La società che parla sempre meno in occidente
Secondo una ricerca, nei paesi occidentali il numero di parole pronunciate quotidianamente diminui-sce in media di 338 all’anno.
di Renato Fioretti
Su Vita mi sono imbattuto in un articolo di Riccarda Zezza che, pur rivolto a un pubblico di speciali-sti, ha immediatamente catturato il mio interesse. Le dinamiche della comunicazione e del modo in cui ci presentiamo agli altri sono temi che seguo da tempo, e quel dato inatteso mi ha spinto ad ap-profondire l’argomento. Era un testo apparentemente tecnico, rivolto a chi studia professionalmente i fenomeni comunicativi, ma conteneva un dato che mi ha colpito per la sua forza simbolica: tra il 2005 e il 2019, secondo una ricerca pubblicata su Perspectives on Psychological Science, nei Paesi occidentali abbiamo perso in media 338 parole al giorno ogni anno. Ho trovato questa informazione curiosa e inquietante allo stesso tempo. Mi ha spinto a leggere altro, a consultare fonti affidabili, a cercare di capire meglio. Da questo percorso è nata una riflessione che non ha alcuna pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, ma solo di condividere un ragionamento su fenomeni che considero decisivi per comprendere la direzione in cui si sta muovendo la nostra società.
La ricerca citata da Zezza utilizza uno strumento scientifico molto rigoroso: la meta analisi. In termini divulgativi, una meta analisi è un metodo che permette di combinare i risultati di molti studi di-versi per ottenere un quadro più solido e affidabile. I ricercatori non si limitano a leggere gli studi: li selezionano secondo criteri precisi, verificano che siano comparabili, estraggono i dati numerici e li combinano con tecniche statistiche che riducono gli errori e amplificano i segnali comuni. Nel caso specifico, Valeria Pfeifer (Università del Missouri) e Matthias Mehl (Università dell’Arizona) hanno analizzato 22 ricerche indipendenti condotte tra il 2005 e il 2019 su circa 2.200 persone di età com-presa tra i 10 e i 94 anni, in Stati Uniti, Europa e Australia. Nessuno di questi studi era stato proget-tato per misurare la quantità di parole nel tempo: erano ricerche su temi diversi (adattamento al divorzio, effetti della meditazione, dinamiche relazionali). Solo incrociando i dati a posteriori è emerso un trend chiaro e sorprendente: ogni anno, nel periodo osservato, le persone hanno parlato in media 338 parole in meno al giorno rispetto all’anno precedente. Una riduzione del 28% in quattordici an-ni. È un dato che non pretende di spiegare tutto, ma che indica una direzione precisa: stiamo parlan-do meno, e non per caso.
Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una trasformazione silenziosa ma radicale della vita socia-le, che non riguarda soltanto il linguaggio, ma la struttura stessa delle relazioni. La riduzione di 338 parole al giorno per ogni anno non è un fenomeno marginale: è la misura di un’erosione progressiva dei legami quotidiani, di quelle micro interazioni che tenevano insieme la giornata e, con essa, la società. Quelle parole non erano discorsi, non erano contenuti, non erano argomentazioni: erano fram-menti di presenza, scambi minimi, riconoscimenti reciproci. Erano il barista che ti guardava negli oc-chi, il vicino che ti fermava per strada, il medico che ti chiedeva come dormivi e cosa mangiavi, il collega che capiva che qualcosa non andava prima ancora che tu lo dicessi. Erano gli “sfridi” della vita quotidiana, ciò che non serviva a nulla e proprio per questo teneva insieme tutto. La loro scom-parsa non è un effetto collaterale della modernità, ma il segno di una trasformazione antropologica profonda.
Questa trasformazione è ancora più evidente nei giovani, che sono cresciuti in un ambiente in cui la conversazione incidentale è stata sostituita da una comunicazione funzionale, rapida, frammentata. Il rapporto con i genitori si è assottigliato non perché manchi l’affetto, ma perché mancano gli spazi intermedi in cui l’affetto si traduceva in parole. Il tragitto in macchina verso la scuola, che un tempo era un luogo di confidenze involontarie, oggi è occupato da cuffie che isolano, da schermi che assorbono, da un silenzio che non è più imbarazzo ma normalità. La casa stessa è diventata un insieme di stanze chiuse, ciascuna con il proprio dispositivo, la propria connessione, il proprio mondo separa-to. La famiglia non è più un luogo di conversazione, ma un insieme di monadi che condividono un tetto e un Wi Fi. La perdita di parole è la perdita di prossimità.
A questo si aggiunge un fenomeno ancora più precoce e più insidioso: l’esposizione infantile ai di-spositivi digitali. Secondo l’Oms, l’Unicef e il progetto europeo EU Kids Online, oltre il 70% dei bambini tra i 3 e i 5 anni utilizza quotidianamente uno smartphone o un tablet, spesso per molte ore al giorno. Non si tratta di un uso consapevole, ma di un’abitudine indotta dagli adulti, che utilizzano i dispositivi come strumenti di intrattenimento, distrazione o gestione del tempo. Il bambino che “smanetta” sul cellulare per stare tranquillo al ristorante, in macchina o a casa non sta semplicemente giocando: sta apprendendo che la relazione con il mondo passa attraverso uno schermo. Sta impa-rando che il silenzio è più comodo della parola, che l’immagine è più semplice della conversazione, che l’interazione digitale è più prevedibile di quella umana. Questo processo, ripetuto ogni giorno per anni, produce un effetto cumulativo: il dispositivo diventa il primo compagno di gioco, il primo mediatore emotivo, il primo spazio di esplorazione. E quando il dispositivo diventa il primo interlo-cutore, gli altri interlocutori – genitori, coetanei, adulti – diventano secondari.
Le conseguenze sono visibili anche nello spazio pubblico. Da anni non si vedono più gruppi di bam-bini che giocano a pallone per strada, che inventano giochi collettivi, che occupano cortili e piazze. L’Istat registra un calo costante del gioco all’aperto e un aumento del tempo trascorso in solitudine davanti a uno schermo. La socialità spontanea, quella che nasceva dal contatto fisico, dalla negozia-zione delle regole, dal conflitto e dalla cooperazione, è stata sostituita da una socialità digitale che non richiede presenza, non richiede compromesso, non richiede parola. Il risultato è una generazione che ha meno esperienza di relazione diretta, meno capacità di gestire il conflitto, meno abitudine alla cooperazione. Una generazione che rischia di arrivare all’adolescenza e poi all’età adulta con un de-ficit relazionale strutturale.
Anche l’amicizia ha subìto la stessa metamorfosi. I giovani non parlano meno perché non hanno nul-la da dire, ma perché la struttura delle loro relazioni è stata riscritta da piattaforme che privilegiano la connessione permanente e la comunicazione minima. Il messaggio sostituisce la voce, l’emoji sostituisce il tono, la storia di Instagram sostituisce il racconto. La conversazione, che richiede tempo, disponibilità, vulnerabilità, è stata rimpiazzata da un flusso di segnali brevi che non chiedono risposta e non aprono spazi. L’amicizia diventa un monitoraggio reciproco, non un dialogo. Ci si vede meno, ci si parla meno, ci si scrive di più, ma si comunica di meno. La relazione si riduce a un aggiornamento costante che non lascia tracce emotive. La parola non è più un ponte, ma un segnale.
Questo processo ha un parallelo evidente nel mondo del lavoro. La frammentazione contrattuale, la precarietà strutturale, la proliferazione di forme ibride e individualizzate hanno dissolto i luoghi e i tempi in cui si costruiva una cultura collettiva. La pausa caffè, che era un osservatorio sociale, è di-ventata un’interruzione solitaria. Il lavoro da remoto ha trasformato la comunicazione in una sequen-za di messaggi asincroni, privi di contesto, privi di tono, privi di quella densità relazionale che per-metteva di capire le persone oltre i ruoli. Il collega non è più un compagno di percorso, ma un contat-to su una piattaforma. La dimensione collettiva del lavoro, che era anche una dimensione politica, si è dissolta in una somma di interessi individuali, ciascuno impegnato a sopravvivere nel proprio seg-mento. La perdita dello spirito di classe non è un fatto ideologico: è la conseguenza diretta della perdita di luoghi e tempi in cui la classe si riconosceva come tale.
La comunicazione digitale ha accelerato questo processo. Non perché sia “cattiva”, ma perché è pro-gettata per essere efficiente, non relazionale. Un messaggio è più rapido di una telefonata, una nota vocale evita l’imprevisto, una chat sostituisce la conversazione. Ma ciò che si guadagna in velocità si perde in profondità. La comunicazione diventa un compito da svolgere, non un incontro. La parola non è più un luogo di relazione, ma un contenuto da trasmettere. E quando la parola perde la sua funzione relazionale, la società perde la sua capacità di riconoscersi.
In questo contesto, la comparsa dell’interlocuzione con l’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore passaggio. Non perché l’IA sia un pericolo in sé, ma perché rischia di diventare l’ennesima scorciatoia che evita il confronto umano. Parlare con un’IA è più semplice che parlare con una per-sona: non giudica, non interrompe, non chiede nulla in cambio. È un’interazione asimmetrica, priva di rischio emotivo. Ma proprio per questo può diventare una sostituzione, non un supporto. Se la pa-rola umana è già fragile, la possibilità di rimpiazzarla con un’interazione algoritmica rischia di inde-bolirla ulteriormente. Non è un caso che molti giovani preferiscano chiedere a un assistente digitale ciò che un tempo avrebbero chiesto a un amico, a un genitore, a un insegnante. È più facile, ma è anche più solitario.
La perdita delle parole quotidiane non è quindi un fenomeno neutro. È la manifestazione di una so-cietà che ha ottimizzato ogni interazione fino a renderla sterile. Abbiamo eliminato gli “sfridi” della conversazione, quei frammenti apparentemente inutili che però costruivano fiducia, familiarità, rico-noscimento. Abbiamo sostituito la presenza con la connessione, la voce con il testo, il dialogo con l’aggiornamento. Abbiamo trasformato la comunicazione in un flusso continuo che non lascia spazio all’imprevisto, alla pausa, alla confidenza. E così abbiamo creato vuoti che non sappiamo più colma-re. La domanda non è se abbiamo perso le parole, ma cosa abbiamo perso insieme a esse. Abbiamo perso la capacità di leggere gli altri, di ascoltarli, di accoglierli. Abbiamo perso la lentezza che per-metteva alle relazioni di sedimentare. Abbiamo perso la possibilità di essere sorpresi da una conver-sazione che non avevamo previsto. Abbiamo perso la dimensione collettiva della vita quotidiana, so-stituita da una somma di solitudini connesse. Abbiamo perso, infine, la memoria emotiva di gesti che sembravano banali: aspettare il postino, ricevere una lettera, fare una telefonata senza preavviso, in-contrare qualcuno per caso e scambiare due parole senza motivo.
18/6/2026
(Pubblicato su Micromega)








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