La sicurezza come propaganda, la repressione come governo

Dagli scontri No Tav alla morte di Abderrahim Fakir, ogni protesta diventa il pretesto per rilanciare la retorica dell’emergenza, rafforzare i poteri delle forze dell’ordine e comprimere il diritto al dissenso, mentre il rapporto tra cittadini e istituzioni continua a deteriorarsi.

di Vincenzo Scalia

Gli incidenti tra frange di manifestati NO-TAV e le forze dell’ordine, quelli avvenuti a Bologna in occasione della manifestazione per protestare contro la morte di Abderrahim Fakir in seguito a un fermo di polizia, sono considerati dal governo come un vero e proprio toccasana. Che consentono di aggirare i problemi sul campo e di rilanciare la retorica dei servitori dello Stato, secondo il famoso assioma meloniano per cui criticare i poliziotti è pericoloso, in quanto servitori della Patria; quindi, investiti di improbabili prerogative che li porrebbero al di sopra della legge. Sviluppando e mettendo in circolazione una narrazione che nulla ha a che fare coi principi dello Stato di diritto.

Gli incidenti avvenuti nel corso della manifestazione NO-TAV hanno subito incontrato una diffusa riprovazione a destra e a sinistra. Dando la stura alla cosiddetta cultura della legalità, dietro la quale allignano saperi repressivi consolidati da mezzo secolo (si pensi alla pratica ricorrente degli arresti in massa, poi ridimensionati in fase giudiziaria) e interessi economici consolidati.

A sinistra, in  alcuni casi, la TAV non dispiace affatto, come mostrano le dichiarazioni del sindaco di Torino. Finendo per sovradimensionare episodi che, a differenza di quello che è avvenuto nei mesi scorsi nelle città italiane, non hanno prodotto vittime o menomazioni permanenti. Senza trascurare gli interessi dell’apparato mediatico ad ottenere audience a mezzo di produzione di paura.

A spese della libertà di manifestare il dissenso e delle ragioni che animano gli attivisti politici. Nonché della giusta misura degli eventi, per cui morti come quelle di Fakir o di Abderrahim Mansouri sarebbero, per la narrazione dominante che si sviluppa, giustificati dalla violenza che animerebbe le piazze. Incarnandosi, di volta in volta, nei maranza, nei propal, nei NO-TAV. Ai quali si può rispondere solo a colpi di decreti repressivi.

In merito alla sacralità dei poliziotti, che la premier ripete come un mantra, in questa riflessione, bisogna mettere in risalto il progressivo deterioramento del rapporto tra l’esecutivo (e le forze di polizia come sua articolazione manifesta) da un lato, e il pubblico, inteso in senso lato come i cittadini, i manifestanti, i migranti, gli attivisti, dall’altro. Nelle democrazie contemporanee, le forze di polizia, sono preposte alla tutela della legge, ovvero di quel ventaglio di prerogative inserite all’interno di una cornice costituzionale. La loro legittimità presso il pubblico è direttamente proporzionale alla loro capacità di adempiere a questo mandato.

Non a caso, in Italia, per tutti gli anni Settanta, il movimento per la smilitarizzazione della Polizia di Stato, culminato nella riforma del 1981, andò proprio nella direzione di ricondurre le forze dell’ordine nell’alveo della Costituzione repubblicana. Fu questo proprio questo obiettivo a guadagnare al movimento di riforma, partito dall’interno delle forze dell’ordine, un largo supporto all’esterno.

Dagli anni Novanta in poi, lo scenario, è mutato radicalmente. La crisi dei grandi aggregati collettivi e delle organizzazioni di massa, la frammentazione sociale catalizzata dal neoliberismo, l’avanzare del securitarismo, hanno comportato uno spostamento significativo nella concezione del ruolo delle forze dell’ordine. Sempre più declinato come strumento di mantenimento dell’ordine pubblico, inteso come ordine sociale e politico esistente, a discapito dei diritti e delle libertà fondamentali.

Una concezione che fece il suo triste esordio a Genova, un quarto di secolo fa. In questi giorni ricorre l’anniversario della tragica morte di Carlo Giuliani. Che ha registrato ulteriori tragici sviluppi in occasione delle morti per abusi da parte delle forze dell’ordine. Valgano per tutti i casi di Federico Aldrovandi (2005), Stefano Cucchi (2009), Riccardo Magherini (2013). Tragedie che, come mostrano i materiali processuali, sono ancorate nella percezione, da parte degli apparati repressivi dello Stato, dell’alterità come anomalia, foriera di pericoli e disordine, da reprimere anche a costo dell’utilizzo di mezzi estremi per ribadire un ordine in realtà sempre più precario e posticcio in una società frammentata, caleidoscopica, ma ricca di soggettività. Che però non vanno in direzione del competi e consuma neoliberale.

Il governo Meloni, sin dal suo insediamento, ha fatto propria questa impostazione. Da un lato, attraverso l’implementazione di una pletora di decreti sicurezza incentrati sulla paura delle masse e delle aggregazioni spontanee, nonché dei giovani in quanto portatori di malessere e spesso di origine migrante. Pensiamo al decreto anti-rave, che giudica illegale l’aggregazione di più di 50 persone. O dell’ultimo, cosiddetto anti-maranza, che considera l’aggregazione di 4-5 persone come sintomo potenziale di disordini. Passando per le zone rosse.

Dall’altro lato, l’aumento dei poteri delle forze di polizia, ha rappresentato lo strumento pratico per la messa in atto di questi decreti. Non si può abolire la legge anti-tortura, che l’Italia, tra molte fatiche, adottò nel 2017 per adempiere ai trattati internazionali di cui è firmataria. Allora, di volta in volta, si è consentito alle forze dell’ordine di utilizzare l’arma in proprio possesso fuori servizio, si è varato uno scudo penale che fornisce loro assistenza legale, si è approvata la possibilità di procedere contro chi è accusato di lesioni lievi nei confronti dei poliziotti nel corso delle manifestazioni.

Nel frattempo, ogni raduno politico, è caratterizzato per lo spiegamento massiccio di forze in tenuta antisommossa, per il blocco delle stazioni, per l’utilizzo indiscriminato dei lacrimogeni. Il caso di Lince, attivista che lo scorso 2 ottobre, a Bologna, ha perso la vista da un occhio per un lacrimogeno lanciato ad altezza d’uomo. Quello del Pilastro, sempre nella stessa città emiliana, dove la stessa tecnica è stata usata contro i manifestanti a febbraio, quello di Torino lo scorso 24 maggio, sono lì a mostrarci l’attitudine che le forze dell’ordine hanno sviluppato nei confronti del pubblico. Senza trascurare casi come l’omicidio di Rogoredo del gennaio 2026, vero e proprio caso di corruzione all’interno della polizia e di manipolazione delle prove.

A questi casi, il governo, in quanto responsabile, come in ogni stato democratico degno di tal nome, davanti agli elettori, deve dare risposta. Non può tirare dritto. Non soltanto perché chi tira dritto, la storia dimostra, finisce male. Ma anche, e soprattutto, perché, privilegiando la forza e la repressione sul rispetto delle libertà costituzionali, finisce per creare un clima di sfiducia e di delegittimazione, che, alla lunga, rischia di alienare la cittadinanza dalle istituzioni. Innescando una spirale di violenza che finisce per deteriorare il quadro sociale e quello politico. E non servirà un altro decreto a nascondere questo deterioramento.

29/7/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *