IL FORLANINI: LA STORIA DI UNA RESISTENZA CHE RIGUARDA TUTTO IL PAESE

Medicina e potere è una lettera periodica a cura di un gruppo di attiviste/i del Forum per il Diritto alla Salute e di Medicina Democratica

Versione interattiva Lavoro e Salute Luglio 2026 – Lavoro & Salute – Blog

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La vicenda dell’Ospedale Forlanini è ormai molto più della storia di un ospedale romano. È diventata uno dei simboli della crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e della resistenza nelle lotte contro il suo progressivo smantellamento.

Chi oggi osserva il grande complesso del Forlanini vede un edificio chiuso e inutilizzato.

Dietro quella scelta, però, vi era una precisa idea di sanità.

Con la L.833/1978 nasce il SSN. È una delle più importanti conquiste del nostro Paese, scaturita dalle lotte del movimento operaio e democratico e del movimento femminista.

Ma negli anni Novanta questo modello cambia drasticamente. Con il D.lgs. 502/1992 e con le successive modifiche introdotte dal D.lgs. 229/1999 prende forma il processo di aziendalizzazione e regionalizzazione della sanità. Nella gestione del servizio sanitario entrano categorie proprie dell’impresa: efficienza, produttività, budget, competizione, profitto e organizzazione verticistica della governance.

Negli anni successivi, il Patto di stabilità, i piani di rientro regionali, la riforma del Titolo V della Costituzione e il principio del pareggio di bilancio rafforzano ulteriormente questa impostazione.

La sanità pubblica non viene abolita, viene progressivamente impoverita attraverso il definanziamento, la riduzione del personale, dei posti letto e dei servizi territoriali.

È dentro questa trasformazione che deve essere collocata la storia del Forlanini.

Un patrimonio pubblico straordinario.

Inaugurato nel 1934 come grande sanatorio dedicato alla lotta contro la tubercolosi, il Forlanini rappresentava un modello di ospedale moderno e all’avanguardia. Una struttura architettonica di grande pregio che superava la tipologia a padiglioni con uno schema di corpo centrale con bracci laterali, circondato da un grande parco ricco di numerose specie vegetali di pregio per complessivi 28 ettari. Fu concepito come una “cittadella”, con due teatri (uno dei quali di 800 posti), un cinema, una biblioteca, due chiese, un’aula magna, più vere e proprie botteghe artigiane quali barbiere, parrucchiere, calzolaio, più un museo anatomico di grande valore storico e scientifico (2000 reperti) e un Centro di Statistica sanitaria.

Con il passare dei decenni, esaurita la funzione originaria, il complesso si trasforma in un ospedale specialistico aperto al territorio, fino a costituire, insieme al San Camillo e allo Spallanzani, uno dei più grandi poli ospedalieri europei.

Il valore del Forlanini non è soltanto sanitario, dagli anni del dopoguerra, pur mantenendo la sua vocazione di luogo di cura delle patologie polmonari, il nosocomio si è occupato di varie altre specialità aperte al territorio, fino a costituire all’inizio degli anni ’80 il più grande complesso ospedaliero d’Europa con i limitrofi San Camillo e Spallanzani nella ex USL (Unità Sanitaria Locale) Roma 16, istituita nel Lazio con la L. n. 833/1978.

La chiusura: una scelta politica ben precisa.

Medicina Democratica e Forum per il Diritto alla Salute, sia in due numeri della rivista di Medicina Democratica che in Lavoro e Salute di febbraio 2023 (anno 38, n. 2) in uno “Speciale sanità Lazio”, avevano ampiamente spiegato le vicende politico-amministrative della sanità del Lazio, dove giunte di centro destra e di centro sinistra, nell’avvicendamento governativo, entrambi, attuarono politiche di contenimento della spesa, con numerose chiusure e riconversioni ospedaliere, con i tagli lineari, l’accorpamento delle ASL, la forte riduzione del personale con il ricorso alle esternalizzazioni, con appalti e subappalti, il ricorso sfrenato all’uso degli accreditamenti, dei convenzionamenti in tutte le sue forme, fino al periodo del commissariamento e del piano di rientro, che i cittadini del Lazio pagarono con il superticket e ancora oggi con l’IRPEF, tra i più alti in Italia.

Dal 2000, con l’elezione a Presidente della Regione Lazio di F. Storace (ex MSI-AN con una coalizione di centrodestra) è iniziato il “progetto” per la sua chiusura, fu il successore P. Marrazzo (già giornalista RAI di area socialista in una coalizione di centrosinistra) che lo concretizzò con una Deliberazione di Giunta Regionale. In continuità, la successiva Presidente R. Polverini (ex sindacalista UGL area MSI-AN in una coalizione di centrodestra) proseguì, con il trasferimento dei reparti ospedalieri al contiguo ospedale San Camillo ormai diventata Azienda Sanitaria Ospedaliera (ASL) in attuazione del D.Lgs. n. 502/1992, lasciando di fatto all’incuria ed al degrado i locali. Sempre R. Polverini, nel 2010, oppose un netto rifiuto ad un progetto di ristrutturazione presentato dal Commissario Straordinario da lei stessa nominato.

La chiusura definitiva arriva nel 2015 con N. Zingaretti (PD), la motivazione ufficiale fu: la “razionalizzazione della rete ospedaliera” e il “contenimento della spesa”.

La domanda politica, però, è sempre stata: perché chiudere uno dei più grandi complessi ospedalieri pubblici d’Europa proprio mentre aumentavano l’invecchiamento della popolazione, la diffusione delle patologie croniche e il bisogno di assistenza territoriale e di una medicina di prossimità?

La pandemia da Covid-19, chiamata poi, sindemia, per la correlazione dei problemi di salute con i fattori economici ed ambientali, avrebbe poi mostrato tutta la fragilità di un “sistema” che aveva progressivamente ridotto posti letto, personale e capacità di risposta del servizio pubblico.

La storia del Forlanini non è la storia di un edificio abbandonato. È la storia della progressiva trasformazione della sanità italiana. Da allora sono trascorsi undici anni.

Undici anni durante i quali migliaia di cittadini hanno visto un ospedale pubblico rimanere inutilizzato mentre aumentavano le liste d’attesa, chiudevano servizi territoriali, si riducevano posti letto e cresceva il ricorso alla sanità privata.

Quindi l’abbandono del Forlanini non è stato un incidente amministrativo, è stata una scelta politica ben precisa.

La nascita della mobilitazione.

Per questo la battaglia per il Forlanini non è mai stata una vertenza locale, iniziata da operatrici e operatori sanitari insieme a cittadine e cittadini dei quartieri di Portuense e Monte Verde, perché è diventata negli anni di tutta la città ed una delle più importanti vertenze nazionali in difesa del SSN pubblico.

Negli anni si sono succeduti annunci di riconversione, progetti di riqualificazione, promesse di rilancio. Nessuno è stato realizzato. L’unica costante è stata il progressivo degrado della struttura e lo spreco di enormi risorse pubbliche necessarie semplicemente per mantenerla inutilizzata, sono stati sostenuti per anni costi elevati persino per le utenze di una struttura chiusa.

Di fronte a questa situazione, il 2 dicembre 2015 nasce il Coordinamento dei Comitati, delle associazioni e dei cittadini e delle cittadine per il Forlanini proprietà pubblica, bene comune.

La mobilitazione cresce negli anni attraverso assemblee pubbliche, convegni, raccolte firme, manifestazioni, ricorsi amministrativi, incontri istituzionali e un costante lavoro di informazione. In questo coordinamento è stata presente attivamente anche la CGIL, inizialmente con il Sindacato Pensionati Italiani (SPI) e la locale Camera del Lavoro di Roma Centro Ovest Litoranea (COL), per poi, con l’allargamento della mobilitazione, anche con la CGIL di Roma e del Lazio, promuovendo anche iniziative di protesta contro la giunta regionale per l’apertura di un tavolo di trattativa per il Forlanini. Anche il segretario della CGIL Maurizio Landini partecipò ad un’iniziativa sindacale pubblica proprio davanti all’ex ospedale, a settembre del 2023, ribadendo il carattere nazionale della vertenza.

L’obiettivo è sempre stato chiaro: mantenere la proprietà pubblica dell’intero complesso, recuperare la sua vocazione sociosanitaria, valorizzarne il patrimonio storico, scientifico e ambientale e restituirlo alla cittadinanza.

La pandemia conferma quanto quelle proposte fossero fondate.

Il progressivo indebolimento della prevenzione, della medicina territoriale e dell’assistenza domiciliare mostra i limiti di un “sistema” che non è più “servizio” costruito prevalentemente sulla logica del contenimento della spesa.

Nel 2016 la giunta regionale guidata da N. Zingaretti emana una delibera, la n. 766/2016, attraverso la quale si inserì il complesso del Forlanini nel patrimonio disponibile della regione Lazio, aprendo, così, la strada alla sua alienazione e valorizzazione immobiliare. Contro quella delibera il Comitato Roma XII, insieme ad altri cittadini e cittadine e associazioni, presentò ricorso al TAR Lazio.  

Questo ricorso è uno dei passaggi politici e giuridici più importanti della vicenda Forlanini, perché mise in discussione il presupposto stesso della vendita dell’ospedale.

La battaglia giudiziaria si è sviluppata in due momenti fondamentali.

Il TAR, nel 2017, pur non sospendendo immediatamente la delibera, affermò che la destinazione sanitaria pubblica del complesso doveva essere salvaguardata e che la Regione non poteva liberamente disporne come di un normale bene patrimoniale.  

Il 18 aprile 2023 il TAR Lazio accogliendo il ricorso sul punto principale, riconosce che il Forlanini è un bene del patrimonio indisponibile della Regione, cioè, un bene destinato a un servizio pubblico e quindi non liberamente vendibile o destinabile a operazioni di rendita.  

Dal punto di vista politico questa sentenza è molto rilevante perché smentisce l’idea che il Forlanini fosse semplicemente un immobile da valorizzare economicamente; rafforza la tesi sostenuta dai comitati secondo cui il complesso mantiene una vocazione sanitaria pubblica e complica qualsiasi operazione di vendita, proprio per la natura di “bene indisponibile”.  

Ma nel 2024 il Governo Meloni apre una nuova fase, sottoscrivendo con il Vaticano, cioè, di fatto uno stato estero – che, paradossalmente, è solo il doppio delle dimensioni del Forlanini – una dichiarazione d’intenti per destinare l’area al nuovo polo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù appartenente al Vaticano,

Nessuno mette in discussione il valore scientifico e assistenziale del Bambino Gesù, ma il privato accreditato di cui fa parte, gestisce già oltre il 70% dell’offerta della pediatria, a discapito dell’offerta pubblica.

La questione è anche se sia opportuno che uno dei più importanti patrimoni immobiliari della sanità pubblica venga definitivamente sottratto al SSN.

È questa la risposta ai bisogni di una città che soffre di carenza di posti letto, di servizi territoriali e di tempi di attesa sempre più lunghi?

La crescita della protesta: “Insieme per il Forlanini”.

È proprio di fronte a questa prospettiva che la mobilitazione cresce.

Ad aprile 2025 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si svolge una manifestazione di protesta proprio sotto al Forlanini con associazioni, collettivi, coordinamenti e realtà di lotta locali, contro il ReArm Europe. Si sceglie il Forlanini per il pericolo della “svendita” come ennesimo atto di mercificazione della salute e profitto in sanità.

Pochi mesi dopo un gruppo di cittadini e comitati danno mandato ad una diffida al Governo, all’Agenzia del Demanio e alla Santa Sede contro la cessione dell’ex Ospedale pubblico Carlo Forlanini di Roma al Vaticano.

Contestualmente tutte le realtà coinvolte nella lotta, anche nella diversità delle loro sensibilità, comitati, associazioni, operatori sanitari, cittadini e realtà sociali, comprendendo che la difesa del Forlanini non riguarda la nostalgia per un ospedale del passato, ma il modello di sanità del futuro e si uniscono in un’unica realtà: “Insieme per il Forlanini”.

Oggi il movimento “Insieme per il Forlanini” rappresenta il punto di arrivo di una lunga esperienza di partecipazione civile.

È formato da cittadini e residenti attivi nel quartiere e nella città di Roma, Comitati e Associazioni, come il Forum per il Diritto alla Salute e Medicina Democratica, una rete di realtà sociali cittadine impegnate nella tutela del patrimonio e della salute pubblica. Sindacati come la CGIL, con anche la rappresentanza della Funzione Pubblica (FP) dei lavoratori e lavoratrici dello stesso Bambino Gesù, anch’essi contrari all’operazione, e realtà politiche che supportano la proposta per un nuovo centro pubblico di eccellenza pediatrica e una Cittadella della salute territoriale.

La sua forza consiste nell’avere trasformato una vertenza territoriale in una questione nazionale con 6 proposte concrete e realizzabili:

  1. Ricostruire la “cittadella della salute”.

Aperta al territorio riallocando al suo interno tutti i servizi oggi in affitto per un costo di centinaia di migliaia di euro tra cui il Dipartimento di Salute Mentale, Il Centro di Salute Mentale, il Dipartimento di Prevenzione, la Casa di Comunità. L’idea della “cittadella della salute” rimanda alla prossimità, ad una città non anonima che prende in carico le persone per curarle e non per vendere prestazioni.

  • Realizzare una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) pubblica.

Oggi nel Lazio, oltre il 90% delle RSA e della sanità territoriale, compreso, Hospice e Assistenza Domiciliare, è in mano al privato accreditato o convenzionato. Invece si propone, la prima RSA pubblica, con standard di personale adeguato alla complessità assistenziale dei pazienti di oggi, oggi scientificamente misurabile.

  • Realizzare un Centro di Riabilitazione pubblica.

La Riabilitazione, nelle tre specialità: neuromotoria, respiratoria e cardiologica, fa parte della prevenzione terziaria e se fatta bene, è quella che non fa tornare in ospedale il paziente che ha avuto un evento acuto e per il quale, accede, troppo tardi in pronto soccorso per curarsi.

  • Un polo pediatrico pubblico di eccellenza.

Per supportare la pediatria territoriale con strutture, strumentazioni, servizi, oggi inesistenti o in mano al privato.

  • Costruire una Casa del Bambino, del genitore e dell’anziano.

Un bambino non si ricovera mai da solo, ma sempre insieme alla propria famiglia che lo accompagna e lo sostiene sovraccaricandosi spese per il viaggio, vitto e alloggio, soprattutto quando si viene da fuori regione, fermando così chi lucra con il “turismo sanitario” anche a causa di chi volle il “federalismo sanitario”.

  • Aprire alla cittadinanza, i due teatri, il museo anatomico e il grande parco.

La lotta per il Forlanini è la storia di una resistenza per l’attuazione della Piattaforma La Salute non è una merce dei Congressi per la salute.

Il Forum per il Diritto alla Salute insieme a Medicina Democratica, nelle loro sezioni di Roma e del Lazio, hanno intrapreso questa lotta da subito, riportandola anche a livello nazionale e nella Piattaforma dei 16 punti “La salute non è una merce”. Ogni punto di quella piattaforma è connesso all’altro e uno non può essere attuato se non con il successivo e viceversa, come il diritto alla salute, che è tema intersezionale.

Incrociando il testo della Piattaforma dei 16 punti “La salute non è una merce con la vertenza del Forlanini, i riferimenti più diretti sono questi:

  • Il Punto 1 che enuncia una nuova riorganizzazione del SSN con il superamento dell’attuale modello aziendalistico, con la trasformazione democratica delle aziende sanitarie in enti socio-sanitari territoriali e ospedalieri. È il punto che riguarda direttamente la critica al modello che, che ha reso possibili scelte come la chiusura del Forlanini.  
  • Il punto 2 pretende l’abolizione del pareggio di bilancio. Come ha sentenziato la Corte Costituzionale: i diritti incomprimibili non possono essere sottomessi a vincoli finanziari (sentenza 275/2016). La chiusura del Forlanini viene ricondotta anche alle politiche di austerità e ai vincoli finanziari che hanno inciso sulla programmazione sanitaria.  
  • Il Punto 3 con la destinazione delle risorse al solo SSN, sospensione di nuovi accreditamenti privati e avvio di una progressiva riconversione al pubblico dell’offerta sanitaria privata. Questo è probabilmente il punto più direttamente collegato alla richiesta che il Forlanini resti patrimonio del SSN e non venga sottratto alla rete pubblica.  
  • Il punto 4 per un nuovo modello di generazione dei servizi sanitari partecipato, con il coinvolgimento della collettività, delle operatrici e degli operatori sanitari e degli enti locali nella programmazione e nella verifica delle risposte ai bisogni di salute. È esattamente il metodo seguito dalla mobilitazione “Insieme per il Forlanini”.  
  • Il Punto 5 dove si vuole il recupero delle strutture sanitarie chiuse per i tagli lineari, inutilizzate e/o abbandonate su tutto il territorio nazionale, come il Forlanini, Villa Tiburtina e tanti altri.
  • Il Punto 6 sulRilancio delle politiche di prevenzione, a partire da quella primaria, in tutte le attività, nei territori e nei luoghi di lavoro, partendo da condizioni ambientali ed ecosistemi, reddito, salario, lavoro, abitazione, istruzione e servizi” che sta tutto dentro le proposte concrete della nuova “Cittadella della salute” di “Insieme per il Forlanini”.

Perché ogni lotta locale diventa nazionale e di tutti e tutte quando difende un diritto universale.

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