Marxismo e psicanalisi: una visione critica del soggetto alienato

Di Marcelo Colussi

Traduzione da www.rebelion.org

A cura di Gorri

Definizione del problema

Marxismo e psicanalisi sono due campi del sapere distinti, che seguono percorsi diversi e si occupano di oggetti di studio differenti. Tuttavia, sebbene a prima vista possano apparire distanti, persino antagonistici, da una certa prospettiva, le analogie sono di gran lunga superiori alle differenze. Per chiunque cerchi una visione critica della realtà, e ancor più per coloro che desiderano influenzarla trasformando ciò che ritengono necessario cambiare, una comprensione approfondita di entrambi è essenziale.

È chiaro che non trattano direttamente lo stesso oggetto: il soggetto sociale sfruttato (marxismo) e il soggetto dell’inconscio (psicanalisi), ma entrambi, a loro modo, dicono qualcosa di simile: denunciano l’alienazione del soggetto umano, offrendo vie per la sua liberazione. Entrambi rivelano con immensa profondità qualcosa di nascosto, smascherando ciò che la vita quotidiana, la presunta normalità, cela: “Se vuoi, puoi”, dirà il discorso ufficiale, riferendosi sia alle possibilità di ascesa sociale (“il milionario lo è grazie al suo impegno personale”) sia a quelle di “essere felici” (“è tutta una questione di atteggiamento”). Marx e Freud, con forza devastante, denunciano queste falsità, rivelando altre logiche in gioco: “Non è la coscienza che determina l’essere, ma l’essere sociale che determina la coscienza “, afferma il marxismo. “L’Io non è padrone in casa propria“, insegna la psicanalisi.

Sebbene trattino ambiti diversi, entrambe le teorie presentano la possibilità di rivoluzionare l’umanità, liberandosi dai vincoli e stabilendo nuovi modelli di relazione. In realtà, pur esistendo una prospettiva che le vede separate, esse hanno più punti di convergenza che di divergenza: 1) entrambe rappresentano teorie critiche sul soggetto; 2) entrambe smantellano miti e illusioni su fenomeni sociali, il marxismo a livello macro, la psicanalisi a livello micro; 3) entrambe costituiscono programmi d’azione concreti volti a superare il punto di partenza delle loro analisi (la rivoluzione socialista nella prima, l’elaborazione della propria storia soggettiva nella seconda, eliminando così i sintomi); 4) entrambe le scuole di pensiero operano con una logica dialettica, concentrandosi sulla lotta degli opposti, il conflitto, come forza motrice dell’esperienza (la lotta di classe in una, il conflitto intrapsichico o lo scontro di coppie istintuali nell’altra); 5) l’impossibilità radicale di comprendere i fenomeni in gioco senza fare riferimento alla storia; in altre parole, la storia (sociale, macro o soggettiva, individuale, micro) è il quadro di riferimento in cui si svolgono i processi studiati. 

Indubbiamente, il punto 2), l’appello alla pratica concreta, a un’azione politica trasformativa o al rendere conscio l’inconscio attraverso trattamenti specifici, è dove risiedono la sua maggiore importanza e il suo impatto sociale. Certo, la rivoluzione teorica che inaugurano è senza precedenti; ma se vengono denigrati, se si tenta di sopprimerli e vengono vilipesi, è per la prassi che generano, una prassi decisamente dirompente, che mette in discussione il sistema capitalistico nel suo complesso e apre alla possibilità di costruire un mondo post-capitalista, nonché a un decentramento dell’idea di “normalità” in termini psichici, dando vita a una nuova etica e a un nuovo modo di affrontare il campo confuso e sempre pieno di pregiudizi della salute mentale, che va di pari passo con ciò che chiamiamo “follia”. 

Oggi è comune dire di entrambi che sono “fuori moda”, che sono stati “superati”, che sono “elucubrazioni febbrili di menti malate dei secoli passati, teorie ormai obsolete”. In altre parole, che sono morti. Curiosi cadaveri, in effetti, visto che devono essere continuamente dichiarati morti, perché sembra che non muoiano mai del tutto. In realtà, non sono morti: ciò che il marxismo e la psicanalisi dimostrano (l’alienazione del soggetto umano), ciò che denunciano e rivelano, e contro cui si ribellano proponendo alternative, non è veramente finito, e questo rimane un compito in sospeso sia nella teoria che nella pratica.

In parole semplici: cosa sono il marxismo e la psicanalisi?

Iniziamo chiarendo due punti fondamentali: cosa dicono il marxismo e la psicanalisi? Ovviamente, questo modestissimo opuscolo non si propone di addentrarsi in un’analisi concettuale approfondita di questi due monumentali quadri teorici, sui quali sono già stati scritti innumerevoli volumi. Qui, tentiamo solo di stabilire, molto sinteticamente, cosa significano in termini generali, per poi cercare di chiarire la loro possibile, o impossibile, combinazione o, ancora più importante, a cosa mirerebbe un’unione del genere, se mai si realizzasse? Cosa ci offrirebbe in tal caso?

Il “marxismo”, denominazione che lo stesso Karl Marx rifiutava come una riprovevole forma di autocelebrazione, motivo per cui preferiva parlare di “socialismo scientifico”, noto anche come “materialismo storico” (termine coniato da Engels) è una profonda concezione della storia umana interpretata come l’essenziale associazione degli esseri umani per garantire la propria sopravvivenza. Questa associazione li porta a stabilire molteplici relazioni sociali per soddisfare i bisogni, principalmente materiali. Questa visione della storia umana, che si distacca completamente da una prospettiva religiosa (magico-animistica), così come da una narrazione incentrata sulle “grandi figure”, rivela che, dal momento in cui un minimo accumulo di risorse ha permesso la transizione oltre lo stadio di cacciatori-raccoglitori primitivi con l’emergere dell’agricoltura, circa 10.000 anni fa, questa storia è stata costituita e guidata da una lotta per la sopravvivenza tra classi sociali contrapposte. Questa lotta dà origine allo Stato come strumento di controllo al servizio della classe dominante. In altre parole: i proprietari dei mezzi di produzione (despota, faraone, sommo sacerdote, imperatore, re, signore feudale, banchiere, industriale) contro le grandi masse lavoratrici (schiavi, contadini, gente comune, servi della gleba, proletari salariati). 

Così, dopo un comunismo primitivo durato millenni, dalla comparsa dell’Homo habilis due milioni e mezzo di anni fa nella regione dei Grandi Laghi africani fino all’avvento dell’agricoltura, si sono succeduti diversi modi di produzione – dispotici tributari o asiatici, schiavistici, feudali, fino ad arrivare al capitalismo attuale, emerso intorno al XIII secolo nell’Europa settentrionale. L’enfasi di questa scuola di pensiero è posta sullo studio rigoroso del capitale, ovvero, precisamente, il titolo dell’opera magna di Marx: Il Capitale, critica dell’economia politica, in tre volumi, il primo dei quali pubblicato durante la sua vita (1867), gli altri due da Engels. In quest’opera, la realtà industriale dell’Europa del XIX secolo viene esplorata a fondo, stabilendo leggi economiche che continuano a governare il corso della società odierna, ormai diffusa in tutto il mondo. Questo sviluppo industriale, con variazioni nazionali e modalità sconosciute nel XIX secolo (monopoli, imperialismo, predominio del capitale finanziario, globalizzazione neoliberale, robotizzazione, mondo digitale) è il sistema prevalente nel mondo, fatta eccezione per aree socialiste (la Cina, ad esempio) o per pochissimi gruppi che vivono ancora in condizioni simili a quelle del neolitico, generalmente nel cuore delle foreste pluviali tropicali. Lo studio dei meccanismi interni del capitalismo ci permette di dedurre che con ogni probabilità crollerà a causa delle sue intrinseche contraddizioni, dando origine a un nuovo ordine: il socialismo, preludio a una società senza classi, un regno di ” liberi produttori associati “, come direbbe Marx, dove il principio guida sarebbe “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni “. La rivoluzione socialista è il punto di rottura del capitalismo; l’ideologia derivata dal lavoro teorico di Marx ha permesso lotte rivoluzionarie di successo in varie parti del mondo durante il XX secolo: Russia, Cina, Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Nicaragua… In questo senso, la forza del marxismo è enorme ed è temuto da chi detiene il potere; da qui i continui e virulenti attacchi che riceve, con innumerevoli dichiarazioni di morte e obsolescenza.

La psicanalisi, secondo le parole del suo creatore, Sigmund Freud, è: 

  1. Un metodo di ricerca che consiste essenzialmente nel rivelare il significato inconscio delle parole, delle azioni e delle produzioni immaginarie (sogni, fantasie, deliri) di un individuo. Questo metodo si basa principalmente sulle libere associazioni del soggetto, che garantiscono la validità dell’interpretazione. L’interpretazione psicanalitica può essere estesa anche a produzioni umane per le quali non sono disponibili libere associazioni.
  2. Un metodo psicoterapeutico basato su questa ricerca e caratterizzato dall’interpretazione controllata della resistenza, del transfert e del desiderio. In questo senso, il termine psicanalisi viene utilizzato come sinonimo di trattamento psicanalitico; ad esempio, intraprendere una psicoanalisi (o analisi).
  3. Un insieme di teorie psicologiche e psicopatologiche che sistematizzano i dati forniti dal metodo psicanalitico di ricerca e trattamento. 

La sua comparsa nel 1900 rappresentò un enorme affronto alla psichiatria dell’epoca, alla tradizione aristotelico-tomista occidentale e al senso comune dominante, aprendo una nuova visione del soggetto umano, decentrandolo da quella posizione di razionalità centrale, spostando l’enfasi dalla volontà onnipotente e concentrandola su “un’altra scena”, l’inconscio, che ci costituisce veramente come soggetti. In altre parole, rese evidente che non siamo padroni della nostra vita psicologica, del nostro modo di essere più personale, ma piuttosto che questo è la prova di un Altro che ci ha plasmati. La nostra storia è tessuta alle nostre spalle, e questo è vero per ogni soggetto umano. Questa è la normalità. 

«Crediamo di dire ciò che vogliamo, ma in realtà è ciò che hanno voluto gli altri, più specificamente la nostra famiglia, che ci parla» (Lacan: 1995). Questa è la grande sovversione inaugurata dalla psicanalisi, la nuova «rivoluzione copernicana», come direbbe Freud: l’introduzione di una nuova concezione del soggetto che apre una nuova possibilità di concepire la clinica, mentre stabilisce una nuova etica che mette in discussione la nozione di normalità e di «malattia mentale».

Il disagio causato dalla sua comparsa ha portato, e continua a portare, a tentativi di diffamazione, attaccandola su tutti i fronti: per mancanza di rigore scientifico (secondo il modello epistemologico che identifica la scienza con il laboratorio), per essere più vicina alla speculazione e alla ciarlataneria, per costituire una fantasia pansessualista, per essere una tecnica già superata dagli attuali sviluppi delle neuroscienze, per rappresentare una concezione eurocentrica inutile in altre parti del mondo e per altri “riconoscimenti” qua e là. Indubbiamente, la frase di dubbio conio cervantiano ” abbaiano, Sancho ” si adatta perfettamente a questo contesto. 

L’opera di Freud diede origine a numerosi seguaci, alcuni dei quali furono duramente criticati all’epoca dal fondatore della psicanalisi, come Carl Jung e Alfred Adler, per via della loro deviazione dai fondamenti originali della teoria. Dopo la morte di Freud, emersero diversi sviluppi. I più notevoli furono quelli di Melanie Klein in Gran Bretagna, in gran parte dedicati alla psicanalisi infantile, Donald Winnicott e Wilfred Bion, entrambi inglesi e la Psicologia dell’Io, sviluppatasi principalmente negli Stati Uniti, con autori come Hartmann, Kris, Loewenstein, Erikson e Rapapport, che si allontanarono considerevolmente dalla scoperta radicale di Freud, cercando “tecniche di adattamento” sempre più vicine a un approccio volontaristico e non troppo distanti dalla psichiatria tradizionale. Ciò portò all’emergere in Francia di Jacques Lacan, intorno al 1950, con il suo grido di battaglia “ritorno a Freud”, nel tentativo di recuperare l’elemento sovversivo del momento fondativo del metodo. 

In sintesi: entrambe le concezioni (marxismo e psicanalisi) sono rivoluzionarie, in quanto distruggono i miti e aprono nuove prospettive per le relazioni e le azioni delle persone: da un lato, il raggiungimento della rivoluzione socialista, dall’altro, rendere conscio l’inconscio attraverso l’elaborazione/accettazione della propria storia, grazie alla quale inibizioni, sintomi e varie ansie scompariranno. 

Freudo-marxismo: un’unione possibile o impossibile?

Detto quanto sopra, vediamo quale relazione si può stabilire tra le due teorie. Da qui la nascita di quello che venne chiamato “freudo-marxismo”.

Questo termine si usa per indicare una corrente di pensiero emersa tra il 1920 e il 1930, principalmente tra autori tedeschi, tutti legati alla Scuola di Francoforte: Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse, Erich Fromm, Walter Benjamin, Leo Löwenthal e, suo principale esponente, Wilhelm Reich. 

L’iniziativa fu accolta piuttosto bene fin dall’inizio, attirando sia marxisti che psicanalisti. Può essere descritta in breve come un tentativo di sintetizzare queste due visioni monumentali dell’umanità, nel tentativo di generare un discorso che le amalgami; vale a dire, integra e armonizza lo studio della psicologia umana (con la sua concezione rivoluzionaria di una vita psichica inconscia) con l’analisi dettagliata delle strutture socio-economiche che sono alla base dell’edificio sociale. 

Il successo di quell’impresa fu molto controverso; al di là dell’interessante idea di combinare due interpretazioni radicalmente sovversive di fenomeni studiati dalle scienze sociali, il risultato fu piuttosto deludente, se non addirittura discutibile o persino da respingere e questo, di fatto, è ciò  che accadde. Rimase solo un insieme di buone intenzioni, prive di effetti pratici verificabili, derivanti da presupposti deboli e altamente discutibili: la logica dell’inconscio non può essere ridotta a determinanti socio-economiche, così come la spiegazione della storia e ancor meno la possibilità di generare una rivoluzione politica, economica e sociale, non può basarsi su desideri inconsci o sull’elaborazione dei fantasmi infantili che plasmano la vita di ogni individuo. 

Dice Maurice Sauval: 

“L’obiettivo di Reich era quello di integrare la “microfisica” del complesso di Edipo nella “macrofisica” della struttura economica della società o, più in generale, di sviluppare una teoria unificata dei fenomeni umani. Ma, come in fisica, né i fenomeni “macroscopici” della lotta di classe né i fenomeni “microscopici” delle formazioni inconsce possono essere ridotti a una logica comune, ovvero a una teoria unificata. Il tentativo di Reich di forzare questa connessione si rivelò vano e servì solo ad allontanarlo sia dal campo della psicanalisi sia da quello della lotta di classe “.

L’ambizione dei freudo-marxisti, e più di ogni altro quella di Reich, era di raggiungere una scienza in grado di garantire una conoscenza totale (sia individuale, sia sociale) del fenomeno umano, una completezza che non tralasciasse nulla. Indubbiamente, ciò implica una fantasia che, se letta attraverso una lente psicanalitica, solleva interrogativi sull’assoluto, sul tentativo di superare la mancanza, la castrazione come asse fondamentale. Come sarebbe possibile raggiungere questa “totalità”? Non c’è dubbio che questa presunta conoscenza non esista e non possa esistere, il che non significa, tuttavia, che non vi siano vasi comunicanti tra questi due ambiti del sapere. La domanda, quindi, diventa: è possibile unirli? Come, e per quale scopo? Dopo i primi anni delle iniziative della Scuola di Francoforte, nel 1968, all’apice del Maggio francese, un lacaniano convinto come Jacques-Alain Miller, in gioventù, poteva ancora affermare che «I discorsi di Marx e Freud possono essere comunicati attraverso trasformazioni regolate e riflettersi in un discorso teorico unitario» (Miller: 1968). La verità è che un simile discorso non si è mai concretizzato, né potrà mai farlo.

Una presunta scienza in grado di articolare i due ambiti in un unico discorso è chiaramente impossibile. Non è fattibile in termini teorici, e ancor meno in una determinata pratica sociale. Dire a un paziente che i suoi problemi soggettivi (la disfunzione erettile o la frigidità, ad esempio, o i suoi rituali di pulizia, la sua gelosia patologica e le paure irrazionali degli insetti, i suoi deliri schizofrenici o gli svenimenti isterici, per citare solo alcune possibili ragioni per cui cerca aiuto) sono dovuti a un sistema socio-economico che lo opprime, non solo è un grossolano errore terapeutico che molto probabilmente farà scappare il paziente senza aver risolto nulla, ma rafforzerà anche il pregiudizio antipsicanalitico, consolidando l’idea che la psicanalisi non sia altro che ciarlataneria inconsistente. Tutte queste condizioni cliniche, il disagio emotivo che affligge noi esseri umani, potranno essere superati solo con una rivoluzione socialista? Ovviamente, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. 

D’altro canto, attivare una forza politica di sinistra, sovversiva e con una proposta anticapitalista (partito politico, gruppo armato, sindacato, organizzazione popolare di base) invocando l’inconscio, il fallo e la castrazione come elementi articolatori della vita soggettiva non porterà molto lontano. L’organizzazione e la presa di coscienza delle masse popolari, che a un certo punto potrebbero essere in grado di compiere il salto rivoluzionario andando oltre il capitalismo, possono essere realizzate facendo appello a un discorso politico di denuncia e mobilitazione, mostrando che esistono prospettive al di là dell’impresa privata e della vergognosa democrazia rappresentativa formale in cui viviamo. Evocare i fantasmi edipici che ci costituiscono non ci avvicina alla rivoluzione.  

Per dirla senza mezzi termini, la “psicopatologia” di cui soffriamo (tutti, perché non possiamo fare a meno di essere nevrotici, moderatamente adattati, con le nostre inibizioni, sintomi e ansie più o meno gestibili, psicotici o perversi, a seconda di alcune delle tre modalità in cui si costruisce la prole umana, ma sempre con un grado di disagio intrinseco alla nostra condizione di soggetti parlanti) non si risolve con un discorso politico, per quanto appassionato e mobilitante possa essere. 

Questo malessere (Freud scelse per uno dei suoi libri più importanti proprio questo titolo provocatorio: Il disagio della civiltà) permea l’intera esperienza umana, classi sfruttatrici e classi sfruttate ed è legato ai percorsi della nostra storia soggettiva, particolare, unica e irripetibile, forgiata a partire dal desiderio dell’altro, che ci parla e ci plasma a prescindere dalla nostra posizione nella struttura sociale. Ricchi e poveri, oppressori e oppressi, nei termini articolati dal marxismo, possiamo tutti soffrire degli stessi sintomi, di simili difficoltà, delle stesse allucinazioni psicotiche. Tutto ciò trascende l’appartenenza di classe. 

D’altro canto, lo sfruttamento di classe, l’estrazione di plusvalore e l’accumulazione di capitale non sono direttamente correlati al modo in cui ogni individuo, sfruttatore o sfruttato, elabora il proprio complesso di Edipo; questi elementi sono una sovradeterminazione trans-soggettiva; indipendentemente dal grado, dal tipo o dalla profondità della nevrosi (o psicosi) che possiamo avere, se occupiamo la posizione sociale di proprietari di un mezzo di produzione (il proprietario terriero, il banchiere o l’industriale), saremo sfruttatori nella logica del capitalismo e lo stesso vale se apparteniamo alla vasta massa dei lavoratori salariati. Alcolismo, eiaculazione precoce o tentativi di suicidio isterici sono gli stessi in tutti i settori. In ogni caso, si avranno maggiori o minori risorse per affrontare questi problemi, a seconda della propria posizione socioeconomica: maggiori risorse economiche o una preparazione accademica o un maggior numero di fattori debilitanti per affrontare questo malessere, ma lo sfruttatore e lo sfruttato funzionano come tali, a prescindere dai loro irripetibili profili soggettivi. Il corso della società non può essere spiegato dalla “follia” personale di nessuno.

Come giustamente afferma Paula Valderrama: 

«Gli psicanalisti dovrebbero comprendere che trasporre i matemi dedotti dal lettino alla società nel suo complesso porta solo a una metafisica politicamente reazionaria. Ma anche i marxisti dovrebbero comprendere che nessun approccio rivoluzionario, né alcuna forma di militanza, risolverà i conflitti tra ogni individuo e il suo godimento e che nessuna condizione di classe ci esenterà da questo conflitto».

È chiaro e l’esperienza storica lo ha confermato, che, sebbene il marxismo e la psicanalisi rappresentino rivoluzioni epocali nei rispettivi campi, non sono conciliabili nella pratica. Le proposte freudo-marxiste del secolo scorso non hanno avuto successo, né lo avranno, perché si riducono a poco più che buone intenzioni; in definitiva, non possono guidare un’azione trasformatrice perché, dal punto di vista psicanalitico, stravolgono le verità fondamentali della psicanalisi. 

L’individuo si relaziona alla realtà e può agire al suo interno sulla base di ciò che Freud chiamava, e che la psicanalisi constata in ogni analizzando, “realtà psichica”: “I fantasmi possiedono una realtà psichica opposta alla realtà materiale. (…); nel mondo delle nevrosi, il ruolo principale spetta alla realtà psichica”. Vale a dire: ciò che abbiamo di costruito nella nostra storia è la struttura a partire dalla quale ci relazioniamo e agiamo nel mondo. Non si tratta di idealismo metafisico, ma di una verità che inaugura questa nuova visione dell’umanità: siamo il prodotto di una storia personale e, sulla base di essa, ci muoviamo ed elaboriamo il mondo. Se questa storia ci pone nella posizione di essere psicologicamente “malati”, di persone che soffrono, allora questo problema deve essere affrontato, e a questo scopo esiste la psicanalisi, l’approccio clinico. 

D’altro canto, se l’obiettivo è trasformare la società e, senza dubbio, il modello capitalista sfruttatore deve essere trasformato, poiché questo sistema si basa sull’oppressione della maggioranza della popolazione (viene prodotto più cibo di quanto sia necessario per sfamare perfettamente tutta l’umanità, eppure la fame rimane una delle principali piaghe) ciò non si otterrà mai modificando le soggettività, “rendendo conscio l’inconscio superando la resistenza ”, come diceva Freud, ma piuttosto attraverso una pratica politica rivoluzionaria che implichi organizzazione e mobilitazione popolare. Le parole di Lenin sono pertinenti in questo contesto: “La rivoluzione non si fa, si organizza”. È complesso, se non impossibile, affermare che esistano “società malate”; esistono contraddizioni sociali, che non sono la stessa cosa (si pensi alla lotta di classe). Non si può intraprendere una “psicanalisi” della società. È chiaro che questo approccio può aiutarci a comprendere certi fenomeni sociali: la moda, il nazionalismo sciovinista, l’identificazione con un leader, i linciaggi, la passione per una squadra di calcio allo stadio, i mass media e il loro profondo impatto, per esempio. Ma il corso sempre violento delle relazioni tra gruppi umani (“La violenza è la levatrice della storia “, come avrebbe detto Marx) non può essere ridotta a un’analisi puramente clinica. Ribadiamo questo punto: non esiste una “malattia” sociale, né tantomeno una “terapia” per essa; esistono problemi sociali che richiedono approcci politici , il che è tutt’altra cosa. 

Il freudo-marxismo emerso dalla Scuola di Francoforte, è stato in gran parte dimenticato come tale; né i marxisti né gli psicanalisti lo hanno mai pienamente accettato, né tantomeno sviluppato, e quindi si è rivelato un fallimento. Ma resta un interrogativo: è irrimediabilmente impossibile essere contemporaneamente psicanalisti e marxisti? L’uno invalida l’altro, oppure è possibile pensare e agire utilizzando entrambi i quadri teorici? Come afferma giustamente David Pavón-Cuéllar: “Abbiamo bisogno di Freud per capire come il soggetto sia psicologicamente influenzato da ciò che apprendiamo da Marx. (…) Per essere pienamente materialisti, i marxisti dovrebbero essere anche freudiani ” (Pavón-Cuéllar: 2020). L’obiettivo di questo testo è tentare di rispondere a tale domanda. 

Come essere marxisti e psicanalisti allo stesso tempo?

La domanda potrebbe anche essere formulata come segue: in quale misura un campo teorico contribuisce all’altro, o come una determinata pratica (clinica o militanza politica) può essere alimentata o articolata con l’altra, a reciproco vantaggio? Forse una potrebbe trarne maggior beneficio rispetto all’altra?

È vero che, sebbene entrambe le prospettive affrontino la sottomissione del soggetto, la sua alienazione in quanto non corrispondente a sé stesso e sovradeterminato da forze o circostanze che lo trascendono, l’etica e l’esito finale di queste pratiche sono diversi, persino dissimili. La psicanalisi è una relazione a due in uno spazio definito che presuppone un legame particolare come il transfert e che cerca di aiutare il paziente a farsi carico della propria storia, eliminando così quella che Freud chiamava “amnesia” e risolvendo in tal modo il disagio che lo affliggeva. Il marxismo va oltre il soggetto individuale per postulare la necessità che tutti, in quanto classe sfruttata, si uniscano contro il nemico di classe comune e trasformino i rapporti di potere, spodestando i proprietari dei mezzi di produzione per instaurare un nuovo modello sociale: il socialismo, preludio alla futura società senza classi. Come giustamente afferma Rosario Herrera Guido: «La proibizione dell’incesto come legge fondante della cultura non è il cuore al cui ritmo marcia la repressione sociale» (Herrera Guido: 2003).

Dunque, ciò che ogni teoria si propone di perseguire quando si concretizza in una pratica in un dato momento storico è ben diverso. Le questioni etiche in gioco sono differenti: la psicanalisi, per spingerci all’estremo, potrebbe essere considerata di orientamento pessimistico; Freud lo espresse in questo modo:

Il programma che il principio di piacere ci impone, ovvero essere felici, è irrealizzabile; tuttavia, non è lecito, anzi, non è possibile rinunciare ai nostri sforzi per avvicinarci in qualche modo alla sua realizzazione .”

E un successivo psicanalista, Daniel Gerber, lo espresse in questo modo: 

«La psicanalisi non promette né può promettere alcuna armonia tra gli esseri umani e per l’umanità. Può solo mettere in guardia dall’inevitabilità di un’eterna discordia, di un malessere insormontabile che, da un lato, è inerente alla cultura e la tormenta, ma che, dall’altro, ne costituisce la forza motrice fondamentale, la sua stessa possibilità di vivere e sopravvivere, precariamente, sempre più o meno sull’orlo dell’autodistruzione. Ma la reazione è comprensibile: la cultura non può sopravvivere senza speranze; le persone hanno disperatamente bisogno di credere in un futuro prospero che le liberi dalle privazioni del presente.» 

Non ha torto. Tornando a quanto detto prima, nella condizione umana c’è un’intrinseca inquietudine che non può scomparire. C’è sempre qualcosa che manca; ecco perché esiste il desiderio, perché siamo costantemente alla ricerca di qualcosa. Siamo spinti da un desiderio che viene appagato da un oggetto che non esiste, eppure ci attrae: perché il milionario che ha tutto continua a cercare più ricchezza? Perché il coniuge che mantiene un rapporto familiare “felice e normale” cerca qualcosa di più al di fuori del matrimonio? In altre parole, c’è sempre un certo grado di insoddisfazione; non siamo mai pienamente completi. In questo senso, la psicanalisi si occupa dei limiti, di una mancanza originaria. Non c’è un paradiso in vista, né può esserci. La morte e la sessualità sono i limiti insormontabili. 

Al contrario, la concezione inaugurata dall’opera di Marx ha dato origine a un’etica e a una pratica politica che mirano alla trasformazione rivoluzionaria della società, senza però distaccarsi da un’idea che continua a essere in gran parte guidata da un volontarismo che, si presume, può tutto, ignorando i limiti di cui ci mette in guardia la psicanalisi. Per questo, come ha sottolineato Pavón-Cuéllar, abbiamo bisogno di Freud per comprendere appieno le possibilità (e le difficoltà e/o impossibilità) nonché le tempistiche realistiche per la trasformazione che auspichiamo. L’inno “L’Internazionale”, assolutamente efficace nel suo appello fondamentale (“Proletari di tutto il mondo: unitevi per la rivoluzione “), risente di questo ottimismo, forse un po’ eccessivo. È importante comprenderne il contesto, riconoscendo che il suo paroliere, Eugène Pottier, lo scrisse nel 1871, nel pieno della prima esperienza di controllo operaio della società, la storica Comune di Parigi, che ispirò Marx a sviluppare la sua idea di “dittatura del proletariato”. Certo, il pensiero freudiano allora non esisteva, oggi sì e non possiamo ignorarlo. Il testo della canzone (nella versione latinoamericana, N.d.T.) recita:  

Il giorno in cui otterremo la vittoria, non ci saranno più né schiavi né padroni.

L’uomo è fratello dell’uomo / avranno pari diritti.

Il giorno in cui otterremo la vittoria / non ci saranno più né schiavi né padroni,

La Terra sarà un paradiso, / la patria dell’umanità.”

Senza ombra di dubbio, possiamo ormai affermare categoricamente che il paradiso non esiste; l’unico paradiso è il paradiso perduto, un luogo mitico di completezza e di felicità bucolica e celestiale che non si trova in nessun luogo sulla Terra. Ciò non significa che la ricerca di un mondo post-capitalista più giusto sia una chimera, un sogno ardente e irrealizzabile. Al contrario, è assolutamente e innegabilmente necessaria. Il mondo attuale, con il suo abbagliante sviluppo scientifico e tecnologico, potenzialmente in grado di garantire a tutta l’umanità una vita dignitosa, con la piena soddisfazione di tutti i bisogni materiali fondamentali, ci permette di offrire, secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, una vita mediamente soddisfacente (alimentazione adeguata, acqua potabile, alloggio dignitoso, salute e istruzione, sicurezza sociale, diritto al riposo e allo svago) solo al 15% della popolazione mondiale, cioè al Primo Mondo e ad alcune sacche del Sud globale, mentre il resto dell’umanità (85%) sopporta mancanze di risorse, a volte inimmaginabili. Questo, indubbiamente, come questione di giustizia minima, deve cambiare. Mentre buona parte dell’umanità soffre di insicurezza alimentare e altri sono obesi, l’affare più redditizio, che muove somme di denaro astronomiche e ispira la massima ingegnosità del genere umano, è la produzione di armi sempre più letali e sofisticate. La morte ha la priorità sulla vita. “Pulsione di morte?”, si chiederà Freud. Siamo condannati all’autodistruzione? Allo stato attuale delle cose, con un possibile olocausto termonucleare o una catastrofe ecologica causata dall’uomo, questo è plausibile. 

L’attuale sistema, che al momento sembra invincibile (è probabile che la razza umana si estingua prima del capitalismo, a causa di una possibile guerra nucleare totale o dell’incombente catastrofe ambientale) non offre né può offrire soluzioni ai grandi problemi dell’umanità. Il suo unico obiettivo è il profitto, l’accumulo di sempre più capitale, a prescindere dal benessere umano. Se l’automazione e la robotizzazione in corso, che sarebbero di enorme aiuto per le persone, consentono la massimizzazione dei profitti aziendali, pur finendo per lasciare una grande massa di lavoratori disoccupati, questo non è un problema per il sistema: siano benvenuti i robot, dunque. Se il potere viene dimostrato, ad esempio, sganciando bombe atomiche su popolazioni civili non combattenti, come ha fatto il governo degli Stati Uniti su due città giapponesi quando la guerra era già decisa, non importa: mezzo milione di persone vengono incenerite semplicemente per dimostrare chi è il padrone del mondo. Al di là, o parallelamente, all’incompletezza evidenziata dalla psicanalisi, da cui derivano gli infiniti giochi di potere che affronteremo in seguito, è necessario risolvere queste carenze che rendono la vita così difficile alla stragrande maggioranza del pianeta.

Si ripropone dunque la domanda: è possibile essere contemporaneamente psicanalista e militante comunista? Perché non dovrebbe esserlo? L’esperienza del fallito freudo-marxismo sembra aver dimostrato che il tentativo di unire entrambe le teorie in un unico approccio unitario non ha portato a nessun risultato. Forse, quindi, dobbiamo riconsiderare la questione: in che modo ciascuna di queste pratiche trae beneficio dalla conoscenza e dall’integrazione delle idee dell’altra? In altre parole: cosa apporta l’essere marxista a uno psicanalista, e viceversa: in che modo la conoscenza delle idee psicanalitiche arricchisce un marxista?

La pratica della psicanalisi, che è fondamentalmente di natura clinica, pur non ignorando certo il possibile approccio alla cultura, all’arte, e a determinati fenomeni sociali di massa, implica una propria logica e un proprio quadro concettuale: l’inconscio, la rimozione, la pulsione, il complesso di Edipo, il fallo, la castrazione, la ripetizione, il conflitto e la jouissance, tra gli altri. Non può essere alimentata dall’ideologia marxista, che opera secondo una logica diversa: lotta di classe, sfruttamento, plusvalore, accumulazione, Stato, rivoluzione e dittatura del proletariato. Uno psicanalista, o la comunità psicanalitica, può prendere posizione in termini ideologico-politici e scegliere di inquadrare la propria prassi all’interno di un progetto trasformativo, oppure no. 

Nel primo caso potrà considerarsi un lavoratore del campo della salute, promuovendo una critica della visione psichiatrica-manicomiale prevalente, condivisa da tutta la psicologia adattazionista che rifiuta l’idea dell’inconscio – correnti che Lacan criticò aspramente con il suo invito a tornare alla natura rivoluzionaria del testo di Freud. La psicanalisi non è né elitaria né condannata a una pratica liberale della professione come pratica privata. Non è nemmeno, in termini strettamente politici, di sinistra. È un quadro concettuale che permette di lavorare demistificando i pregiudizi che circondano il regno sempre confuso e spaventoso della “follia” e della “normalità”, aprendo nuove prospettive per affrontare il disagio emotivo, che sia in un elegante studio, in un ospedale pubblico o in un precario centro di salute comunitario in una zona rurale. In questo senso, è liberatoria; liberatoria dai fantasmi che ci tengono incatenati a una storia che ci opprime, ma non libera dalle catene politiche, economiche e sociali. La psicanalisi può essere parte di una nuova pianificazione della salute, che risponda ai bisogni popolari, contribuendo ad alleviare il disagio psicologico di chiunque ne faccia richiesta. Non si tratta, ovviamente, della rivoluzione sociale, perché non è questo il suo obiettivo. Il cambiamento sociopolitico ed economico si realizza attraverso la pratica politica rivoluzionaria; non dobbiamo confonderla con quest’ultima, altrimenti rischieremmo di ripercorrere la sfortunata strada del freudo-marxismo. La liberazione sociale (la rottura delle catene che ci mantengono sotto l’oppressione sociale e politica) non si ottiene attraverso una pratica personale con il paziente: si può ottenere attraverso l’organizzazione popolare per la lotta. 

Questo disagio può (deve) essere affrontato con qualcosa di più della sola psicofarmacologia, che non è da scartare in determinate circostanze ma solleva dubbi rispetto al suo uso eccessivo (una delle categorie più vendute dalle grandi case farmaceutiche, le stesse che, guarda caso, finanziano i manuali standard di psicopatologia). Allo stesso modo, un approccio psicanalitico mette in discussione le tecniche di autoaiuto, i metodi di sviluppo personale e l’intera gamma di proposte incentrate sul sé (coscienza, ragione), che generalmente si riducono a poco più che consigli e appelli alla resilienza, all’oblio del passato e all’invocazione di una presunta forza di volontà da risvegliare, il tutto finalizzato a un futuro auspicabilmente prospero. In tutti questi approcci, la voce della persona sofferente viene messa a tacere, imbavagliata (con farmaci o con appelli al volontarismo), mentre la grande sovversione freudiana va nella direzione opposta: 

«Il nevrotico è una persona malata che viene curata con le parole, soprattutto con le proprie. Deve parlare, raccontare, spiegare lui stesso. Freud lo definisce così: “l’assunzione da parte del soggetto della propria storia, nella misura in cui essa è costituita dalla parola rivolta a un altro”», afferma Lacan, riassumendo il grande passo avanti di una clinica non stigmatizzante. 

Affermare di essere politicamente neutrali come operatori sanitari è assurdo, perché si può finire per appoggiare posizioni conservatrici, di destra e, probabilmente, indurre pregiudizi ideologici nella pratica clinica. È successo nell’Associazione Psicanalitica Internazionale, che ha dato origine a posizioni conservatrici e autoritarie. Ma lo stesso è accaduto nell’ambiente lacaniano che, dopo la morte del suo mentore, ha virato verso posizioni spesso dogmatiche e meccanismi di formazione e trasmissione discutibili, come la controversa procedura della “passe”. Perché gli psicanalisti non potrebbero essere di sinistra e, abbracciando l’ideologia del materialismo storico proporre, con Marx, quella “critica implacabile di tutto ciò che esiste “, che includerebbe, ovviamente, il ruolo socio-politico della psicanalisi, la sua istituzionalizzazione, la sua partecipazione ai programmi sanitari e la sua mercificazione? La necessaria critica all’idea omeostatica di adattamento nell’ambito della psiche, così come praticata dalla psichiatria e dalla psicologia non psicanalitiche, non significa che coloro che lavorano in questo campo siano esenti dai determinanti sociali e dalle pressioni adattive che ci vengono imposte da ogni parte. Si può dunque svolgere un lavoro psicanalitico in una favela? Perché mai qualcuno dovrebbe dire di no? Non vi sono forse anche lì sofferenze psicologiche, desideri repressi, fantasmi angoscianti che devono essere ascoltati e affrontate, proprio come nel lussuoso studio di un quartiere residenziale? Nevrosi, psicosi e perversioni non sono legate alla classe sociale. Sono, semplicemente, “il costo della civiltà “, come direbbe Freud. E questo permea tutta la società. 

Da una prospettiva marxista, la pratica della militanza politica e quindi il progetto rivoluzionario che si promuove che, se intrapreso da una posizione autenticamente di sinistra, non può che consistere nell’organizzazione dal basso per giungere all’insurrezione popolare, rifiutando così l’ingannevole democrazia rappresentativa, può trarre grande beneficio dagli insegnamenti freudiani. Le esperienze del XX secolo ribadiscono questa necessità. 

La psicanalisi permette a ogni individuo di riappropriarsi della propria storia, prendere la parola, rafforzarsi nella propria espressione e assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Pertanto, modifica profondamente la sua posizione soggettiva rispetto ai piaceri parassitari a cui è vincolato (attraverso la sofferenza), promuovendo altre forme di godimento: quello estetico, ad esempio. Di fatto, si può collegare l’efficacia di certe rivoluzioni in relazione all’arte (espressione umana dei nostri dolori e, allo stesso tempo, forza motrice del desiderio). Basti pensare che l’Unione Sovietica, nei suoi primi anni, ha portato un cambiamento rivoluzionario nel mondo, non solo in ambito socio-economico, ma anche nelle arti: poesia, cinema, letteratura, danza e teatro; cambiamenti che continuano a esserci di grande beneficio ancora oggi, come il celebre “metodo delle azioni fisiche” di Konstantin Stanislavskij, affermato in tutto il mondo come principale metodo di recitazione per il teatro e il cinema, basato sui fondamenti concettuali del marxismo. L’azione trasformatrice ci costruisce e ci costituisce; crea soggetti nuovi. Oppure si pensi alla Cuba socialista, con l’impareggiabile progetto della “Casa de las Américas”, una vera e propria esplosione creativa di cultura. Così, una cura psicanalitica giunta a conclusione dà origine a una completa messa in discussione del potere e, in qualche modo, ciò produce cambiamenti fondamentali nell’ambiente circostante e nella comunità. Nessuna rivoluzione può instaurare il paradiso senza gravi conseguenze, ovvero idealizzazioni discutibili che possono poi mutare in dogmi e fondamentalismi, soffocando nuovamente ogni dissenso. Su questo punto cruciale, Trotsky aveva ragione, diffidando di qualsiasi establishment definitivo. Da qui la sua idea di “rivoluzione permanente”. Il socialismo non è i rigidi manuali stalinisti sovietici. 

Cosa possiamo aspettarci da una rivoluzione socialista concepita in termini marxisti? Può una prospettiva psicanalitica contribuirvi?

Gli studi di Marx, sviluppati nella seconda metà del XIX secolo, hanno consolidato un’efficace teoria per la comprensione del corso della storia e, in particolare, per la completa analisi del modo di produzione capitalistico. Le sue scoperte hanno aperto la strada a cambiamenti rivoluzionari, iniziati nel XX secolo. Quelli già citati in Russia, Cina, Vietnam, Corea del Nord, Cuba e Nicaragua hanno tracciato la strada. In tutti questi paesi si sono verificate straordinarie trasformazioni socio-economiche, molto positive per le rispettive popolazioni, che hanno dato origine a tentativi di costruire qualcosa di nuovo sotto ogni aspetto: nuovi valori, nuove pratiche culturali, in un quadro etico nuovo e alternativo. Tuttavia, l’atteso “uomo nuovo” non si è mai pienamente materializzato. 

Nel corso del tempo, molti di questi cambiamenti si sono rivelati insostenibili, provocando profonde battute d’arresto nei processi rivoluzionari: l’Unione Sovietica, il primo stato operaio-contadino della storia, si è disintegrata; il blocco socialista europeo è scomparso; paesi come Cuba e il Nicaragua, che avevano nel grande paese sovietico un punto di riferimento, si sono trovati in gravi difficoltà e la Repubblica Popolare Cinese si è aperta ai meccanismi di mercato. Tutto ciò è stato interpretato dalla destra globale come la prova dell’assoluto fallimento del socialismo, portando un ideologo come Francis Fukuyama a proclamare trionfalmente ” la fine della storia e delle ideologie “. Ma né la storia né le ideologie erano finite.

Questa pessima situazione delle prime, embrionali esperienze socialiste fu considerata, da un punto di vista ovviamente ideologico (le esperienze non erano ancora estinte), come una enfatica dimostrazione del trionfo del capitalismo, supportata dalla massima del Primo Ministro britannico Margaret Thatcher “Non c’è alternativa “: o capitalismo o capitalismo! In realtà, le alternative esistono ancora. Come già detto, il sistema capitalistico non offre all’umanità altra via d’uscita se non una ricchezza favolosa per pochi, a scapito di privazioni senza fine per la stragrande maggioranza e la guerra come possibile mezzo per continuare ad accumulare ricchezza. Il socialismo, nonostante tutte le critiche e le correzioni che si possono e si devono fare, rimane una speranza. La sua ricerca, anche se in momento storico non è in ascesa, è l’unica possibilità per salvare l’umanità dalla catastrofe. Le parole di Rosa Luxemburg risuonano vere: “Socialismo o barbarie “. In ogni caso, non è intenzione di questo testo approfondire queste complesse questioni, ma vale la pena soffermarsi sul punto sollevato: questo presunto “uomo nuovo” non è mai emerso completamente. Potrà mai nascere? La psicanalisi può offrirci qualche indizio.

«Tutte le rivoluzioni hanno dimostrato una sola certezza: molte trasformazioni sono state compiute, ma poche nell’essere umano», è una frase attribuita a Marx. Questa osservazione ha permesso a Lacan di dire, non senza suscitare forti polemiche, che «Non c’è progresso. Ciò che si guadagna da una parte lo si perde dall’altra». Questo solleva la questione se siamo condannati alla forma di essere del soggetto che siamo e conosciamo, o se sia possibile concepire qualcosa di nuovo. Il fatto è che tutti i processi rivoluzionari sono stati portati avanti da soggetti che provengono (ovviamente, non poteva essere altrimenti) dal capitalismo; ciò significa persone formate, costruite e plasmate da un’ideologia e da uno specifico contesto culturale e, cosa molto importante, da una specifica istituzione che è la famiglia. La domanda è: quanto è progredita la costruzione di questo «uomo nuovo» con questi processi rivoluzionari? L’esperienza ci insegna che molto poco. O per niente.

Patriarcato, razzismo, verticismo autoritario, adultocentrismo, in altre parole, indiscutibili esercizi di potere, sono formazioni ideologiche e culturali profondamente radicate in noi. In realtà, siamo ciò che siamo a partire da questi pregiudizi costitutivi, da queste forme fondanti che ci plasmano. Nessuno può rimanerne al di fuori, né le masse mobilitate durante il fervore rivoluzionario (né in seguito, qualora si instaurasse una società post-capitalista), né la dirigenza, un gruppo che agisce da avanguardia, tracciando la rotta, che ha compiuto un salto intellettuale nella comprensione dei fenomeni politici, ma che proviene comunque dallo stesso brodo di coltura. Sarebbe impossibile prescindere da questi elementi determinanti, perché sono ciò che ci dà identità, ciò che ci costituisce come soggetti di una comunità. Il problema sorge dal fatto che, con questa materia prima umana e non altra, tentiamo di cambiare il mondo. Un’impresa titanica, certamente, ma non impossibile. La psicanalisi può aiutarci a decifrare labirinti in questo ambito.

Il rovesciamento dei primi processi socialisti e l’attuale stagnazione delle lotte popolari sono dovuti alle politiche controrivoluzionarie feroci e sanguinose imposte dalla destra. Il caso della Cina, che ha imparato molto dall’esperienza sovietica, presenta un modello estremamente singolare, il socialismo di mercatoil socialismo con caratteristiche cinesi, che costituisce un capitolo a sé stante, che va ben oltre la presente analisi (un modello di successo, per inciso, che non approfondiremo). Ma oltre a questo attacco spietato e continuo attraverso guerre, sabotaggi, embarghi, spionaggio, disinformazione, blocchi, isolamento e molto altro, si possono individuare come elementi che contribuiscono alla difficoltà di proseguire nell’avanzata come nelle prime fasi dell’esplosione rivoluzionaria, fattori che possono essere interpretati non solo da una prospettiva politica ed economica; ci riferiamo alla relazione tra il soggetto umano e il potere.

Come abbiamo affermato in questo testo, l’incompletezza è un elemento che definisce la condizione umana. Castrazionemancanza o limitazione sono diverse espressioni di questa condizione originaria dalla quale non possiamo sfuggire. Esiste tuttavia un modo, indubbiamente illusorio, per trascenderla: l’esercizio del potere. Sentirsi potenti significa colmare inconsciamente questa mancanza fondamentale: esercitare il potere in qualsiasi sua variante (maschilismo, razzismo, eteronormatività, status economico privilegiato, ecc.) permette di sentirsi “superiori”, di essere “più” degli altri. Significa sentire che si decide della vita altrui. In questo modo, siamo dei (la completezza assicurata) e non semplicemente un individuo fra gli altri (mortali volgari, incompleti, semplici e limitati). Indubbiamente, a causa dell’effetto narcotizzante della fantasia di sopprimere, anche solo temporaneamente, la mancanza, il potere affascina, seduce e nessuno ne rifugge.

Il capo netturbino, nella gerarchia sociale vigente un lavoratore ben poco qualificato, considerato l’anello più basso della catena, si sente “superiore” al netturbino comune; questa quota di potere gli conferisce qualcosa che lo pone in una condizione “migliore”. Il capitalista miliardario, con una quota di potere maggiore rispetto ai due precedenti, si sente “superiore” ai netturbini. Il ciclo è infinito: più si sale nella piramide sociale, più si è “superiori”. Gli uomini più delle donne, i bianchi più dei neri, gli abitanti delle città più di quelli delle campagne, gli eterosessuali più degli omosessuali. Accade però che tutti invecchieranno, svilupperanno vene varicose e artrite con l’età e, se sono maschi, dovranno molto probabilmente affrontare difficoltà nell’erezione, per infine morire, un limite insormontabile. Ma l’immensa sensazione di potere apparentemente libera/esenta da questo limite. È circolata la diceria secondo la quale il nipote del celebre miliardario Rockefeller si sarebbe sottoposto a sei trapianti di cuore vivendo fino a 101 anni. “Ogni volta che ricevo un nuovo cuore, è come un soffio di vita; sento l’energia e la vita che ritornano “, avrebbe affermato. La sensazione di sconfinata grandezza indubbiamente ipnotizza, seduce e affascina. Questo non è cambiato in nessuna esperienza socialista, né potrà mai cambiare.

Il materialismo storico come scienza deve continuare ad approfondire tutti questi aspetti. I nuovi collettivi di lotta emersi nel corso degli anni (lotta contro il patriarcato, contro il razzismo, contro la discriminazione sessuale, ecc.) danno nuova energia alla lotta antisistemica, quindi è necessario stabilire i relativi collegamenti con i fondamenti del materialismo storico. I testi classici sono fondamentali, ma con lo stalinismo molta teoria è diventata dogma, più vicina a un atteggiamento religioso che scientifico. I manuali sovietici non hanno aperto la ricerca, ma si sono limitati, in generale, a ripetere formule. Ciò ha influenzato notevolmente il campo comunista internazionale, spesso fedele seguace di Mosca. Bisogna continuare ad approfondire lo strumento teorico con cui delineare una strategia rivoluzionaria; questo sembra mancare oggi. Le scienze sociali hanno continuato a progredire e molte di esse possono fornire indizi importanti per questa costruzione: la psicanalisi (e la sua ricerca sulla condizione umana, sul fascino del potere), la semiotica (che studia come possiamo essere trasformati in un gregge docile attraverso l’uso della comunicazione), ad esempio. La realtà umana si rivela complessa, difficile da districare e solo attraverso le letture critiche fornite da queste scienze contemporanee possiamo comprendere alcune delle impasse del socialismo reale. Le lotte di potere, ad esempio, generalmente crudeli e sanguinose, non si verificano solo a destra, ma anche a sinistra. Non è forse giunto il momento di riconoscerlo per affrontarle con uno spirito scientifico critico? Il materialismo storico è una scienza, non una religione dogmatica.”

Le esperienze socialiste, che non possono affatto essere considerate un fallimento (fame e ignoranza furono sconfitte e le ingiustizie drasticamente ridotte) non hanno continuato a progredire a causa della fenomenale aggressione di cui sono state e continuano a essere vittime, ma anche a causa della ripetizione dei modelli socioculturali tradizionali che ci plasmano. In tutte queste esperienze si sono ripetute situazioni simili: lo spirito della Comune di Parigi, che effettivamente si incarnava nelle esperienze democratiche di base di quei primi tempi (i soviet dei primi anni, ad esempio, o le assemblee popolari a Cuba), o la democrazia popolare e diretta come esiste oggi nelle comunità zapatiste, è stato gradualmente abbandonato, e si è affermata una specie di nuova classe sociale, composta dalla burocrazia dei funzionari. Bisogna ricordare che molti dei vecchi quadri del Partito Comunista dell’URSS, la Nomenklatura, sono diventati, dopo il 1991, i nuovi oligarchi. “Non dobbiamo tornare al 1917 “, gli sussurra all’orecchio un consigliere di Putin. Modificare questa condizione umana fondamentale solleva un interrogativo: è davvero possibile questo “uomo nuovo”? Come e in che modo? Certamente non attraverso un atto volontario di misticismo militante, né per decreto governativo. Quindi, come?

La questione potrebbe essere portata all’estremo, fino al punto di risultare paradossale, forse persino sconcertante: perché, quando l’agricoltura produceva un surplus sociale, di questo surplus si appropriava qualcuno in particolare (faraone, sommo sacerdote, ecc.), trasformando il mitico comunismo primitivo di cacciatori-raccoglitori egualitari nella prima società stratificata? Esiste forse un’ineluttabile vocazione al potere insita inesorabilmente nei membri della specie “umana”? L’ideologia socialista, che mira a cambiare radicalmente il mondo, cerca anche di modificare la nostra natura individuale, la formazione del soggetto con tutte le caratteristiche negative sopra menzionate. È in quest’ottica che è nata l’idea dell'”uomo nuovo”, sebbene, indubbiamente, non si possano ignorare in questa scommessa i pregiudizi costitutivi, alcuni dei quali millenari. Uno di questi, letto da una prospettiva strettamente femminista, potrebbe interrogarci sul perché il termine “uomo” venga usato come sinonimo di umanità, perpetuando così una nozione patriarcale, a prescindere dalle buone intenzioni. Perché non dire, ad esempio, un nuovo “essere umano”? La lingua spagnola, la nostra casa comune, ci obbliga a questa riflessione. 

In quest’ottica, vale la pena chiedersi perché gli esseri umani siano come sono, perché il potere ci influenzi in questo modo; parallelamente a questa domanda, e a complemento di essa, dobbiamo anche approfondire la ricerca su come costruire qualcosa di nuovo, come creare un soggetto di tipo diverso. Fino a che punto ciò è possibile?

Un dirigente storico della rivoluzione bolscevica come Lev Trotskij, aperto alla psicanalisi (cosa che non accadde con Stalin, che la bandì di fatto), si interrogava su questo nei momenti iniziali di quel grande cambiamento nella storia dell’umanità che ebbe luogo nella Russia del 1917: 

Non c’è alcun dubbio che l’uomo del futuro, il cittadino della comune, sarà un essere estremamente interessante e attraente e che la sua psicologia sarà estremamente diversa dalla nostra.” 

Come abbiamo già detto, la psicanalisi può metterci in guardia su ciò che è in gioco. Questo nuovo soggetto tanto desiderato non può essere plasmato secondo un progetto politico concepito dietro una scrivania, in un contesto accademico. Ciò che siamo sfugge alla nostra volontà cosciente (per questo Freud e la psicanalisi sono emersi, distruggendo i miti). Ricordiamo, con Valderrama, che «non esiste proposta rivoluzionaria, né militanza, che possa risolvere i conflitti di ciascun soggetto con la propria jouissance», vale a dire con la sua condizione fondamentale di castrato, di intrappolato nel linguaggio e nelle sovradeterminazioni che lo hanno costruito. Questo, da un lato, non ci esime dal continuare a cercare incessantemente l’equità che oggi manca (attraverso una pratica politica ispirata al marxismo), e dall’altro, dal considerare una nuova forma di civiltà che produca soggetti non aggressivi come noi, non eternamente incentrati sulla ricerca del potere e sulla sottomissione dell’altro. Il cardine fondamentale per questo consisterebbe nel plasmare una nuova istituzione familiare (il pensiero freudiano può indicarci delle vie in questo senso).

Gli sviluppi della psicanalisi hanno insegnato che la tendenza aggressiva che osserviamo nelle relazioni interpersonali (“la storia è un altare sacrificale “, diceva Hegel, sempre intriso di sangue, aggiungiamo) che, per il pensiero conservatore, sarebbe considerata naturale, o peggio, divinamente voluta, non deriva da alcuna eredità genetica, ma dal modo in cui gli esseri umani diventano umani, diventano soggetti sociali. Questa presunta aggressività innata risiede nel modo in cui diventiamo esseri sociali, uno della serie, soggetti storici appartenenti a un codice simbolico che ci costruisce e che non scegliamo, ma che piuttosto ci sceglie. “Sei la cosa più carina del mondo”, dice la madre al figlio; noi ci crediamo (narcisismo primario) e in questo nasce il dramma umano. Se veniamo contraddetti, se ci viene mostrato il nostro difetto strutturale, in altre parole: se ci viene fatto capire che non siamo “la cosa più carina del mondo”, perché non esiste la “cosa più carina” per eccellenza, se non per la madre che ce l’ha detto, può scatenarsi l’aggressività e l’altra persona può rapidamente diventare un nemico. 

L’altro non può essere assente da questa dinamica, perché è con lui, a partire da lui, in un’immancabile dialettica, che il bambino umano diventa “normale”, semplicemente uno tra tanti, né il più bello né il migliore, ma semplicemente un altro anello nell’infinita catena che forma l’umanità. «Nella vita psichica individuale, ‘l’altro’ appare sempre integrato, di fatto, come modello, oggetto, aiutante o avversario», spiega Freud (pertanto, non esiste una psicologia individuale; essa è sempre e necessariamente sociale). Vale a dire, può esserci solidarietà, a volte, ma anche competizione; per questo motivo, in queste società che si sono sviluppate nel corso di diversi millenni, dall’agricoltura in poi (il capitalismo ne è un esempio), tutte basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, la dialettica hegeliana di padrone e schiavo si esprime sempre in modo violento. 

Il possibile meccanismo per la creazione di questo nuovo soggetto implicherebbe quindi la concezione di una nuova famiglia, una nuova istituzione in cui la prole venga umanizzata. In effetti, nelle prime fasi della Rivoluzione russa, vi furono significativi tentativi in ​​questa direzione. Donne come Vera Schmidt e Alexandra Kollontai, combinando una visione marxista della società con una posizione critica nei confronti della morale borghese dominante, ispirate dalla nascente psicanalisi, aprirono la strada. Il ritorno della tradizione, ovvero il ritorno schiacciante della burocratizzazione conservatrice portata dallo stalinismo, pose fine a quell’esperienza. In quei primi tentativi, abbiamo un interessante esempio dell’articolazione delle due correnti di pensiero che sono alla base della nostra riflessione attuale. Possiamo leggere in Alexandra Kollontai che:

«Lo Stato operaio ha bisogno di una nuova forma di relazione tra i sessi. L’affetto intimo ed esclusivo della madre per i suoi figli deve estendersi a tutti i bambini della grande famiglia proletaria. Invece di un matrimonio indissolubile, basato sulla servitù della donna, assisteremo alla nascita di unioni libere, rafforzate dall’amore e dal rispetto reciproco di due membri dello Stato operaio, uguali nei diritti e nei doveri. Invece di una famiglia individualista ed egoistica, si svilupperà una grande famiglia universale di lavoratori, in cui tutti i lavoratori, uomini e donne, saranno innanzitutto compagni. Tale sarà la relazione tra uomini e donne nella società comunista. Queste nuove relazioni garantiranno all’umanità tutte le gioie del cosiddetto amore libero, nobilitato da una vera uguaglianza sociale tra compagni, gioie sconosciute nella società commerciale del regime capitalista.»

Proporre oggi cose come queste, nel pieno del XXI secolo e con l’attuale ascesa delle destre, ormai al limite del fascismo, che calpestano le conquiste sociali storiche e con posizioni ultraconservatrici che brandiscono minacciose motoseghe, potrebbe sembrare assurdo. Ma non lo è. I due grandi quadri teorici che abbiamo cercato di presentare qui rimangono assolutamente validi. La lotta di classe è tutt’altro che conclusa. Le ingiustizie continuano a permeare le dinamiche umane globali, con caratteristiche nuove rispetto a quelle del XIX secolo, ma altrettanto, se non più, dannose. In questo senso, la formulazione marxista rimane attiva, valida, o meglio ancora: indispensabile. D’altro canto, il disagio emotivo che, in misura maggiore o minore, è sempre presente nella nostra vita quotidiana merita un approccio come quello proposto da Freud, che vada oltre la reclusione in manicomi, camicie di forza o terapia elettroconvulsiva o, meglio ancora, che proponga qualcosa di più avanzato della psicofarmacologia anestetizzante, delle tecniche di riadattamento, di autoaiuto e di miglioramento personale, o degli algoritmi attuali che “sanno come siamo e ci danno la ricetta per essere felici”: “se vuoi, puoi!”.

In tal senso, pur senza cercare un’unità teorico-pratica che è di fatto impossibile, il marxismo e la psicanalisi continuano a essere ambiti che non possiamo in alcun modo ignorare se intendiamo seriamente lavorare per un mondo diverso, non così afflitto da ingiustizie e arbitrarietà. 

Bibliografia

Althusser, L. (1996). Freud y Lacan. Madrid: Siglo XXI Editores.

Bleichmar, N. y Leiberman-Bleichmar, C. (2017). El psicoanálisis después de Freud. Teoría y clínica. Buenos Aires: Editorial Paidós. 

Braunstein, N. (1980). Psiquiatría, teoría del sujeto, psicoanálisis. Hacia Lacan. Siglo XXI Editores.

Colussi, M. (Compilador) (2013). Sembrando utopía. Crisis del capitalismo y refundación de la Humanidad. Gazeta. Disponible en: https://gazeta.gt/wp-content/uploads/2019/10/Sembrando-utop%C3%ADa.-Crisis-del-capitalismo-y-refundaci%C3%B3n-de-la-Humanidad.pdf

______ (2024). Vamos por el socialismo. CLACSO/FLACSO. Disponible en: https://biblioteca-repositorio.clacso.edu.ar/bitstream/CLACSO/251694/1/Vamos-socialismo.pdf

Falcón, M. (2003). Vera Schmidt: Un intento de educación psicoanalítica en la Unión Soviética. Disponible en: https://www.topia.com.ar/articulos/vera-schmidt-un-intento-de-educaci%C3%B3n-psicoanal%C3%ADtica-en-la-uni%C3%B3n-sovi%C3%A9tica

Freud, S. (1991). Psicología de las masas y análisis del yo. En: Obras completas. Volumen XVIII. Amorrortu Editores.

______ (1991). Conferencias de introducción al Psicoanálisis. En: Obras completas. Volumen XV. Amorrortu Editores. 

______ (1991). Psicoanálisis y teoría de la libido. En: Obras completas. Volumen XVIII. Amorrortu Editores. 

______ (1992). Más allá del principio de placer. En: Obras completas. Volumen XVIII. Amorrortu Editores.

______ (1992). El malestar en la cultura. En: Obras completas. Volumen XXI. Amorrortu Editores.  

______ (1992). Esquema del psicoanálisis.En: Obras completas. Volumen XXIII. Amorrortu Editores.

Gramsci, A. (1975). Quaderni del carcere. Torino: Einaudi.

Herrera Guido, R. (2003). El programa freudomarxista. Universidad Michoacana de San Nicolás de Hidalgo. Devenires IV, 8. Págs. 105-128

Kohan, N. (2016). Marx en clave latinoamericana. Guatemala: Universidad de San Carlos de Guatemala. 

Kollontai, A. (1977). La mujer nueva y la moral sexual. Madrid: Editorial Ayuso.

Lacan, J. (1974). La dificultad de vivir, Revista Panorama, N° 387, (Roma, Italia). 21 de diciembre de 1974. Disponible en: https://www.iztacala.unam.mx/errancia/v14/polieticas_5.html#aste2.

______ (1975). Joyce, el síntoma. Disponible en: http://biopoliticayestadosdeexcepcion.blogspot.com/2012/11/joyce-el-sintoma-i-16-de-junio-1975.html.

______ (1986). Seminario VII: La ética del psicoanálisis. Buenos Aires: Paidós. 

Larrauri Olguín, G.; Martínez López, J. (2012). Sobre psicoanálisis, cultura y comunicación. Entrevista con Daniel Gerber. En Razón y Palabra, N° 79, mayo-julio, Universidad de los Hemisferios. Quito, Ecuador.

Lenin, V. (2007). El Estado y la revolución. La doctrina marxista del Estado y las tareas en la revolución. Buenos Aires: Editorial Longseller. 

Marx, C. (1977). Crítica del Programa de Gotha. Moscú: Editorial Progreso.

______.(1980). Contribución a la crítica de la economía política, en Carlos Marx y Federico Engels. Obras escogidas (Volumen I). Moscú: Editorial Progreso.

Miller, J. A. (1968). Action de la structure. En Cahiers pour l’analyse, N° 9. Págs. 93-105. Disponible en: http://cahiers.kingston.ac.uk/pdf/cpa9.6.miller.pdf

Pavón-Cuellar, D. (Coordinador). (2017). Capitalismo y psicología crítica en Latinoamérica. Del sometimiento neocolonial a la emancipación de subjetividades emergentes. México: Kanankil Editorial.

______ (2020). Doce lecciones del freudomarxismo. Disponible en: https://www.laizquierdadiario.com/Doce-lecciones-del-freudomarxismo

______ El Marx de Žižek y el marxismo žižekiano. (2023). En Enrahonar. An International Journal of Theoretical and Practical Reason 70. Págs. 187-204.

Pavón-Cuéllar, D. y Parker, I. (2018). Marxismo, psicología y psicoanálisis. México: Editorial Paradiso.

Reich, W. (1972). Psicología de masas del fascismo. Madrid: Editorial Ayuso.

______ (1972). Materialismo dialéctico y psicoanálisis. México: Siglo XXI Editores.

Rozitchner, L. (2003). Freud y los problemas del poder. Buenos Aires: Editorial Losada. 

Sauval, M. (2002). Psicoanálisis y marxismo. Los bordes problemáticos del psicoanálisis y la lucha de clases. Desgrabación de la conferencia realizada por el Centro de Estudiantes de Psicología, Facultad de Psicología, Universidad Nacional de Buenos Aires.

Suárez, A. (1995). Freudomarxismo: pasado y presente. En Armando Suárez (Compilador), Razón, locura y sociedad.México: Siglo XXI Editores.

Trotsky, L. (1974). El nuevo curso. Problemas de la vida cotidiana. Buenos Aires: Siglo XXI.

Valderrama, P. (S/F). Psicoanálisis y Marxismo: ¿Un diálogo imposible? Disponible en: https://www.psicomundo.com/foros/psa-marx/debate-edm/pm.html 

Vargas Lozano G. y Páramo Ortega, R. (2016). Marx y Freud: hacia una nueva racionalidad de la Sociedad y de la Historia. México: Tirant lo Blanch y UAM-Iztapalapa.

mmcolussi@gmail.com

https://www.facebook.com/marcelo.colussi.33

https://www.facebook.com/Marcelo-Colussi-720520518155774

https://mcolussi.blogspot.com

https://www.instagram.com/marcelocolussi8

7/6/2026

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *