Ginevra, crolla la versione ufficiale: nuove denunce contro la polizia dopo il No G7
Pestaggi da parte di agenti in borghese, uso contestato di flashball e lacrimogeni contro manifestanti pacifici, testimonianze e video che contraddicono la narrazione delle autorità. Dopo la “gabbia” emergono nuovi elementi che gettano un’ombra sulla gestione dell’ordine pubblico durante le proteste contro il G7
A pochi giorni dalla manifestazione No G7 di Ginevra, il racconto ufficiale delle autorità appare sempre più difficile da sostenere.
Se nelle prime ore successive alla mobilitazione l’attenzione mediatica si era concentrata quasi esclusivamente sulle vetrine danneggiate, sugli scontri tra piccoli gruppi di antagonisti e la polizia e sulla Tesla incendiata, con il passare dei giorni stanno emergendo fatti che raccontano una storia molto diversa. Una storia fatta di accerchiamenti, uso massiccio della forza, identificazioni collettive, presunti pestaggi e interventi di agenti in borghese che sollevano interrogativi inquietanti sul rispetto dei diritti fondamentali.
La vicenda più grave riguarda il caso di Alexandre, un giovane che ha denunciato di essere stato aggredito da agenti in borghese nei pressi della “gabbia” allestita dalla polizia nella notte tra domenica e lunedì.
Secondo la testimonianza resa pubblica dalla televisione pubblica svizzera RTS, Alexandre e alcuni amici stavano lasciando la zona dopo essere stati allontanati dalle forze dell’ordine. A un certo punto si sono accorti di essere seguiti da un gruppo di persone mascherate armate di manganelli. Il primo pensiero è stato quello di trovarsi di fronte a un’aggressione da parte di militanti dell’estrema destra.
Pochi istanti dopo sarebbero stati raggiunti e colpiti. Quando sul posto è arrivata una pattuglia della polizia, Alexandre ha pensato che gli agenti sarebbero intervenuti per fermare l’aggressione. Invece, secondo il suo racconto, dopo aver verificato l’identità degli aggressori, la pattuglia si sarebbe allontanata.
Solo in seguito si sarebbe compreso che gli uomini mascherati erano poliziotti in borghese. Le immagini riprese da alcuni residenti dai balconi delle abitazioni vicine hanno iniziato a circolare rapidamente sui social network e hanno attirato l’attenzione dei media. Interpellata dai giornalisti, la polizia ha confermato la presenza di agenti in borghese nella zona e nell’orario in cui si sono verificati i fatti.
Non solo. Secondo quanto riportato dalla RTS, gli stessi agenti avrebbero successivamente contattato le persone che avevano realizzato il video, chiedendo loro informazioni e domandando tra l’altro se avessero partecipato alla manifestazione. Un comportamento che ha alimentato ulteriori polemiche e timori di possibili pressioni nei confronti dei testimoni.
Ma il caso Alexandre non è l’unico. Diverse organizzazioni presenti alla manifestazione hanno chiesto spiegazioni sull’utilizzo massiccio di lacrimogeni contro porzioni del corteo composte prevalentemente da manifestanti pacifici, famiglie, persone anziane e soggetti particolarmente vulnerabili.
Le testimonianze convergono su un punto. Durante alcuni momenti della manifestazione i lanci di gas lacrimogeni non sarebbero stati diretti esclusivamente verso i gruppi impegnati nei danneggiamenti o negli scontri, ma avrebbero investito ampie sezioni del corteo che non stavano partecipando ad alcuna azione violenta.
L’effetto è stato quello di disperdere migliaia di persone, costrette a cercare rifugio dove l’aria fosse ancora respirabile.
Molti raccontano di aver visto bambini, anziani e persone dichiaratamente impegnate in pratiche non violente travolti dalle nuvole di gas. Particolarmente controverso appare quanto accaduto nei pressi dell’incrocio che conduceva al parco sul lago, destinato a diventare poche ore dopo il teatro della “gabbia”. Mentre gli scontri continuavano in una zona limitata, il resto del corteo cercava semplicemente di raggiungere il parco per lasciare l’area della manifestazione. Ma tutte le vie alternative risultavano chiuse dai reparti antisommossa. L’unico passaggio rimasto aperto coincideva proprio con la zona investita da lacrimogeni, idranti e flashball.
Secondo numerose testimonianze, mentre i manifestanti arretravano per sfuggire all’aria irrespirabile, il cordone di polizia posto alle loro spalle avanzava progressivamente, spingendo la folla verso quell’unico corridoio di uscita.
In pratica, centinaia di persone sarebbero state costrette a transitare attraverso una zona saturata di gas lacrimogeni e interessata dall’uso di proiettili a impatto e getti d’acqua.
Una dinamica che solleva interrogativi particolarmente pesanti sul principio di proporzionalità nell’uso della forza.
Altre denunce riguardano proprio l’utilizzo dei flashball. Diverse persone sostengono di essere state colpite pur non partecipando ad alcun confronto con la polizia e mentre tentavano semplicemente di allontanarsi dagli scontri. Se confermate, queste testimonianze delineerebbero un quadro molto diverso da quello presentato nelle comunicazioni ufficiali.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più significativo della vicenda. Ancora una volta, come già accaduto in numerosi altri contesti europei, il racconto iniziale è stato monopolizzato dalle immagini dei danneggiamenti e degli scontri. Solo successivamente hanno iniziato a emergere le testimonianze relative all’operato delle forze dell’ordine.
È uno schema ormai ricorrente. Prima l’attenzione pubblica si concentra sulle azioni più spettacolari di piccoli gruppi di manifestanti. Poi, con il passare dei giorni, emergono elementi che permettono di comprendere meglio il comportamento delle autorità e la gestione complessiva dell’ordine pubblico.
Nel caso di Ginevra questo processo appare particolarmente evidente. La “gabbia” che ha trattenuto per un’intera notte centinaia di persone aveva già aperto una breccia nella narrazione ufficiale. Oggi le denunce riguardanti agenti in borghese, l’uso contestato di lacrimogeni e flashball e le testimonianze di chi si trovava nel corteo stanno ampliando ulteriormente quella crepa.
Soprattutto perché questi fatti non arrivano in un vuoto storico. Negli ultimi mesi Amnesty International aveva già denunciato diversi episodi problematici nella gestione delle manifestazioni legate alla Palestina a Berna, Losanna e nella stessa Ginevra. Anche allora erano emerse accuse di uso sproporzionato della forza, limitazioni del diritto di manifestazione e pratiche di contenimento giudicate incompatibili con una società democratica.
La differenza è che questa volta il numero di testimoni è enorme. Decine di migliaia di persone erano presenti in città. Centinaia sono rimaste intrappolate nella gabbia per tutta la notte. Numerosi video stanno circolando online. Giornalisti, avvocati e osservatori indipendenti hanno assistito direttamente a molti degli episodi contestati.
Per questo motivo le domande che si stanno moltiplicando in Svizzera non riguardano più soltanto il comportamento di singoli agenti. Riguardano l’intero modello di gestione dell’ordine pubblico adottato durante il G7.
Un modello che sembra fondarsi sempre più sulla deterrenza, sulla militarizzazione dello spazio urbano e sull’uso di strumenti eccezionali nei confronti di manifestazioni che, nella loro stragrande maggioranza, si svolgono in maniera pacifica.
Mentre continuano ad emergere nuove testimonianze e nuove denunce, una cosa appare già evidente: la storia della manifestazione No G7 di Ginevra non è finita con lo scioglimento della piazza. È iniziata proprio allora.









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