L’illusione perduta della sinistra italiana

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di Renato Fioretti

Quando si osserva la situazione politica italiana, la prima reazione di molti della mia generazione è la delusione. Una delusione che si manifesta sempre allo stesso modo: “Non è questo il Paese che immaginavamo a vent’anni”. È una frase che ho sentito ripetere infinite volte da amici e compagni di allora, con i quali – negli anni Sessanta e per tutto il decennio successivo – condividevo l’idea e la speranza che la storia avesse un verso obbligato, che il progresso fosse una linea retta, che la democrazia, l’uguaglianza, la giustizia sociale fossero conquiste irreversibili.

Col senno di poi, quella certezza appare come un dispositivo mentale più che come una lettura realistica del presente. Era il modo in cui una generazione interpretava il proprio ruolo: non come partecipazione contingente, ma come parte di un movimento che riteneva di incarnare una traiettoria già tracciata. Una forma di sicurezza che oggi risulta quasi estranea, ma che allora costituiva l’orizzonte condiviso. In quel contesto, ciascuno di noi, pur declinandolo secondo sensibilità e percorsi personali che solo col tempo avrebbero mostrato la loro distanza reciproca, si muoveva dentro un immaginario comune.

La delusione della mia generazione non riguarda solo l’evoluzione della politica, ma la rottura di un patto implicito che aveva retto per decenni: il patto repubblicano fondato su antifascismo, progresso sociale, diritti e responsabilità pubblica. Quel patto non è stato superato: è stato dissolto, spesso senza che ce ne accorgessimo, sostituito da una logica di potere che non riconosce più quei riferimenti come vincoli, ma come ostacoli.

Oggi, guardando un governo di destra-destra che ha saputo cavalcare il malcontento, la paura dell’insicurezza sociale, l’ansia per l’immigrazione, la retorica dell’ordine e della protezione, molti di loro si dichiarano traditi. Traditi dalla storia, traditi dalla politica, traditi da un Paese che credevano diverso.
Eppure, se si vuole capire davvero ciò che è accaduto, bisogna partire da qui: la destra non ha vinto per caso. Ha vinto perché ha saputo interpretare un sentimento diffuso, un disagio reale, un bisogno di protezione che attraversava la società italiana. Ha saputo usare parole semplici, immediate, riconoscibili: sicurezza, confini, identità, tradizione, merito, ordine. Ha saputo trasformare la paura in consenso, la frustrazione in appartenenza, il risentimento in identità politica. E mentre la destra costruiva un linguaggio efficace, la sinistra smarriva il proprio. Mentre la destra parlava alle periferie, ai lavoratori impoveriti, ai ceti medi spaventati, la sinistra parlava a se stessa, inseguiva il centro, si dissolveva in un linguaggio tecnocratico, astratto, privo di radici sociali.

Una delle trasformazioni più rilevanti è la normalizzazione dell’eccezione: ciò che un tempo sarebbe stato percepito come un segnale d’allarme diventa prassi amministrativa, ciò che era impensabile diventa accettabile, ciò che era marginale diventa centrale. È un processo lento, quasi impercettibile, che modifica la percezione collettiva del potere e riduce la capacità critica della società.
È per questo che oggi tutti gli osservatori ripetono lo stesso ritornello: la sinistra deve ritrovare se stessa. Deve tornare ai suoi valori, alle sue radici, alla sua missione storica. Deve recuperare il rapporto con il lavoro, con i fragili, con le periferie. Deve smettere di inseguire il centro e tornare a rappresentare chi non ha voce. È un discorso che si sente ovunque: nei giornali, nei convegni, nelle analisi politiche, nelle conversazioni private. Ma questo discorso, per quanto condivisibile, parte da un presupposto che nessuno mette in discussione: che quella “sinistra”, quella vera, quella autentica, sia esistita davvero.
Io questa domanda me la pongo da tempo, e non per cinismo, ma per onestà. Perché quando ascolto i compagni delusi, non riesco a condividerne la frustrazione. E non perché io sia più indulgente verso il presente, ma perché non ero illuso sul passato. Loro sì. Loro erano illusi da una narrazione che i loro dirigenti dell’epoca alimentavano con abilità: l’alternativa di sinistra, il superamento del capitalismo, l’URSS come faro, la rivoluzione culturale come orizzonte. Io no. Io venivo da un’altra tradizione: quella socialista riformista, concreta, europea. Una tradizione che non prometteva il paradiso, ma un Paese più giusto. Una tradizione che aveva in Pertini non un profeta, ma un esempio morale. Una tradizione che non parlava di rivoluzione, ma di riforme. E forse è per questo che oggi non sono deluso: perché non mi aspettavo ciò che immaginavo non potesse accadere.
Per capire come siamo arrivati fin qui, bisogna tornare a quel dopoguerra che molti evocano senza averlo mai davvero compiutamente studiato. L’Italia del 1945 non era un Paese antifascista: era un Paese stremato, che aveva perso la guerra, che aveva subito vent’anni di dittatura e che, nel giro di pochi mesi, si era ritrovato a cambiare pelle senza cambiare corpo.

La Repubblica nacque da un compromesso necessario, non da una rottura radicale. La continuità amministrativa, giudiziaria, economica fu impressionante: magistrati che avevano giurato fedeltà al regime rimasero al loro posto, prefetti che avevano applicato le leggi razziali continuarono la loro carriera, imprenditori che avevano prosperato sotto il fascismo mantennero il controllo delle loro aziende. La classe dirigente del Paese non fu sostituita: fu riciclata.

Molti continuano a evocare il dopoguerra come il momento fondativo dell’antifascismo italiano, ma questa rappresentazione è più retorica che reale. La verità, a mio parere, è che l’Italia repubblicana nacque dentro una continuità impressionante: non solo nelle istituzioni, ma nella mentalità collettiva. I codici fascisti rimasero in vigore per decenni, la burocrazia statale conservò gli stessi funzionari, la cultura amministrativa mantenne un’impronta gerarchica e paternalista. Anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici pubblici, sopravviveva un’idea verticale dell’autorità, un rapporto asimmetrico tra chi comanda e chi obbedisce. L’antifascismo divenne un linguaggio, non una trasformazione profonda. E questa mancata elaborazione del passato ha prodotto un Paese che, nei momenti di crisi, torna istintivamente a cercare protezione, ordine, disciplina: esattamente il terreno su cui la destra ha costruito la propria egemonia.

Negli anni Sessanta e Settanta, mentre la mia generazione scendeva in piazza convinta di poter cambiare il mondo, quella struttura profonda rimaneva intatta. Noi vedevamo solo la superficie: la crescita economica, il boom industriale, l’espansione dei diritti civili, la modernizzazione del Paese.

Fu comunque straordinaria quella stagione di grandi riforme che furono prodotte dal centrosinistra organico. Non fu soltanto una stagione di governo: fu il momento in cui l’Italia compì il suo salto di modernizzazione più significativo. La legge sul divorzio del 1970, spesso ricordata come una conquista laica “di popolo”, fu resa possibile da una cultura politica riformista che aveva preparato il terreno per anni. La riforma sanitaria del 1978, che istituì il Servizio sanitario nazionale, fu il risultato di una visione socialista della cittadinanza, non di un impeto rivoluzionario. La scuola media unificata, la parità professionale, le pensioni sociali: tutte riforme nate da un’idea di progresso graduale, concreto, misurabile. È questo il punto che molti ignorano: la modernizzazione dell’Italia non è stata opera della sinistra che urlava nelle piazze, ma della sinistra che lavorava nelle istituzioni.

Ma sotto quella superficie restava, purtroppo, un’Italia che non aveva mai fatto i conti con sé stessa. Un’Italia che non aveva mai elaborato il lutto del fascismo, che non aveva mai riconosciuto le proprie responsabilità, che non aveva mai affrontato la propria storia. Un’Italia che aveva preferito la rimozione alla verità, la continuità alla rottura, la pacificazione alla giustizia.

A questo si aggiunge la mutazione del linguaggio pubblico: più povero, più aggressivo, più identitario, più performativo. Un linguaggio che non descrive la realtà, ma la semplifica; non analizza, ma polarizza; non argomenta, ma mobilita. È un linguaggio che non nasce dal confronto, ma dalla necessità di consolidare appartenenze e costruire nemici. La regressione culturale non è un effetto collaterale: è uno strumento.
In questo contesto, la destra ha trovato terreno fertile. Ha saputo parlare a un Paese che non aveva mai interiorizzato davvero la cultura democratica. Ha saputo interpretare un bisogno di protezione che affonda le radici in una storia lunga, complessa, irrisolta. Ha saputo trasformare la paura in identità, il risentimento in appartenenza, la frustrazione in consenso. E mentre la destra costruiva un linguaggio efficace, la sinistra smarriva il proprio.

Negli anni Ottanta e Novanta, mentre il mondo cambiava, la sinistra italiana si trovò impreparata. La caduta del Muro di Berlino, la fine dell’URSS, la crisi delle ideologie, la globalizzazione economica, la trasformazione del lavoro: tutto questo richiedeva una capacità di analisi e di adattamento che la sinistra non ebbe. Il PCI si sciolse senza mai davvero fare i conti con la propria storia, con le proprie illusioni, con le proprie ambiguità. Il PDS prima e i DS poi inseguirono
il centro, convinti che la moderazione fosse la strada per il governo. Il PD, nato come fusione di culture politiche incompatibili, finì per perdere entrambe: la tradizione socialista e quella cattolico democratica.
È in questo vuoto che la destra ha costruito la propria egemonia. Non perché fosse più forte, ma perché la sinistra era più debole. Non perché la destra avesse un progetto, ma perché la sinistra aveva smarrito il proprio. E mentre la sinistra si dissolveva in un linguaggio tecnocratico, la destra parlava alle paure, ai bisogni, alle frustrazioni.

C’è poi un altro elemento che raramente viene considerato, ma che a mio avviso è decisivo per comprendere la natura della delusione che oggi molti dei miei compagni del PCI continuano a patire. Si ripete spesso che una parte del socialismo italiano, negli anni, si sia lasciata sedurre dalle sirene del berlusconismo. È vero, ma è solo metà della storia. L’altra metà – quella che quasi nessuno racconta – è che molti socialisti non hanno mai abbandonato i canoni del socialismo riformista: giustizia sociale, uguaglianza, libertà, laicità dello Stato, diritti come pratica quotidiana e non come retorica. Una parte consistente di quella tradizione è rimasta fedele a sé stessa, senza abiure, senza conversioni improvvise, senza riscrivere la propria identità politica per adattarsi al vento del momento. E questo, paradossalmente, dimostra che il riformismo aveva radici più solide e più coerenti di quanto molti abbiano voluto riconoscere. La sinistra-sinistra, invece, quella che oggi si rimpiange con nostalgia, ha prodotto nei suoi stessi militanti un tasso di disillusione molto più alto: non perché fossero meno generosi, ma perché le loro aspettative erano costruite su un impianto ideologico che non ha retto alla prova della storia.

A conferma di ciò c’è un dato che nessuno ama ricordare: il numero rilevante di figure che, con il lento trascorrere del tempo, hanno cambiato quasi completamente idea. Non parlo di casi marginali, ma di nomi noti, protagonisti della vita culturale e politica italiana, che negli anni Settanta militavano in formazioni di estrema sinistra – Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua – e che oggi si collocano stabilmente nel campo moderato. Penso a Piero Sansonetti, a Marco Rizzo, a Paolo Mieli, a Paolo Liguori, e a molti altri che le cronache ricordano bene. Non si tratta di tradimenti individuali, ma di un fenomeno strutturale: quella sinistra-sinistra non ha retto alla prova del tempo perché era costruita su un immaginario più che su una cultura di governo. E quando l’immaginario si è dissolto, molti hanno semplicemente preso atto della realtà.

Il passaggio di molti ex militanti dell’estrema sinistra verso posizioni moderate non è un’anomalia, ma un fenomeno sociologico ricorrente. Le organizzazioni extraparlamentari degli anni Sessanta e Settanta erano costruite su un impianto emotivo e generazionale: la classe operaia fordista come soggetto storico, l’idea di un conflitto centrale e permanente, la convinzione che il capitalismo fosse destinato al collasso. Quando questo mondo è scomparso – con la deindustrializzazione, la crisi delle grandi fabbriche, la trasformazione del lavoro – è scomparso anche il terreno materiale su cui quelle ideologie si reggevano. Molti di quei militanti, privati del proprio orizzonte teorico, hanno cercato una nuova collocazione e un riadattamento: la ricerca di una coerenza possibile in un mondo che aveva smentito le loro premesse.

C’è poi un altro fenomeno che vale la pena ricordare, e che spesso viene rimosso nella narrazione nostalgica della sinistra di un tempo. Accanto agli ex militanti dell’estrema sinistra approdati al moderatismo, esiste un’intera generazione di figure che, pur non provenendo da quelle esperienze, furono considerate per anni “organiche” al PCI e collocate in posizioni di rilievo nelle grandi aziende pubbliche, nei giornali, nella Rai, nelle banche di Stato e negli enti strategici dello Stato. Penso a Chicco Testa, a Lucia Annunziata, a Giovanni Minoli, a Franco Debenedetti, e a molti altri che in quegli anni venivano percepiti come espressione della cultura comunista o della sinistra istituzionale, al punto da essere designati in ruoli di rappresentanza del partito o dell’area politica. Eppure, a onore del vero, quella loro collocazione ha sempre suscitato più di una perplessità tra tanti sinceri lavoratori e militanti di base, che faticavano a riconoscere in quelle figure la propria esperienza, la propria cultura, la propria identità politica. Anche questo è un dato che incrina il mito della sinistra-sinistra come comunità compatta e coerente: molti dei suoi presunti rappresentanti non erano mai stati davvero parte di quel mondo, e il loro successivo spostamento verso posizioni più consone alla loro natura non è stato un tradimento, ma la conferma di una distanza che esisteva fin dall’inizio.

Se si accetta l’idea che la sinistra che molti rimpiangono non sia mai esistita nella forma che la memoria oggi le attribuisce, allora diventa più chiaro anche ciò che sta accadendo nel presente. La destra non ha vinto perché la sinistra è scomparsa: ha vinto perché la sinistra non ha mai avuto quella solidità, quella coerenza, quella capacità di rappresentanza che oggi – nostalgicamente – le si attribuisce.

Questa consapevolezza, però, non rappresenta la volontà di demolire un passato che ha avuto anche momenti di grande generosità, di impegno, di passione civile. È, al contrario, un tentativo di guardare la storia senza illusioni, senza mitologie, senza autoinganni. Perché se si vuole costruire qualcosa nel presente, bisogna prima liberarsi delle illusioni del passato. Bisogna riconoscere ciò che è stato reale e ciò che è stato immaginario. Bisogna distinguere tra ciò che ha prodotto risultati e ciò che ha prodotto solo parole.

Ricostruire una sinistra reale significa dunque accettare la complessità del presente: un mercato del lavoro frammentato, una democrazia indebolita, una società attraversata da paure nuove e antiche. Non basta evocare un passato idealizzato: occorre costruire una cultura politica capace di parlare ai lavoratori di oggi, non a quelli di quarant’anni fa. Una sinistra che abbia il coraggio di misurarsi con ciò che la storia è diventata.
E allora, se si vuole davvero ricostruire una sinistra nel presente, bisogna partire da qui: dalla realtà, non dalla memoria. Dalla storia, non dal mito. Dalla concretezza, non dall’illusione. Bisogna riconoscere che la sinistra non deve ritrovare se stessa, perché quella se stessa non è mai esistita nella forma che molti immaginano.

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