitale.
La dialettica del lavoro: tra sofferenza e piacere
Il nucleo concettuale dell’opera di Dejours si sviluppa attorno alla distinzione tra “lavoro prescritto” e “lavoro reale”. Il management capitalista progetta procedure, algoritmi e mansionari convinto che la produzione possa essere interamente codificata. La realtà, tuttavia, resiste costantemente: macchinari che si inceppano, direttive contraddittorie, imprevisti materici o relazionali. Per far funzionare l’azienda, il lavoratore deve colmare questo scarto investendo la propria intelligenza, il proprio corpo e la propria soggettività. L’atto lavorativo è dunque, intrinsecamente, un atto di intelligenza pratica e di creatività.
Quando l’organizzazione del lavoro riconosce questo sforzo e concede autonomia, il lavoro diventa un potente operatore di salute e di costruzione dell’identità. Il riconoscimento da parte dei pari (giudizio di bellezza) e dei superiori (giudizio di utilità) trasforma la fatica in piacere e riscatto sociale. Al contrario, quando l’organizzazione si irrigidisce, introduce la valutazione individualizzata delle prestazioni e distrugge la solidarietà, il lavoro si trasforma in un fattore patogeno. La sofferenza sorge quando il soggetto avverte il blocco della propria intelligenza e della propria crescita identitaria.
Per non impazzire di fronte a ritmi insostenibili o a ingiunzioni paradossali, i lavoratori sviluppano “strategie di difesa” collettive (come il virilismo nei lavori operai o il cinismo nei contesti manageriali). Queste difese, pur necessarie alla sopravvivenza psichica immediata, anestetizzano la percezione dell’ingiustizia, stabilizzando il consenso verso il sistema e impedendo la ribellione.
L’anticipazione italiana: Raniero Panzieri e l’uso capitalistico delle macchine
Questo meccanismo di asservimento della psiche e del corpo non è una novità assoluta dell’era neoliberista, ma affonda le radici nell’evoluzione stessa della fabbrica fordista. In Italia, già all’inizio degli anni Sessanta, Raniero Panzieri, figura centrale del marxismo critico e fondatore dei Quaderni Rossi, aveva smantellato il mito della neutralità della scienza e della tecnica. Nel suo celebre saggio del 1961, Sull’uso capitalistico delle macchine nel capitalismo avanzato, Panzieri dimostrava come l’introduzione dell’automazione e della tecnologia in fabbrica non rispondesse a una pura logica di progresso tecnico, ma fosse una precisa scelta politica per accrescere il controllo sulla forza-lavoro e spezzare la resistenza operaia.
Il parallelismo con Dejours è lampante. Laddove Panzieri vedeva la pianificazione capitalistica come uno strumento per espropriare l’operaio della sua autonomia e del controllo sul ciclo produttivo, Dejours analizza i costi psicologici di questa espropriazione. L’organizzazione del lavoro descritta da Dejours è la prosecuzione, con mezzi psicologici e manageriali, dell’oggettivazione della razionalità capitalistica denunciata da Panzieri. La macchina, o oggi l’algoritmo, non si limita a dettare il tempo del movimento corporeo; penetra nella mente del lavoratore, imponendo obiettivi quantitativi che ne sequestrano lo spazio del pensiero.
Panzieri comprese che la pianificazione capitalistica tendeva a colonizzare l’intera società; Dejours ci mostra che quella stessa pianificazione ha colonizzato l’inconscio, trasformando la sottomissione in una routine interiorizzata.
La salute come bene non vendibile: l’insegnamento di Giulio Maccacaro
Se la sofferenza psichica è l’esito dell’impatto dell’organizzazione del lavoro sul soggetto, la risposta medica e istituzionale non può essere la mera somministrazione di psicofarmaci o la colpevolizzazione del singolo. Su questo versante, l’opera di Dejours dialoga direttamente con l’esperienza pionieristica di Giulio Alfredo Maccacaro, medico, scienziato e fondatore di Medicina Democratica negli anni Settanta. Maccacaro fu l’anima di una rivoluzione scientifica e politica che mise al centro il rifiuto della delega ai tecnici e l’affermazione del principio secondo cui “la salute non si vende e non si paga, si difende”. Maccacaro e i medici del lavoro legati alle lotte operaie dell’Autunno Caldo compresero che l’ambiente di fabbrica non aggrediva il lavoratore solo attraverso i fumi tossici o i rischi di infortunio macroscopici, ma anche attraverso il logorio nervoso dei ritmi, della ripetitività e della nocività astratta dell’organizzazione del lavoro. Il metodo maccacariano della “validazione consensuale” – secondo cui sono i lavoratori stessi, collettivamente, a definire i fattori di nocività del loro ambiente – trova una sponda metodologica perfetta nella clinica del lavoro di Dejours.
Entrambi gli autori rifiutano l’idea del medico o dello psicologo aziendale come ingegneri delle anime o riparatori di ingranaggi umani funzionali alla produzione. La salute, per Maccacaro come per Dejours, è la capacità del soggetto di agire sul proprio ambiente, di trasformarlo e di non subirlo passivamente. La sofferenza mentale descritta da Dejours si cura solo restituendo ai lavoratori la parola e il potere di modificare l’organizzazione del lavoro, esattamente come Maccacaro proponeva di fare con le inchieste operaie sul campo.
Attualizzazione: la sofferenza nel capitalismo delle piattaforme e dello “smart working”
Qual è l’attualità di questo incrocio teorico nel contesto del capitalismo contemporaneo? Oggi assistiamo a una mutazione profonda del lavoro. La fabbrica fordista si è atomizzata e dematerializzata, lasciando il posto al capitalismo delle piattaforme, alla gig economy, al lavoro cognitivo frammentato e allo smart working selvaggio. Le tesi di Dejours, integrate con le intuizioni di Panzieri e Maccacaro, si rivelano profetiche per analizzare questa transizione.
Nel nuovo scenario, l’estrazione di valore non avviene più solo attraverso il controllo burocratico del corpo, ma tramite la cattura della dimensione cognitiva ed emotiva del lavoratore. L’algoritmo dei moderni servizi di consegna o delle piattaforme di micro-lavoro è la versione digitale dell’uso capitalistico delle macchine di Panzieri. Esso non prescrive solo l’azione, ma valuta in tempo reale, esasperando quella “valutazione individualizzata delle prestazioni” che Dejours individua come la causa principale della distruzione della solidarietà. Il lavoratore contemporaneo è isolato, formalmente autonomo, ma sostanzialmente eterodiretto da un dispositivo invisibile.
Lo smart working, lungi dal tradursi in una liberazione del tempo di vita, ha spesso generato la totale sovrapposizione tra spazio domestico e spazio lavorativo, realizzando quella sussunzione totale della vita al capitale che l’operaismo italiano aveva paventato. La reperibilità costante, la pressione psicologica legata a obiettivi aziendali perennemente mobili e l’illusione dell’auto-imprenditorialità producono nuove forme di alienazione. Fenomeni come il burnout, l’ansia da prestazione e la depressione da sovraccarico non sono anomalie del sistema, ma i suoi derivati strutturali. Il lavoratore, indotto a percepirsi come “azienda di se stesso”, scarica interamente su di sé la colpa del proprio fallimento economico o psicologico. Scompare la dimensione collettiva della difesa descritta da Dejours: l’isolamento impedisce la costruzione di strategie difensive comuni, trasformando la sofferenza in una colpa individuale da trattare privatamente in terapia o attraverso il consumo di psicofarmaci.
Conclusioni: per una riconquista della parola e della salute
Il libro di Christophe Dejours ha il grande merito di sottrarre la salute mentale alla sfera del privato e della medicalizzazione individualistica, restituendola alla dimensione della politica e dei rapporti di forza. In un’epoca in cui i reparti delle risorse umane delle multinazionali mascherano lo sfruttamento dietro i concetti ipocriti di “welfare aziendale”, “resilienza” e corsi di “mindfulness” per dipendenti stressati, Lavoro e salute mentale agisce come un formidabile contraveleno.
Il ponte teorico che unisce Dejours alla stagione d’oro della critica sociale italiana – la lucidità macro-politica di Panzieri sulla tecnologia come dominio e la prassi scientifica di Maccacaro sulla salute come campo di lotta – ci indica una strada precisa. La salute mentale nei luoghi di lavoro si difende solo ricostruendo spazi di parola comune, di inchiesta dal basso e di solidarietà. È necessario sottrarre i criteri di valutazione e l’organizzazione dei tempi produttivi al monopolio padronale, sia esso esercitato da un caporeparto in carne e ossa o da un algoritmo digitale. La lezione di questo saggio è chiara: non ci può essere salute mentale senza democrazia nei luoghi di lavoro, e non ci può essere libertà se il prezzo da pagare per la sussistenza economica è l’alienazione della propria mente.
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