La politica finisce sul divano: quando anche la protesta diventa spettacolo

La politica spettacolo trasforma la partecipazione in tifo e il conflitto sociale in una gara tra leader. Le piazze di Gaza si sono svuotate, mentre guerre come Ucraina e Golfo restano senza mobilitazioni comparabili. Il problema è ricostruire una forza collettiva.

La politica finisce sul divano: la terza fase

La politica ridotta a spettacolo televisivo ha un effetto preciso: trasforma la partecipazione in spettatorialità. Il cittadino non è più chiamato a costruire rapporti di forza, organizzazione, conflitto e consenso intorno a un progetto collettivo; gli viene chiesto di assistere, commentare, approvare o bocciare la performance di qualcuno che, per qualche giorno, occupa il centro della scena.

È la conclusione più coerente di una trasformazione che riguarda non soltanto un partito o una competizione interna, ma una parte consistente della politica contemporanea. Prima arrivano i candidati costruiti attraverso social network, apparizioni pubbliche, consulenti della comunicazione e campagne calibrate come lanci commerciali. Poi arriva la vittoria, raccontata come un’impresa personale, con il vincitore circondato dal proprio apparato di fedelissimi e comunicativamente confezionato per diventare il volto riconoscibile di una comunità sempre più indistinta.

Infine, terminata la competizione, il pubblico torna a casa. Restano le clip, le fotografie, gli slogan, le dichiarazioni. E soprattutto resta l’idea che quelle dichiarazioni possano bastare.

Dalla militanza alla tifoseria politica

La personalizzazione della politica non è soltanto una questione di linguaggio. È una modificazione della struttura stessa della partecipazione. Quando un candidato viene trasformato in un nome proprio da pronunciare con familiarità, quasi fosse un conoscente televisivo, non si sta semplicemente rendendo più accessibile il messaggio: si sta riducendo la distanza tra politica e mercato. Il leader deve essere riconoscibile, rassicurante, consumabile. La sua biografia diventa un prodotto narrativo, le sue posizioni vengono impacchettate in formule brevi e la complessità del conflitto sociale viene tradotta in una sequenza di contrapposizioni elementari.

Maschi contro femmine. Giovani contro vecchi. Apparato contro militanti. Burocrati contro attivisti. Libertà contro establishment. È la grammatica perfetta dei social network, dove ogni questione deve poter essere trasformata in una scelta binaria e ogni discussione deve produrre immediatamente una reazione. La politica, naturalmente, è qualcosa di infinitamente più complicato. Ma la complessità ha un difetto commerciale imperdonabile: non entra facilmente in un reel di trenta secondi.

Anche il rituale successivo alla vittoria rivela questa trasformazione. Due contendenti si affrontano per settimane come rappresentanti di visioni quasi incompatibili, si scambiano accuse, si contendono delegati, militanti e consenso, alimentano una competizione che spesso assume toni da resa dei conti. Poi arriva il risultato e improvvisamente compare l’abbraccio. Il partito è nuovamente unito, i compagni tornano compagni, le differenze vengono ricomposte davanti alle telecamere.

Non sarebbe necessariamente un problema se quella competizione avesse riguardato una diversa interpretazione della società, delle condizioni materiali del lavoro, del rapporto fra capitale e democrazia, della politica internazionale, della guerra, della distribuzione della ricchezza. In quel caso il conflitto interno avrebbe avuto una funzione politica: contendere una direzione, discutere una strategia, misurare idee e interessi differenti.

Ma quando il conflitto viene costruito prevalentemente intorno alla comunicazione personale, l’esito è molto diverso. La competizione diventa una guerra di posizionamento tra figure, mentre il collettivo che dovrebbe sostenerle resta sullo sfondo.

E qui comincia il problema vero perché una politica che pretende di rappresentare le fasce più deboli non può limitarsi a produrre buoni discorsi sui deboli. Deve possedere una capacità concreta di organizzazione. Deve riuscire a trasformare il malessere sociale in forza politica, il consenso disperso in partecipazione, la protesta episodica in pressione organizzata.

Altrimenti il risultato è una curiosa forma di progressismo da telecomando: si applaude quando il leader dice la cosa giusta e si cambia canale quando dice quella sbagliata.

Gaza è scesa dalle piazze, le guerre no

Il problema diventa ancora più evidente guardando ciò che è accaduto intorno alla Palestina. Nel 2025 l’Italia ha conosciuto mobilitazioni di dimensioni tutt’altro che simboliche. Il 7 giugno decine di migliaia di persone sfilarono a Roma contro la guerra a Gaza; nel settembre successivo le proteste si trasformarono in scioperi e mobilitazioni nazionali. Il 22 settembre furono coinvolte decine di città e il 3 ottobre, durante lo sciopero generale legato alla Global Sumud Flotilla, il Viminale parlò di circa 400 mila partecipanti, mentre la CGIL fornì una stima molto più alta, pari a due milioni.

Non importa, per questa riflessione, stabilire quale cifra sia quella definitiva. Importa la dimensione del fenomeno. Porti, stazioni, università, piazze e luoghi di lavoro furono attraversati da una mobilitazione capace di produrre conseguenze materiali, non soltanto dichiarazioni.

Eppure quella massa, progressivamente, è rientrata quasi integralmente nelle proprie case. La questione palestinese non è scomparsa dalla realtà, naturalmente. È invece arretrata vistosamente nella gerarchia dell’attenzione mediatica e politica. Oggi la cronaca internazionale registra una situazione mediorientale ulteriormente deteriorata, con una crisi apertamente legata anche allo Stretto di Hormuz e al confronto tra Stati Uniti e Iran.

Nel frattempo, Gaza continua a essere una tragedia concreta, mentre l’attenzione pubblica oscilla secondo il calendario delle emergenze e quello, ancora più selettivo, dei palinsesti.

Questa è una contraddizione politica enorme. Se centinaia di migliaia di persone possono scendere in piazza contro una guerra, perché quella mobilitazione non diventa una struttura permanente capace di incidere sulle decisioni del proprio governo? Se la pace viene proclamata come valore assoluto, perché il pacifismo appare molto meno capace di mobilitarsi davanti alla guerra in Ucraina e all’escalation nel Golfo Persico, proprio mentre quest’ultima rischia di coinvolgere rotte energetiche, potenze regionali e internazionali e un’area strategica per l’economia mondiale?

Non si tratta di mettere in competizione le vittime, né di stabilire quale guerra meriti maggiore indignazione. È esattamente il contrario. Se il principio è la pace, dovrebbe valere oltre i confini della simpatia geopolitica, dell’appartenenza ideologica e della convenienza comunicativa.

Il pacifismo che compare soltanto quando una determinata guerra entra nella propria zona di conforto politica è un pacifismo incompleto. E una mobilitazione che si esaurisce quando l’evento smette di produrre attenzione mediatica rischia di trasformarsi, suo malgrado, nell’ennesimo consumo politico.

La questione decisiva, allora, non è quanto sia bravo un leader a pronunciare parole corrette davanti a una telecamera. È come quelle parole possano diventare potere sociale.

Per ottenere una legge, cambiare una politica estera, fermare un invio di armi, difendere un salario, modificare un rapporto di forza, non basta avere ragione. Serve una forza organizzata capace di rendere politicamente costoso ignorare quella ragione. Questo significa iscritti, associazioni, sindacati, comitati, luoghi di discussione, strutture territoriali, campagne continuative, conflitto e capacità di tenere insieme persone differenti attorno a obiettivi concreti. È precisamente ciò che la politica spettacolarizzata tende a dissolvere.

Il capitale, nel frattempo, non ha bisogno di vincere le elezioni ogni cinque minuti. Opera attraverso strutture economiche, finanziarie, tecnologiche e culturali molto più stabili della durata di una leadership. Trasforma il desiderio in consumo, il consumo in identità, l’identità in competizione individuale. Persino il malessere viene rapidamente ricondotto al mercato: se sei povero, ti viene spiegato che il problema sono gli immigrati; se sei precario, la colpa è della burocrazia; se sei escluso, della casta; se sei arrabbiato, scegli semplicemente il leader giusto.

Così la società viene privata della domanda fondamentale: come costruire collettivamente una forza capace di modificare le condizioni che producono quella rabbia?

La risposta non può arrivare dal divano, né dal commento sotto una clip. E nemmeno dalla liturgia televisiva del leader che parla bene, parla male, dimentica qualcuno, cita qualcun altro, entusiasma o delude. La politica non è una prestazione, è un rapporto di forza.

E se la massa torna a casa dopo ogni manifestazione, se la guerra torna invisibile appena esce dal palinsesto, se il pacifismo si attiva a corrente alternata e la partecipazione viene sostituita dal commento sulla performance del capo, allora il problema non è soltanto che abbiamo leader troppo personali. È che abbiamo progressivamente disimparato a essere una forza collettiva.

Alex Marquez

18/8/2026 https://www.kulturjam.it

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