Integrazioni e nuove centralità. La finanza dei Brics

Alessandro Volpi*

Una fotografia di gruppo

Rappresentano il 50% della popolazione mondiale e poco meno del 45% della ricchezza prodotta a livello planetario. Si sono riuniti l’ultima volta nel 2025 per il vertice annuale a Rio de Janeiro, ma sui media italiani quasi non ne è comparsa traccia. Si tratta dei Brics riuniscono tutto ciò che, semplificando, si può definire “non occidentale”. Il silenzio dei media è stato quindi davvero incredibile anche perché da quel vertice sono uscite almeno tre cose di grande rilievo. La prima, sorprendente, è costituita dal fatto che proprio i Brics stanno invocando il rispetto del diritto internazionale e del multilateralismo, arrivando persino a “difendere” le istituzioni di Bretton Woods, le Nazioni Unite e il Wto. In altre parole, le principali realtà produttive del pianeta, che non hanno, nella stragrande maggioranza dei casi, contribuito né alla definizione degli assetti successivi alla Seconda guerra mondiale, né alla stesura delle regole fondamentali del diritto internazionale e tantomeno alle istituzioni finanziarie globali, chiedono, ora, di fronte al disastro dell’Occidente, di rispettare quelle norme di convivenza collettiva e quelle istituzioni per evitare il collasso dell’umanità. Chiedono, certo, di avere un maggior peso all’Onu, nell’FMI e nella Banca Mondiale ma non propongono il loro abbattimento perché sono consapevoli dell’irresponsabilità delle classi dirigenti occidentali e dei loro possibili comportamenti sconsiderati di fronte a rotture degli equilibri maturati negli ultimi 80 anni. I Brics invocano quel multilateralismo che era stato concepito dalla cultura democratica e che ora le logiche di dominio hanno stravolto. I “nuovi barbari”, secondo le definizioni della presidente Von der Leyen e del comandante in capo Trump, manifestano un chiaro sforzo per ristabilire la pace e la tenuta economica complessiva servendosi ancora delle forme istituzionali conosciute, per provare a gestire in modo graduale una trasformazione inevitabile nei fatti. Il secondo aspetto rilevante è rappresentato dall’idea, maturata dai Brics, di una progressiva sostituzione del dollaro non con un’unica moneta alternativa, ma con il ricorso alle “valute locali”: in pratica, di fronte al declino inesorabile del biglietto verde, i Brics pensano di aumentare, ancora una volta gradatamente, il volume degli scambi fatti con le monete dei singoli paesi, a cui restituire sovranità monetaria, utilizzando il coordinamento di una nuova Banca delle sviluppo, con sede a Shangai. Di nuovo, nessuna forzatura egemonica, sotto l’egida di un unico grande potere imperiale, ma un rafforzamento dei singoli Stati in una dialettica generale, dove, naturalmente, condurre un ridimensionamento “pacifico” del dollaro. In questa logica i Brics paiono aver chiaro che sono necessarie politiche monetarie statali in grado di gestire anche processi di adeguamento del valore della moneta all’andamento delle singole economie e, al contempo, sembrano aver compreso quanto sia indispensabile individuare forme di coordinamento fra i vari paesi per procedere all’emissione di un debito “mutualizzato” in grado di pagare interessi sostenibili e di trovare  compratori il cui fine non sia quello di soggiogare le economie indebitate. Non è ancora il momento – e forse non lo sarà mai – di un’unica moneta egemone del Sud del mondo, ma attraverso un coordinamento monetario potrà diventare possibile una fondamentale gestione dei debiti sovrani dei paesi appartenenti al perimetro dei Brics. Il terzo elemento è invece più rapido nel suo inveramento ed è costituito da un sistema di pagamenti autonomo che, in primis, impedisca la proliferazione delle sanzioni. Per i Brics non sono più accettabili le condizioni i del sistema Swift che, negli ultimassimi anni, ha manifestato un duplice carattere fortemente finanziarizato, in relazione al costo e alle modalità dei servizi, e altrettanto marcatamente politicizzato in quanto strumento di vere e proprio guerre a tutto tondo. In merito a questo tema, vale la pena concentrare l’attenzione su chi siano i “proprietari” di Swift, il sistema attualmente vigente. I due principali soci sono Euroclear e Clearstream: il primo ha sede legale in Belgio ed è un’emanazione di JP Morgan – quindi delle Big Three –, la seconda è partecipata da una serie di grandi fondi, a cominciare da Vanguard, e ha sede in Lussemburgo. Alla luce di ciò, forse, i membri dei Brics non sbagliano a creare un sistema alternativo aduno che si regge su paradisi fiscali e fondi. Inoltre, la riforma del mercato unico di capitali, auspicata dal Rapporto Draghi, potrebbe modificare anche la proprietà di Swift, rendendola ancora di più una realtà totalmente nelle mani di un unico grande soggetto finanziario con tratti apertamente monopolistici. A Rio, il mondo nuovo ha dimostrato di avere veramente paura dell’insensatezza dell’Occidente e ha provato a tendergli una mano.

Del resto già tra i vari temi discussi nell’incontro dei Brics a Kazan, tenutosi a fine ottobre 2024, è uscita rafforzata, in primo luogo, proprio l’idea di un sistema di pagamenti alternativo al sistema Swift, oggi largamente prevalente. Si tratta di una soluzione ancora fragile che dovrebbe legarsi alla de-dollarizzazione; un processo assai complesso fino a quando i grandi player come la Cina avranno una bilancia commerciale decisamente attiva nei confronti degli Stati Uniti e realtà come India e Brasile saranno ancora profondamente legate alla finanza delle principali Borse internazionali. Tuttavia la piattaforma programmatica discussa al vertice prevede, prima ancora della creazione di una valuta vera e propria dotata di credito e convertibilità internazionali, la definizione di varie tappe per la nascita di una unità contabile comune e un sistema di pagamenti internazionali in valute digitali con una regolamentazione e criteri di funzionamento diversi da quelli ‘occidentali’. In sintesi, il progressivo abbandono del dollaro potrebbe avvenire con una gradualità destinata a favorire l’acquisizione di una reale autonomia degli stessi Brics nel loro insieme. Infatti i pagamenti, secondo quanto ipotizzato a Kazan, avverranno su blockchain detto Brics pay, totalmente distinto dal dollaro che permetterebbe a tali paesi, dopo aver acquisito il controllo delle proprie economie reali, di dotarsi di uno strumento in grado di liberarli dalle oscillazioni e dalle speculazioni operate dai grandi operatori finanziari sui mercati monetari, spesso assai dannose per la stabilità dei prezzi delle loro bilance commerciali. In merito a questo tema, vale la pena concentrare l’attenzione su chi siano i “proprietari” di Swift, il sistema attualmente vigente.

 La forza cinese

In tale ottica, la Cina sta preparandosi a profondi cambiamenti, accelerati dall’arrivo di Trump e ancora di più dalla guerra daziaria e dalle guerre in Venezuela e in Iran che può generare effetti ben più rapidi rispetto alla dedolarizzazione. Insieme all’Autorità Monetaria di Hong Kong, alla Banca centrale della Thailandia, alla Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti, alla Banca centrale dell’Arabia Saudita, la Banca centrale cinese, prima ancora della nascita di una piattaforma Brics, sta spingendo mBridge, una piattaforma su blockchain dove scambiare valute digitali e in particolare lo yuan digitale, per ridurre la dipendenza dal dollaro nelle transazioni internazionali. Si tratta di una soluzione che mette insieme grandi esportatori di petrolio con la principale esportatrice globale e che sta attraendo altre realtà produttive dei paesi emergenti, nella prospettiva di togliere agli Stati Uniti la sua merce più preziosa e, dunque, di ridimensionarne radicalmente il ruolo mondiale. Ad oggi all’iniziativa collabora la Banca dei Regolamenti internazionali con l’intento di evitare proprio “disaccoppiamenti” troppo marcati, ma si tratta di un controllo sempre più flebile. In sintesi, la Cina si organizza per far valere fino in fondo la propria capacità produttiva, ormai la più grande del pianeta. 

Nelle valutazioni prodotte a Kazan e a Rio ha inciso poi un dato più generale dell’economia globale. Gli Stati Uniti durante le ultime presidenze, già prima dell’ultimo Trump, hanno intrapreso politiche doganali fortemente protezioniste per evitare l’ingresso di merci a basso prezzo, in particolare proprio dalla Cina. Questo comportamento ha contribuito a far ripartire l’inflazione, spinta al contempo dalle speculazioni sui prezzi attraverso gli strumenti della finanza derivata. La risposta a tale inflazione è stata l’aumento dei tassi della Federal Reserve che ha certamente favorito i grandi detentori di liquidità, a cominciare dalle principali società di gestione del risparmio, come le Big Three, in grado di spingere in alto i prezzi dei titoli delle società di cui sono azioniste e dunque di dare origine ad una colossale bolla a tutto vantaggio della ricchezza finanziaria e a totale discapito dei redditi da lavoro e delle altre forme di finanza che hanno premiato elettoralmente Trump. Questo capitalismo perverso ha usato e intende utilizzare i dazi raccontandoli come strumento di difesa della produzionee del lavoro nazionale, ma poi ha coltivato politiche monetarie restrittive totalmente funzionali al monopolio dei super fondi che utilizzano gli alti tassi per eliminare ogni possibile concorrenza e per finanziarizzare completamente l’economia del mondo occidentale attraverso continue bolle. In queste condizioni protezionismo e tassi alti sono due facce della stessa strategia che ha cancellato qualsiasi traccia di mercato e ha rivelato l’intima sostanza monopolistica del capitalismo contro cui lo sforzo di Trump di abbinare dazi e riduzione dei tassi appare davvero difficile da realizzare senza una dura recessione interna. 

Si tratta di un sistema però, come accennato, che ha fatto lievitare il debito federale Usa che cresce di 1000 miliardi di dollari ogni 50 giorni in larga misura per effetto della lievitazione degli interessi; una lievitazione resa sostenibile solo dal monopolio globale del dollaro come strumento di pagamento che è minacciato proprio dalla quasi totale scomparsa della Cina dai compratori del debito Usa. Un passaggio siffatto può rendere assai complesso anche un ulteriore elemento che caratterizza l’economia Usa costituito da una posizione finanziaria netta passiva per oltre 26 mila miliardi di dollari che certo non migliorerà per effetto dei primi atti della normativa trumpiana. Il presidente degli Stati Uniti è riuscito a far approvare alla Camera il Big and Beautiful Bill, una legge che farà la gioia dei ricchi e dei grandi fondi, forse il vero terreno di compromesso con le Big Three. Il testo prevede infatti il taglio della spesa federale per 200 miliardi di dollari l’anno per dieci anni, che significa di fatto lo smantellamento dei già limitati programmi di sanità pubblica Medicaid e Medicare, e una parallela riduzione di tasse, per le fasce medio alte e per gli “affari”, di 450 miliardi di dollari l’anno ancora per un decennio. Al contempo, per finanziare soprattutto energia, armamenti e intelligenza artificiale, Trump ha chiesto di togliere la necessità di ottenere un voto parlamentare ogni volta che il debito pubblico aumenta di 4000 mila miliardi di dollari. In estrema sintesi, la “visione” di Trump è quella di uno Stato senza spesa sociale e senza tasse, dove le sorti individuali e collettive dipendono dalla ricchezza privata – quindi dai listini di Borsa – e dove il finanziamento pubblico dipende, oltre che dai dazi, pressoché solo dall’indebitamento, la cui tenuta è però largamente affidata a quanto il resto del mondo continua a credere negli Stati Uniti, accettando la sudditanza al dollaro. Le continue sceneggiate servono a questo, ma è molto difficile che possano bastare.

La piattaforma di Kazan dunque sembra avere ben chiara la dipendenza degli Stati Uniti, divenuti “protezionisti”, dalla dollarizzazione; una dipendenza che anche la sola prospettiva di un sistema di pagamenti alternativo può rendere decisamente problematica e può trasformare nella causa evidente di un indebolimento profondo di ogni pretesa egemonica a stelle e strisce. La Cina, in particolare, potrebbe decidere di accorciare i tempi della dipendenza dalla moneta americana non seguendo le strategie trumpiane, tanto più se tali politiche si traducono in un effettivo aumento dei dazi e in pericolosissime azioni militari, e intensificando ulteriormente, invece, i rapporti con i pur diversissimi Brics, accomunati dalla volontà di non destinare, attraverso il dollaro, una parte dei loro profitti all’economia americana. 

Al tempo stesso l’ex Impero celeste è impegnato nella riduzione dlla dipendenza americana anche in termini produttivi e finanziari. Nel 2025, la Cina, che produce il 30% della manifattura mondiale contro meno del 15% degli Stati Uniti, è cresciuta del 5% e una parte di questa crescita è stata spinta dalla creazione di debito pubblico da destinare ai risparmiatori cinesi con la garanzia della Banca del popolo. Gli stessi risparmiatori diverranno gli acquirenti di auto elettriche che, proprio nel 2025, hanno superato in Cina quelle con motore a combustione interna, anticipando di 10 anni il raggiungimento di un simile obbiettivo. La programmazione comunista prevede, parimenti, di finanziare le reti di sicurezza sociale e di risolvere la bolla immobiliare con un’azione calmierante di acquisti pubblici per rideterminare in modo sostenibile i contorni del mercato e dei consumi interni, destinati a ridurre la dipendenza dalle esportazioni, minacciate dai dazi. 

La Cina sta attrezzandosi, con la medesima efficacia, sul versante delle geografie degli scambi. Nel 2024 il surplus della bilancia commerciale cinese ha raggiunto il record di poco meno di 1000 miliardi di dollari. Un risultato enorme che contiene però anche altri dati rilevanti. Il primo è costituito dal fatto che si è dimezzata la quota di commercio cinese costituita dagli Stati Uniti, scesi dal 14 a poco più del 7 per cento. Il surplus è invece cresciuto negli scambi con i paesi del Pacifico, con quelli africani, con il Canada, con la Russia e con il Messico. Dopo i dazi di Trump le autorità cinesi hanno avviato trattative per creare un’area di libero scambio con Corea del Sud e Giappone, intensificando, al contempo, relazioni commerciali con Malesia, Cambogia e Vietnam, di cui è già il primo partner commerciale con un interscambio di 200 miliardi di dollari. In sintesi Pechino sta mettendosi al sicuro da ogni scelta di Trump e sta costruendo nuove strategie degli scambi globali, mentre con la spesa pubblica sta spingendo il mercato interno che ha superato i 2500 miliardi di dollari. I linguaggi economici e ideologici del Novecento sono nel repertorio incognito della potenza del futuro. In questo senso, gli anni a venire potrebbero essere quelli del grande compromesso tra le due principali potenze mondiali o il momento dello scontro decisivo. Certo le autorità cinesi sembrano pronte a replicare colpo su colpo alla nuova politica Usa anche sul piano militare: il governo comunista cinese ha avviato infatti grandi esercitazioni navali insieme a Iran e Russia nelle acque calde del petrolio e ha rilanciato con forza le sue mire su Taiwan, sostenendo al contempo con vigore l’Iran, attaccato da Usa e Israele. In sintesi, la Cina si è mossa da potenza globale per far capire che i veri regolatori del cosiddetto mercato sono fuori dall’Occidente e pensare di farne a meno è un errore colossale proprio per chi, come i vertici finanziari europei, punta alla costruzione di ulteriori eventuali bolle. 

Non è un caso che la Cina abbia inaugurato un maxi hub in Perù, un megaporto finanziato dalla Cosco Shipping Ports, la compagnia di Stato che si occupa di infrastrutture ed è attiva in tutto il mondo. La creazione di tale scalo mette tutta l’America latina nell’orbita cinese, e rafforza il monopolio del paese comunista nel controllo dei grandi porti per container; un settore nel quale, peraltro, gli Stati Uniti non dispongono di grandi compagnie, in larga prevalenza cinesi, appunto, ed europee. Tutto ciò rende più facile dire che l’universo pop e le pretese di rinascita industriale del clan Trump possono riuscire a battere i resti delle democrazie liberali ma difficilmente potranno sconfiggere il nuovo Impero celeste. Nella medesima logica, Trump intende stabilire un controllo americano sulla Groenlandia perché non accetta il transito di navi cinesi a cui apre la strada la più grande flotta di rompighiaccio del mondo, quella russa. Con tale tragitto, le merci cinesi possono evitare la rotta di Suez, oggi resa pericolosa dagli Houti, e la circumnavigazione dell’Africa. Un simile vantaggio è fondamentale per la Cina e dunque il legame con la Russia diventerà tanto più solido quanto più Trump cercherà di bloccare quel transito. 

Il governo cinese sta muovendosi in maniera altrettanto dissonante rispetto al debito estero dei paesi africani. Il Continente africano ha infatti un problema enorme che si chiama debito estero e dipende, in larga misura, dagli alti tassi che i prestatori americani ed europei, a partire dai fondi, impongono agli Stati africani. Tale debito estero è pari a 655 miliardi di dollari che gli Stati africani devono a realtà estere: per 282 miliardi sono debiti verso investitori privati, per 233 verso Organizzazioni multilaterali e il resto per accordi bilaterali fra Stati. Per finanziare questo debito pagano interessi giganteschi che consumano ogni anno il 7% del Pil africano. Per pagare gli interessi sul debito moltissimi Stati perdono risorse decisive dovendo rinunciare a infrastrutture essenziali, a sanità e istruzione. Per effetto di ciò, nel giro di due anni, quattro Stati sono già falliti. Rispetto a questo quadro è interessante rilevare che tra il 2019 e il 2021 la Cina ha concesso 104 miliardi di dollari di prestiti ai paesi poveri. E tra il 2008 e il 2021 ha speso 240 miliardi di dollari per salvare ventidue governi che avevano accumulato troppi debiti per realizzare le infrastrutture della nuova via della seta. L’egemonia cinese, in questo senso, passa anche dalla remissione dei debiti invocata dal pontefice.

Il peso della Cina si manifesta poi in settori molto specifici. Il settore del lusso sta conoscendo una crisi per effetto della riduzione della domanda cinese che sarebbe un riflesso della crisi più generale che attraversa quel paese. Uno dei tanti leit motiv della narrazione sul declino dell’ex Impero celeste. Ma le cose non stanno proprio così. Partiamo da una prima considerazione. Il settore dei beni di lusso è dominato da tre società: LVMH, Hermes e Dior che hanno una capitalizzazione complessiva di oltre 800 miliardi di euro. Si tratta di società quotate che sono nelle mani pressoché esclusive – con partecipazioni azionarie ultramaggioritarie, per non dire totali – di due sole famiglie, gli Arnault e gli Hermes. Siamo di fronte dunque ad una concentrazione di ricchezza finanziaria formidabile, che non passa attraverso i fondi, ma conserva una struttura familiare per certi versi quasi ottocentesca. Proprio questa struttura proprietaria, priva dell’apporto della liquidità delle Big Three, rende il settore del lusso dipendente dalla domanda reale, molto più di altri settori. Per fare un esempio Tesla può fare un fatturato trimestrale di meno di 25 miliardi di dollari e avere una capitalizzazione di oltre 1000 miliardi di dollari. Per LVHM, come per quasi ogni altra azienda del lusso, questo non vale: non avendo la liquidità dei fondi deve vendere e dovendo pagare sul credito ai tassi ancora alti della Bce. Dunque una contrazione delle vendite determina subito una perdita di valore di titoli del lusso. Ma come incide su ciò la Cina? La risposta data dalla stampa mainstream è decisamente fuorviante. La forte riduzione dei consumi di lusso da parte dei cinesi non dipende da una crisi nel paese ma da tre fattori specifici. Il primo è costituito dalla fuga dei miliardari cinesi che non hanno accettato la strategia del Plenum del partito comunista cinese di procedere ad una rinazionalizzazione di settori strategici dove quei miliardari facevano montagne di soldi. In pratica lo Stato cinese si è ricomprato società che permettevano a pochi “mandarini” di avere formidabili profitti e dunque il numero dei milionari in Cina si è drasticamente ridotto. Il secondo fattore è riconducibile alla politica di programmazione dei consumi ad opera dello stesso Plenum che li ha distolti dai beni di lusso e li ha indirizzati verso altri settori più funzionali alla crescita cinese. L’economia cinese tende infatti a strutturarsi sempre più in direzione dell’aumento della domanda interna riducendo la dipendenza, nel recente passato preponderante, dalle esportazioni: oggi il Pil dell’ex impero celeste dipende assai meno dalle esportazioni di quanto non dipendano da esse le varie economie europee. Il terzo elemento è costituito dalla nascita, in Cina, di marchi del lusso “nazionali”, creati cioè dal finanziamento statale e da alcuni gruppi privati, verso cui vengono dirottati gli acquisti prima indirizzati verso le produzioni del lusso estere. In sintesi, la crisi del lusso in Cina discende da una chiara scelta di politica economica e sociale ed è dunque assai difficile da superare per i marchi internazionali, compresi quelli che hanno sedi produttive in Italia. Una simile crisi rischia di essere assai più accentuata dall’introduzione di dazi protezionistici in caso di non auspicabili “guerre doganali”.

Un altro settore di rilievo nell’affermazione cinese è quello delle auto elettriche che hanno superato le vendite delle auto “tradizionali”. Ne ha tratto beneficio in particolare la Byd, una società per azioni con due grandi azionisti privati, Xiang Yang Lu, che ne detiene quasi il 19%, e Chuan Fu Wang con l’11%, a cui si affiancano una presenza statale e quella, decisamente limitata, di alcuni grandi fondi, Berkshire e Vanguard in particolare. Per far fronte a questa crescita, il governo cinese ha deciso di puntare proprio sul settore delle auto “tradizionali”, in particolare sui due marchi Dongfeng e Changan, dove lo Stato cinese è azionista di larghissima maggioranza e ha varato un vasto piano di investimenti, che prevede anche la possibile fusione. In estrema sintesi, il mercato cinese si appresta a diventare un punto di forza decisivo per l’economia cinese che non avrà più bisogno di esportare negli Stati Uniti e dunque non risentirà in alcun modo dei dazi di Trump. Nel frattempo, le società automotive cinese stanno facendo impennare quelli di Shenzen e Hong Kong, dove è probabile potrebbero finire sempre maggiori capitali “occidentali”, già in spostamento da New York alla Borsa indiana.

In questa partita la grande finanza Usa può incontrare ulteriori ostacoli importanti proprio dalla Cina. Le prime quattro banche al mondo per valore degli attivi sono cinesi e sono, rigorosamente, di proprietà dello Stato. Il volume complessivo di tali attivi è di poco inferiore ai 20 mila miliardi di dollari; una montagna di risparmio gestito che, se pur sottoposto a vari dubbi per l’assenza di una reale “certificazione”, costituisce un unicum nel panorama globale, superiore agli attivi delle prime banche Usa e paragonabile solo ai super fondi. A lungo proprio le banche a stelle e strisce e più di recente i fondi hanno provato a entrare in tale sistema, utilizzando vari canali, in parte legati all’adesione della Cina al Wto, ma senza troppo successo. In tale contesto si situa il tentativo, esplicito, del presidente francese Macron di stabilire un rapporto privilegiato con Xi Jinping. Questa grande attenzione forse si può spiegare anche con l’ambizione della finanza francese, a cominciare da un colosso come Amundi, di riuscire a stabilire relazioni con il sistema bancario cinese, costruendo un argine allo strapotere delle “Big Three” americane e fornendo, al tempo stesso, alle banche cinesi una strada per entrare nella finanza “occidentale”, mettendo a frutto una parte di quella sterminata massa di attivi. Si profilerebbe uno strano quadro, quasi surreale, ma molto efficace, in cui il comunismo finanziario si inserirebbe nella inevitabile guerra intestina del turbo capitalismo nel tentativo di abbattere un monopolio che ha distrutto il libero mercato. Non è un caso che le agenzie di rating aggrediscano la Cina che sforna, invece, dati destinati a “sorprendere” gli osservatori; pur essendo la prima potenza industriale mondiale l’ex Impero celeste deve essere continuamente raccontato, e valutato, come insicuro in termini finanziari.

Gli altri

Delle dinamiche finanziarie del nuovo mondo fa parte anche la Russia. Dopo più di tre anni di guerra e dopo il varo di una serie di pacchetti di sanzioni internazionali, l’economia russa sembra in grado di reggere i costi del conflitto. Non ci sono stati infatti il tracollo del Pil, la crisi definitiva del rublo e neppure l’esplosione dell’inflazione che, in termini reali, non si allontana dal 6%, risultando quindi non troppo dissimile da quella europea. Le ragioni di questa tenuta sono molteplici, la prima delle quali è rintracciabile nella formidabile disponibilità di energia, di materie prime e di beni agricoli di cui beneficia la Federazione Russa. Immaginare di piegare una realtà così ricca di risorse, per quanto spesso gestite assai male, ha rappresentato un evidente errore. A differenza di molti altri Stati, a cominciare da quelli europei, la Russia può sostenere per un tempo non breve una politica di autosufficienza produttiva perché ha minori necessità di importare beni essenziali. In questo senso, la guerra ha generato una propria economia, in grado di mobilitare uomini e risorse. Ma a sostenere l’azione di Putin non è stata soltanto questa mobilitazione: ad alimentare la capacità russa di reggere nei confronti delle sanzioni hanno contribuito altri fattori. Il primo è costituto dal rapido spostamento dell’asse commerciale della Russia verso la Cina e verso i paesi del cosiddetto “Sud Globale”. Le offerte russe di fornire gas, petrolio, cereali e materie prime industriali a prezzi più bassi rispetto a quelli presenti sui mercati internazionali, peraltro gonfiati dalla speculazione finanziaria, hanno convinto numerose economie emergenti, dalla Cina, al Brasile, a varie realtà africane e latino americane a rivolgersi alla Russia, consentendole così di colmare i vuoti lasciati nella sua bilancia dei pagamenti dalle sanzioni “occidentali”. In tale prospettiva lo sganciamento, almeno parziale, della Russia dai suoi tradizionali fornitori e dai partner europei è stato meno complicato di quanto molti leader del Vecchio Continente avessero previsto. La partita del gas naturale liquido, dei cereali e di tutto ciò che è trasportabile via mare – l’80% degli scambi mondiali sono marittimi – si è dimostrata decisiva. C’è poi un secondo elemento importante nel giustificare la tenuta russa. Si tratta delle diverse triangolazioni che le esportazioni e le importazioni russe hanno potuto utilizzare per aggirare le sanzioni: Turchia, Emirati Arabi, Kazakistan, Georgia, Armenia sono stati transiti che hanno permesso alla Russia di evitare l’isolamento e di continuare a fare scambi non solo con questi paesi ma, tramite essi, con i paesi occidentali, da cui ricevere quindi, nonostante le sanzioni, valuta pregiata. Bisogna aggiungere, inoltre, che le sanzioni sono state a lungo tardive e, tuttora, lasciano fuori parti strategiche dei traffici destinati ad alimentare le entrate federali della Russia, a cui hanno contribuito, come accennato, gli alti prezzi di vari beni trascinati in alto dalla speculazione finanziaria sostenuta proprio dalle difficoltà determinate dal conflitto in corso. Così, in maniera paradossale, le scommesse al rialzo sui prezzi basate sulla difficoltà della Russia hanno finito per favorirla, consentendo a Putin di vendere i propri beni a prezzi più alti. Dunque, appare chiaro che la Russia sta tenendo in termini economici. Ci sono tuttavia varie incognite in merito alla durata di una simile resistenza che si legano all’indubbia difficoltà per la Federazione Russa di sostenere una mobilitazione così intensa sia in termini di manodopera, in presenza di un conflitto, sia in termini di progressiva rarefazione della disponibilità di valute forti. A ciò bisogna aggiungere che per la stessa Russia è assai rilevante il livello dei prezzi internazionali, in particolare di energia e beni agricoli, perché un’eventuale protratta riduzione di tali prezzi sgonfierebbe molto le sue entrate. Ma questo dato dipenderà molto proprio dalla speculazione della “finanza occidentale” e dalla possibilità di concordare con gli Stati Uniti di Trump un livello di prezzi energetici strutturalmente alto, in particolare nei confronti dell’Europa.

In un simile quadro, l’India, che ha oggi la seconda borsa mondiale per raccolta azionaria, avrebbe lo spazio per competere con i listini Usa nell’attrarre il risparmio dei paesi emergenti, e non solo. In particolare l’indice S&P Bse Sensex è composto da 30 titoli che sono quasi interamente nelle mani di grandi fondi di gestione del risparmio domiciliati in India; una straordinaria ricchezza finanziaria in grado di replicare il modello delle Big Three statunitensi. E’ possibile che proprio la Borsa indiana diventi il riferimento del risparmio di buona parte dei paesi emergenti che non intendono rivolgersi ai listini americani. L’India potrebbe costituire così, per i Brics e non solo, un mercato finanziario alternativo a quello cinese, dove tendono a essere rappresentate soltanto le società di Stato, oppure potrebbe svolgere servizi finanziari per la stessa Cina in un’ottica peraltro di avvicinamento anche commerciale in cui sono coinvolte parimenti, pur con varie difficoltà, Corea del Sud e Giappone. Cina e India possono poi definire alcuni aspetti del sistema di approvvigionamento energetico, contribuendo ad una sua finanziarizzazione di tipo speculativo non totalmente guidata solo dalle Borse americane. La Cina produce e consuma circa 4 mila milioni di tonnellate di carbone e l’India ne produce e consuma circa 800 milioni di tonnellate. Si tratta di una risorsa di cui hanno grande disponibilità e che non hanno bisogno di acquistare,  come avverrebbe invece per altre forme di energia i cui prezzi sono sensibili a facilissime impennate proprio perché oggetto di costante speculazione finanziaria. D’altra parte  i prezzi dello stesso carbone, fortemente aumentati tra il 2021 e il 2023 (da 200 a 400 dollari la tonnellata) e poi di nuovo diminuiti, sono apparsi del tutto speculativi e slegati dalla realtà produttiva anche per effetto dell’azione dei due colossi asiatici, rivelatisi in grado di condizionare gli andamenti degli strumenti dellal finanza derivata. Appare evidente, allora, che una possibile “mediazione trumpiana” sul versante di un esteso scenario in grado di comprendere dall’Oceano indiano al Pacifico e al Sud Est asiatico, consentirebbe una maggiore autonomia a Cina e India in termini finanziari ottenendo in cambio il mantenimento in vita di un sistema di finanziamento “dollarizzato”, ma con strumenti nuovi e con un almeno parziale multipolarismo, in grado di frenarne il declino. 

Sarà interessante capire quanto i dazi di Trump possano indurre una concorrenza tra questi due colossi in relazione alla capacità di attrarre fasi produttive. Un esempio è costituito dal caso di Apple che produce circa l’80% dei quasi 250 milioni di iPhone in Cina e la restante quota in India: i dazi possono pesare in questa partita perché il mercato Usa assorbe il 28% di una simile produzione. Certo sia India che Cina non sembrano disposte ad aprire alle criptovalute, tanto sponsorizzate da Trump. Soprattutto la Banca centrale cinese ha deciso di portare fino in fondo lo scontro con simili strumenti monetari, dichiarando illegali tutte le transazioni effettuate con le criptovalute. Si tratta di un atto di grande rilievo perché chiude le porte della seconda economia mondiale ai Bitcoin e a tutte le altre monete digitali; un dato che, in un mercato altamente speculativo come quello delle criptovalute, interamente basato sulle scommesse sulle prospettive immediate, può fare molto male ai “minatori” digitali. E’ evidente che la scelta dell’autorità monetaria cinese ha un duplice senso: da un lato vuole evitare minacce ad un sistema economico che, a differenza di molte altre realtà “occidentali” profondamente finanziarizzate, ha una robusta dimensione produttiva e, dall’altro, apre la strada all’introduzione dello yuan digitale, in grado di anticipare l’euro e il dollaro digitale, acquisendo così una posizione di forza a livello globale, senza tuttavia assumersi l’onere di valuta di riserva mondiale che danneggerebbe troppo le esportazioni dell’ex Impero celeste.


*Alessandro Volpi insegna Storia contemporanea e Storia della globalizzazione presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. I suoi ultimi lavoro sono: “Nelle mani dei Fondi. Il controllo invisibile della grande finanza”, Milano, Altreconomia, 2025; “I Padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia”, Roma-Bari, Laterza, 2024

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