Si muore anche di lavoro in RSA
Versione interattiva Lavoro e Salute Luglio 2026 – Lavoro & Salute – Blog
Archivio Lavoro e Salute – Home page
IL LAVORO DI ASSISTENZA E DI CURA: IL RUOLO DEGLI/DELLE OSS
di Rita Clemente
Risale alla fine di maggio la notizia di una Operatrice socio – sanitaria dell’hinterland milanese morta di notte nella struttura privata dove prestava servizio. Aveva in carico 33 pazienti. Io ho letto la notizia sul post di una mia amica che svolge anche lei la funzione di OSS da molti anni e l’ho ritrovata in un articolo on line, dove era scritto testualmente: “Il numero, 33, non è solo una statistica: è un carico di lavoro che definire insostenibile è un eufemismo. È il simbolo di una gestione che ha sacrificato la dignità del lavoro e la sicurezza degli ospiti sull’altare del risparmio“.
Pertanto ho deciso di avviare una piccola inchiesta sulle condizioni di lavoro del personale dedito all’assistenza e alla cura come Operatori Socio – Sanitari.
Le notizie che riporto mi sono state fornite in grandissima parte da due amiche OSS che hanno accettato di rispondere ad alcune mie domande. Ma anche da altre voci, sempre di personale socio – sanitario.
Le due amiche da me intervistate sono Grazia Giorda, che da anni svolge il lavoro di OSS qui a Chieri, e Luciana Parisi, che invece è dipendente, sempre come OSS, da una struttura ospedaliera di Correggio, in provincia di Reggio Emilia.
Per cominciare, Grazia mi fa un quadro esauriente delle diverse tipologie di OSS, anche riguardo alle loro condizioni di lavoro.
Vi sono le OSS dipendenti dalle cooperative, che lavorano nelle strutture private e non vengono mai reclutate dagli ospedali. Sono le persone che hanno le condizioni di lavoro più dure.
Una collega a Poirino la notte ha 25 pazienti da sola. Sono tre piani, una per piano di notte, da sola. Per aiutarsi fra loro ciascuna deve abbandonare i suoi pazienti. Di notte nelle strutture in genere gli OSS sono soli. Io ho sempre lavorato in ospedale ma in piena notte arrivavano sempre chiamate dalle case di riposo. Le OSS, essendo da sole con 30 pazienti e anche più, per la prima emergenza ti telefonano. Però loro sono andate in burn out, non ce la fanno più. Ma la notte ha, per la cooperativa, un costo maggiore del giorno, perciò si tenta di risparmiare personale sulla notte. Pensando che gli utenti dormano. Certo, sono sedati ma può succedere di tutto. Ad esempio, possono cadere dal letto.
Condizioni confermate da Luciana, la quale sottolinea: Lavorare per le case protette con Agenzie interinali o cooperative è un suicidio.
Aggiunge anche il caso di una OSS che, dopo il turno di notte, stanca e in burn out, è andata con la sua auto a schiantarsi contro un camion. Non è un caso che proprio tra costoro si ritrova il maggior numero di straniere di colore, provenienti dall’Africa o dall’America latina. Conosco personalmente il caso della sorella di una mia amica etiope, Genet, la quale lavora come OSS in una struttura privata. Genet mi ha confidato: Non farò mai quel lavoro. Mia sorella si ritrova da sola di notte con più di trenta pazienti da accudire. Ha la schiena spezzata e sempre male al collo.
Le condizioni di lavoro in una cooperativa non sono certo tra le più appetibili.
Sempre Grazia riferisce:
La cooperativa già ti chiede un fisso per entrare a lavorare. Per un mese fai il dipendente poi ti chiedono di diventare socio. Se diventi socio e la cooperativa non va, la tredicesima non la prendi. Ti possono sbattere dove vogliono, mandarti dove vogliono. Se ti metti in Mutua non sei pagato pienamente.
Durante il covid chi lavorava in una Agenzia interinale come me, ha preso tutto come infortunio, una mia collega che lavorava in cooperativa non ha preso niente. Il Covid non le è stato riconosciuto come malattia di lavoro.
Poi vi sono le OSS dipendenti da una Agenzia interinale, categoria di cui per circa 10 anni ha fatto parte anche Grazia. Queste OSS possono lavorare in ospedale, per supplire alle necessità cui il personale socio – sanitario assunto per concorso, e quindi dipendente direttamente dall’ASL, non riesce a far fronte. La differenza, rispetto alle condizioni di lavoro, è che mentre i dipendenti direttamente dall’ASL hanno tutti i diritti riconosciuti dal loro contratto di lavoro, quindi anche il diritto alle ferie e alla mutua, per le OSS dipendenti dalle Agenzie interinali non è propriamente così. I loro contratti si rinnovano di sei mesi in sei mesi e non possono rifiutarsi di soddisfare le richieste perché altrimenti rischiano che il loro contratto non venga rinnovato.
Inoltre, mentre le OSS assunte per concorso possono scegliersi il reparto che preferiscono, le operatriciInoltre, mentre le OSS assunte per concorso possono scegliersi il reparto che preferiscono, le operatrici d’agenzia devono accettare di lavorare in qualsiasi reparto dell’ospedale. A questo proposito, sostiene Grazia: il personale fisso ha un reparto e non puoi spostarlo se non è lui a chiederlo. Il personale d’agenzia può cambiare reparto tutti i giorni. In 10 anni io ho girato tutti i reparti.
Però, a differenza delle OSS delle cooperative che non lavorano mai in ospedale, di notte non sono mai sole in reparto. Possono sempre contare sull’aiuto di un’infermiera e poi c’è il medico di guardia cui possono rivolgersi in casi critici,
Comunque, sottolinea sempre Grazia, agli ospedali conviene fare ricorso alle OSS fornite dalle Agenzie per almeno due motivi: 1) spesso il personale assunto per concorso è insufficiente rispetto alle necessità; 2) siccome i loro diritti dipendono da un contratto di lavoro nazionale, può accadere a volte che siano in mutua o in ferie. A quel punto, i vuoti vengono ricoperti dal personale delle Agenzie, che hanno più vincoli nel dover accettare le condizioni di lavoro a loro richieste.
Luciana Parisi svolge appunto il lavoro di OSS, ormai da anni, per una struttura ospedaliera. E’ stata assunta per concorso. Però anche lei, riguardo al suo ruolo, rileva delle criticità non da poco. Anzitutto, l’insufficienza di personale (già rilevata da Grazia). I concorsi non si fanno spesso e i posti sono sempre limitati. In secondo luogo, i carichi di lavoro anche qui a volte sono insostenibili.
Spesso, per esigenze di servizio, occorre rinunciare al turno di riposo e capita di dover lavorare anche per due settimane senza avere un giorno di pausa. A lei è successo. Siamo tirati all’osso perché non c’è personale, facciamo un riposo ogni 15 giorni, facciamo i doppi turni per coprire eventuali assenze (prestazioni aggiuntive) per 50 euro lordi l’ora per 10 ore al giorno.
Inoltre, aggiunge, i giovani sono disincentivati a fare questo lavoro perché anche le condizioni economiche non sono più appetibili. Dice testualmente: A noi hanno diminuito di molto gli incentivi. Una volta prendevamo 600 – 700 euro all’anno, ora sono molti di meno, da 100 a un massimo di 250. Hanno tolto da un po’ di anni gli scatti di anzianità Diventano progressioni economiche e le prendi dopo 10 anni.
Pertanto molti giovani preferiscono fare altro o – come afferma anche Grazia – andare a lavorare all’estero.
Tra l’altro – rileva sempre Luciana – per chi arriva dal sud gli alloggi sono carissimi, si arriva a spendere 600 – 700 euro di affitto. Preferiscono allora essere sottopagati al sud, ma almeno risparmiare sull’affitto. Questo vale per tutto il personale, OSS e infermieri.
Anche tra le OSS che lavorano in ospedale, a detta di Luciana, vi sono molte straniere, ma non di colore. Sono perlopiù rumene, bulgare, alcune polacche e qualche ucraina.
Un’altra criticità che riguarda direttamente il lavoro delle OSS concerne la riduzione o addirittura la mancanza di formazione. A questo proposito, Grazia afferma:
Gli infermieri hanno spesso corsi di formazione, noi OSS i corsi di formazione dovevamo pagarceli. Io me lo sono fatta sempre pagando, anche on line. Oggi li faccio sull’autismo perché lavoro sull’autismo. Però La formazione è molto importante. Sarebbe necessario che l’ASL vi investisse dei soldi per tutti coloro che ci lavorano dentro.
Rispetto alla formazione, Luciana sostiene: Io sono una rompipalle e quando ho bisogno di sapere chiedo. Devo sapere quale è il mio ruolo. Per gli stranieri so che si fanno dei corsi di formazione… Però dei limiti sono stati imposti. La formazione viene erogata a Reggio Emilia, pertanto occorre spostarsi e andare in città. Poi ci facciamo anche della formazione on line, collegandoci con il computer.
Forse un po’ di formazione la erogano soprattutto al personale straniero. Ma spesso in maniera insufficiente. E questo dipende da un altro grosso problema: la riduzione dei finanziamenti concessi alle ASL. A questo proposito, osserva Luciana:
Tutte le spese sono state ridotte: per i posti letto, le pulizie, i pasti. Ci contano anche le bottiglie d’acqua e le bustine di zucchero.
Questo è un problema confermato anche da Grazia. La Regione Piemonte destina all’ASL risorse per la formazione. L’ASL decide poi a che cosa destinare queste risorse finanziarie. Magari a coprire un disavanzo dove c’è un buco.
Alla domanda come mai, secondo loro, l’ASL riceve meno risorse pubbliche, Grazia osserva che si tende ad andare verso il privato. E’ come un gatto che si morde la coda: più le liste d’attesa per esami diagnostici nelle ASL sono lunghe, più la gente si rivolge ai privati. Più ci si rivolge ai privati e meno risorse entrano nelle casse delle ASL. Grazia osserva che in ospedale vi sono fior di specialisti molto competenti, ma che l’utenza preferisce rivolgersi agli specialisti privati. Però è anche vero che se qualcuno ha un problema di salute urgente da risolvere… In questo modo ci rimettono, naturalmente, coloro i cui redditi o sono insufficienti o mancano del tutto. Ma alla domanda su come mai il governo dà meno fondi alle Regioni per finanziare la sanità, Luciana dà una risposta ancora più “tranchant”: Perché stiamo foraggiando una guerra inutile. Una guerra voluto dall’America, il nostro governo è succube di quello americano.
Come non essere d’accordo, dati i tempi che viviamo? Vorrei però concludere con una nota positiva. Nonostante tutte le criticità e i problemi suesposti, devo dire che, per mia esperienza e per esperienza di persone da me conosciute, che hanno dovuto subire anche di recente interventi chirurgici, l’assistenza in reparto negli ospedali della Sanità pubblica è ancora soddisfacente. E questo, devo dire, anche grazie al lavoro dei medici, degli infermieri/infermiere, ma anche grazie all’impegno degli/delle OSS, che, malgrado tutto, amano il loro lavoro e lo svolgono anche con grande empatia umana.
Rita Clemente
Scrittrice. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
Con la collaborazione di Grazia Giorda e di Luciana Parisi
Versione interattiva Lavoro e Salute Luglio 2026 – Lavoro & Salute – Blog
Archivio Lavoro e Salute – Home page










Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!