Crisi della democrazia. Il passato che non passa
Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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di Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
Nel dibattito pubblico italiano si è consolidata una frattura che non riguarda soltanto il passato, ma il modo in cui il passato viene utilizzato per interpretare il presente. Da un lato, una parte dell’opinione pubblica, del mondo accademico e di alcuni settori culturali individua in diversi atti, linguaggi e scelte governative segnali di continuità con una cultura politica che, pur non essendo fascismo storico, ne richiama alcuni tratti fondamentali: la costruzione del nemico interno, la centralità dell’ordine, la delegittimazione del dissenso, la riduzione della complessità sociale a un problema di sicurezza. Dall’altro lato, la maggioranza politica respinge con forza questa lettura, sostenendo che il fascismo sia morto con Mussolini e che ogni richiamo all’antifascismo sia ormai una retorica anacronistica, incapace di cogliere la realtà contemporanea. La maggioranza ha un interesse evidente a negare qualsiasi continuità, anche solo culturale, con il fascismo: riconoscerla significherebbe mettere in discussione la propria legittimazione democratica, alimentare sospetti internazionali, incrinare la narrazione di normalità istituzionale che costituisce uno dei pilastri della sua comunicazione politica.
Però, chi denuncia segnali di autoritarismo strisciante non lo fa per evocare fantasmi del passato, ma per analizzare come alcune dinamiche – linguistiche, legislative, simboliche – possano indebolire progressivamente la qualità democratica di un Paese. La questione non riguarda la nostalgia di un’epoca, ma la capacità di riconoscere forme contemporanee di concentrazione del potere, di erosione delle garanzie, di costruzione di identità politiche fondate sull’esclusione.
Il punto, allora, non è stabilire se oggi esista o meno il fascismo. Il punto è comprendere se esistano dispositivi culturali che, pur operando in un contesto democratico, riproducono logiche di gerarchia, sospetto verso la differenza e normalizzazione dell’emergenza. È su questo terreno che si colloca il dibattito più serio, quello che non si accontenta di slogan ma interroga la struttura profonda del potere. La democrazia non si indebolisce attraverso gesti eclatanti, ma attraverso trasformazioni lente, quasi impercettibili, che modificano il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Una parte del discorso pubblico insiste sulla necessità di una “pacificazione nazionale”, sostenendo che il fascismo appartenga definitivamente alla storia e che l’antifascismo sia diventato una sorta di moda ideologica, utile solo a mantenere vive divisioni ormai prive di senso. Questa retorica, tuttavia, spesso si accompagna a un tentativo di parificazione tra vittime e carnefici, come se fascismo e antifascismo fossero due estremismi speculari. La storiografia ha sempre respinto questa tesi: il fascismo fu dittatura, repressione, leggi razziali, guerra coloniale, deportazioni; l’antifascismo fu resistenza a tutto questo. Mettere sullo stesso piano i due fenomeni significa cancellare la natura strutturale della violenza fascista e ridurre la storia a un conflitto tra fazioni.
Parallelamente, si diffonde l’idea che “il fascismo era un’altra cosa”, un fenomeno irripetibile, legato a un contesto storico specifico e dunque inutilizzabile come categoria interpretativa del presente. È un argomento che funziona come dispositivo di rimozione: separa il fascismo storico da ogni forma contemporanea di autoritarismo culturale, impedendo di riconoscere segnali che, pur non essendo identici, possono essere analoghi nella logica di fondo. La storiografia più attenta ha mostrato come il fascismo non sia solo un regime, ma anche una cultura politica, un insieme di pratiche, linguaggi e rappresentazioni che possono sopravvivere alla caduta del regime stesso. La difficoltà sta nel riconoscere queste forme quando non si presentano con i simboli del passato, ma con linguaggi nuovi, più compatibili con il lessico democratico.
Chi sostiene che oggi non esista alcun rischio autoritario si appoggia spesso a un argomento apparentemente solido: non ci sono camicie nere, non ci sono adunate, non ci sono simboli d’epoca. Ma ridurre il fascismo alla sua iconografia significa non coglierne la natura profonda. Le scienze storiche utilizzano il termine non per descrivere un costume, ma per individuare un modello politico ricorrente: un modello che si manifesta ogni volta che si afferma l’idea che alcuni gruppi valgano più di altri, che la disuguaglianza sia un ordine naturale, che la diversità rappresenti una minaccia da contenere. Il fascismo, in questa prospettiva, non è un fenomeno confinato nel passato, ma una struttura che può riemergere in forme nuove, adattandosi ai contesti contemporanei.
Ciò che definisce questo modello non è l’estetica del Ventennio, ma la logica che lo sosteneva: la costruzione del diverso come pericolo; la progressiva sostituzione della mediazione con forme di intervento autoritativo presentate come soluzioni necessarie; la concentrazione del potere accompagnata dalla delegittimazione delle garanzie democratiche; il nazionalismo identitario che immagina la comunità come un corpo da purificare; la propaganda che sostituisce la realtà con un racconto di complotti, traditori e nemici interni. Quando questi elementi ricompaiono, non si tratta di evocare il 1922: si tratta di riconoscere un modello che la storia ha già mostrato e che può riemergere in forme nuove.
A questo quadro si aggiunge un elemento decisivo: il ruolo di una parte del sistema mediatico. Non si tratta di censura esplicita, né di controllo diretto dell’informazione. Il fenomeno è più sottile: una porzione del giornalismo rinuncia alla propria funzione critica e si trasforma in un dispositivo di legittimazione del potere politico. Alcuni commentatori adottano un linguaggio che non solo riproduce la narrazione governativa, ma la radicalizza, attribuendo alla maggioranza capacità salvifiche e alla minoranza responsabilità grottesche. È in questo contesto che si arriva ad accusare la sinistra persino della mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali di calcio, o a presentare le riforme della destra come strumenti capaci di ridurre violenze, pedofilia e ogni forma di devianza sociale. Quando il giornalismo abdica alla propria funzione di controllo, la democrazia perde uno dei suoi contrappesi fondamentali. La critica diventa ostilità, il potere diventa oggetto di celebrazione, la complessità diventa un ostacolo da rimuovere. La selezione delle notizie, la scelta dei toni, la gerarchia delle priorità, l’uso di categorie morali al posto di categorie analitiche producono un ambiente informativo in cui la percezione prevale sui fatti. La realtà non viene negata: viene riorganizzata.
Il caso del rapporto tra il Mezzogiorno e la Lega è emblematico. Per anni, una parte significativa della retorica leghista ha costruito il Sud come problema, come peso, come ostacolo allo sviluppo del Paese. Le espressioni utilizzate sono note e documentate. Eppure, nel momento in cui la Lega ha modificato la propria strategia politica, una parte dell’elettorato meridionale ha scelto di ignorare quel passato, come se non fosse mai esistito. È un fenomeno che mostra come la memoria politica non operi come criterio di valutazione, ma come elemento sacrificabile in nome di convenienze immediate.
È in questo contesto che si colloca l’esempio del Presidente del Senato Ignazio La Russa, che il 25 aprile ha rivendicato che, anche nel suo ruolo istituzionale, rifarebbe ciò che fece da ministro: recarsi al Cimitero Monumentale di Milano per rendere omaggio non solo ai partigiani caduti, ma anche ai militi della Repubblica Sociale, compresi alcuni appartenenti alla X MAS. Non è un gesto di “riconciliazione nazionale”: è la normalizzazione istituzionale della parificazione tra chi combatté per la libertà e chi combatté per una dittatura alleata del nazismo. È la dimostrazione plastica di come la memoria pubblica possa essere manipolata dall’alto, riscrivendo ciò che la storia ha già giudicato.
Lo stesso vale per la questione delle fedine penali dei candidati. In un sistema politico maturo, la trasparenza sulla condotta personale e professionale dei rappresentanti è un elemento essenziale della fiducia pubblica. In Italia, invece, la presenza di candidati con condanne, procedimenti in corso o comportamenti incompatibili con la responsabilità istituzionale non costituisce necessariamente un ostacolo alla loro elezione. In alcuni casi, diventa persino un elemento di costruzione dell’immagine pubblica: l’arroganza, la sfida alle regole, la rivendicazione di un’identità “contro” vengono trasformate in strumenti di consenso. La politica, così, si emancipa da ogni vincolo etico, come se la credibilità fosse un optional e non una condizione minima della rappresentanza.
In questo quadro si collocano anche le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni (e del suo capogruppo alla Camera Giovanni Donzelli) che, in occasione dell’anniversario della morte di Giorgio Almirante, ne ha celebrato le “gesta” politiche, rimuovendo completamente la sua storia: direttore de La Difesa della Razza, promotore della retorica sulla “purezza” etnica, sostenitore della Repubblica Sociale, responsabile politico di fucilazioni sommarie di partigiani. Non si tratta di un dettaglio biografico: è la legittimazione istituzionale di un passato che dovrebbe costituire un limite invalicabile, non un patrimonio da rivendicare.
Questa separazione tra etica e politica si intreccia con il ruolo dei media. La distorsione non riguarda solo la selezione delle notizie, ma la costruzione di narrazioni che assolvono o condannano a seconda della convenienza politica. Alcuni media non si limitano a riportare i fatti: li reinterpretano, li piegano, li ricodificano. La falsificazione non è necessariamente esplicita: può avvenire attraverso omissioni, accenti, scelte lessicali, gerarchie informative. La memoria collettiva, così, non è più un archivio, ma un prodotto editoriale. Quando un fatto viene presentato come irrilevante, marginale o “normale”, perde la sua capacità di generare interrogativi. Quando un comportamento discutibile viene minimizzato, relativizzato o giustificato, la soglia di tolleranza collettiva si alza. Quando un linguaggio aggressivo viene normalizzato, la violenza simbolica diventa parte del discorso pubblico. La realtà non viene negata: viene riorganizzata.
In questo contesto, la memoria non è solo ciò che ricordiamo, ma ciò che ci viene permesso di ricordare. Se i politici e i media selezionano ciò che merita attenzione e ciò che può essere dimenticato, la memoria collettiva diventa un prodotto editoriale. La politica, allora, può operare senza dover rispondere delle proprie contraddizioni, perché queste contraddizioni non vengono registrate, non vengono riproposte, non vengono integrate nel giudizio pubblico. La memoria diventa un terreno di manipolazione, non di consapevolezza.
La separazione tra etica e politica, la debolezza della memoria collettiva e la distorsione mediatica formano un sistema. Un sistema che permette alla politica di presentarsi come nuova anche quando ripete schemi antichi; che permette ai rappresentanti di evitare la responsabilità delle proprie azioni; che permette ai media di costruire narrazioni funzionali al potere; che permette all’elettorato di non confrontarsi con la complessità del proprio passato. La democrazia, così, si assottiglia senza che nessuno se ne accorga.
Allora il rischio non è il ritorno del fascismo storico, ma l’indebolimento progressivo della democrazia. Una democrazia senza memoria è una democrazia vulnerabile. Una democrazia che separa etica e politica è una democrazia fragile. Una democrazia che accetta la falsificazione mediatica è una democrazia esposta alla manipolazione. La questione, dunque, non è evocare il passato, ma riconoscere i segnali del presente. La democrazia richiede memoria, responsabilità, trasparenza. Richiede media capaci di interrogare il potere, non di celebrarlo.
In Italia, questa esigenza di un giornalismo capace di interrogare il potere si scontra, purtroppo, con un dato evidente: la Presidente del Consiglio si sottrae sistematicamente al confronto con la stampa. Non tiene conferenze stampa regolari, non accetta domande in contesti non controllati, non partecipa a interviste che prevedano contraddittorio. Quando decide di rilasciare dichiarazioni, lo fa esclusivamente a interlocutori selezionati, che non incalzano, non contestano, non verificano. È un modello comunicativo che riduce la stampa a un amplificatore e non a un contropotere, e che consente alla narrazione governativa di circolare senza essere sottoposta a verifica, smentita o contestualizzazione.
In definitiva, il rischio non è un ritorno al passato, ma la sua rimozione. Se non è la ricomparsa delle camicie nere, può rappresentare la perdita degli anticorpi culturali che avrebbero il compito di impedirne la logica. Se non è la nostalgia del ventennio, non potrà nemmeno essere l’indifferenza verso ciò che lo rese possibile.
Il fascismo storico è morto con Mussolini. Ma la cultura politica che lo ha reso possibile può sopravvivere in forme diverse, adattandosi ai contesti contemporanei. Riconoscere questi segnali non significa evocare un ritorno del passato, ma difendere la qualità della democrazia presente. È un compito che riguarda tutti: istituzioni, media, cittadini. Una democrazia senza memoria non può durare. Una democrazia senza etica non può funzionare. Una democrazia senza verità non può essere libera.
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