Centrali nucleari: due studi estesi negli USA associano la vicinanza agli impianti all’aumento della mortalità per tumore

di Fabrizio Bianchi (già direttore di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche)

I dati sulla sicurezza del nucleare civile americano continuano a far discutere la comunità scientifica internazionale, delineando un quadro sempre più complesso e sempre meno trascurabile. All’inizio del 2026, un primo studio intitolato “National analysis of cancer mortality and proximity to nuclear power plants in the United States”, pubblicato sull’autorevole rivista Nature Communications da un gruppo di scienziati guidato da Yazan Alwadi, aveva già scosso il settore.

Analizzando la mortalità nel periodo 2000-2018, lo studio aveva stimato oltre 115.000 decessi complessivi per cancro associabili alla vicinanza geografica ai reattori, evidenziando una vulnerabilità particolarmente marcata tra la popolazione più anziana. 

Quel primo lavoro aveva lanciato l’allarme analizzando la mortalità oncologica generale a livello delle contee (equiparabili alle nostre provincie), la successiva analisi epidemiologica dello stesso gruppo di Harvard ha compiuto un passo ulteriore, andando a dissezionare l’impatto specifico sui tre grandi gruppi di tumori del polmone, della mammella e del colon-retto.

La nuova analisi, anch’essa estesa su tutto il territorio USA ha aggiunto altri risultati di rilievo.

Il nuovo studio, pubblicato il 20 maggio da poco passato sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, rappresenta una delle più estese analisi epidemiologiche mai condotte negli Stati Uniti. La ricerca ha setacciato vent’anni di dati (2000-2020) incrociando i registri di mortalità del CDC di Atlanta (Centro per il controllo delle malattie) di tutte le contee americane con la mappa dei 54 reattori attivi negli USA e di alcuni impianti canadesi di frontiera. Per farlo, gli studiosi hanno calcolato un indice di “prossimità cumulativa” entro un raggio di 200 chilometri dai siti.

I modelli statistici sono stati rafforzati considerando numerose variabili esterne: dall’età al reddito, fino al tasso di tabagismo, all’obesità, all’accesso alle cure e ai fattori climatici. Il risultato, depurato da questi elementi “confondenti”, mostra un’associazione positiva e statisticamente significativa tra la maggiore prossimità alle centrali e l’aumento della mortalità oncologica.

I numeri dell’esposizione invisibile e impalpabile confermano rischi forti.

Secondo le stime degli autori, nel ventennio analizzato la vicinanza agli impianti sarebbe responsabile di:

·     77.891 decessi totali per tumore a polmone, mammella e colon.

·     39.767 vittime tra le donne (pari al 2,01% della mortalità femminile complessiva per queste tre patologie).

·     38.124 vittime tra gli uomini (il 2,33% della mortalità maschile per gli stessi tumori).

L’impatto maggiore della vicinanza ai reattori si registra nei polmoni, con una impronta di genere molto importante:

·     Tra le donne, circa 18.500 decessi stimati per cancro al polmone e oltre 16.000 per il tumore alla mammella.

·     Tra gli uomini: circa 26.000 decessi attribuibili al cancro polmonare e circa 9.000 al tumore del colon-retto.

Rispetto all’età l’effetto della prossimità geografica alle centrali colpisce in modo più aggressivo i più anziani: tra i maschi tra i 65 e i 74 anni gli autori hanno stimato oltre 14.000 decessi prematuri siano attribuibili alla vicinanza ai reattori.

Il segnale di un’associazione solida e costante aggiunge un tassello importante sul nesso causa-effetto, pure non rappresentando la parola definitiva. Considerando il tipo di disegno epidemiologico ecologico di entrambi gli studi (dati aggregati e non individuali), gli autori della ricerca invitano alla cautela, consapevoli che essendo di fronte a meccanismi complessi di tipo probabilistico e non deterministico, c’è bisogno della convergenza di risultati di studi di diverso tipo. Sul meccanismo biologico alla base di questo fenomeno c’è ancora da studiare, così come sulla valutazione dell’esposizione individuale a basse dosi di radiazioni ionizzanti.  Infatti, la comunità scientifica concorda sul fatto che le emissioni ordinarie delle centrali siano estremamente basse, ma anche sul fatto che i risultati emersi da questa estesa mappatura non possono essere sottovalutati. In termini di salute pubblica è da considerare che sono milioni i cittadini che vivono a ridosso dei reattori nucleari, la cui salute deve essere tutelata.

Naturalmente, gli impatti sulla salute emersi anche a livelli bassi di radiazioni, assumono valore anche per gli altri luoghi dove sono presenti centrali nucleari o dove si pensa di poterne localizzare di nuove.  

Nella valutazione complessiva, oltre ai costi di costruzione e di gestione, e ai rischi ambientali, i rischi per la salute dovrebbero essere opportunamente valutati per gli aspetti diretti e anche di impatto economico. 

1/6/2026 https://ambientenonsolo.com/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *