La guerra che sta cambiando il Medio Oriente e il mondo

di Marco Pondrelli

I giornali italiani hanno dato grande risalto alle indiscrezioni del Financial Timessecondo le quali l’Iran potrebbe colpire obiettivi statunitensi in Europa. Altrove la notizia ha avuto un’eco molto più contenuta, mentre in Italia non solo ha campeggiato sulle prime pagine, ma raramente è stato specificato che si trattava, appunto, di un’indiscrezione riportata da un giornale e non di una dichiarazione ufficiale del governo iraniano.

La gittata dei missili iraniani potrebbe arrivare fino a Cipro o alla Sicilia, ma solerti opinionisti hanno immediatamente paventato anche la pericolosità di fantomatiche «cellule dormienti» pronte a colpire con attentati. Ancora una volta, sarebbe necessario distinguere i fatti dalla propaganda. L’Iran ha subito il terrorismo dell’Isis, oltre a quello israeliano, lo ha combattuto, ma non ha mai praticato il terrorismo come strumento della propria politica. Magari qualche ex generale che ha provato, con scarsa fortuna, la carriera politica potrebbe indicare con precisione quali sarebbero gli attentati terroristici compiuti dall’Iran in Europa ai quali fa riferimento.

Questa forma di comunicazione non è neutrale: è funzionale al tentativo di sovvertire la rappresentazione dei fatti, trasformando l’Iran da aggredito in aggressore. È una narrazione che può trovare spazio nei grandi mezzi di comunicazione italiani, ma che non regge davanti alla realtà della guerra. L’Iran è stato aggredito e sta dimostrando di essere in grado non soltanto di resistere, ma di infliggere costi significativi agli Stati Uniti e ai loro alleati.

Gli obiettivi iniziali di Trump erano ambiziosi: il cambio di regime a Teheran, la fine del sostegno iraniano agli alleati nella regione, lo smantellamento del programma missilistico e la rinuncia al nucleare per fini militari. Oggi i primi tre obiettivi sono scomparsi dal dibattito. Sul nucleare, quello a cui Trump può realisticamente aspirare è arrivare a un accordo che rischia di essere peggiore, per gli Stati Uniti, di quello firmato da Obama e successivamente stracciato dallo stesso Trump. E mentre il conflitto continua, Washington arriva a chiedere garanzie sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz. Si fa la guerra per risolvere problemi che la guerra stessa ha creato.

Siamo di fronte a un’amministrazione sprofondata nel panico. Da qui anche le minacce rivolte all’Oman, che sembrano più imprecazioni disperate che parte di un disegno politico coerente. Gli Stati Uniti non stanno semplicemente affrontando una fase di difficoltà militare: rischiano di subire una sconfitta strategica.

L’Iran, infatti, si è rafforzato sotto diversi punti di vista. Ha dimostrato una notevole compattezza interna, ha resistito militarmente all’attacco statunitense e ha messo in discussione l’affidabilità delle alleanze regionali costruite da Washington. È quest’ultimo elemento, forse più ancora della dimensione strettamente militare del conflitto, a rappresentare la conseguenza più importante della guerra.

I Paesi del Golfo hanno compreso che gli Stati Uniti potrebbero non essere più in grado di garantire la loro sicurezza come in passato. E quando viene meno la certezza della protezione, inevitabilmente cambiano anche le alleanze e gli equilibri economici che su quella protezione si sono costruiti.

L’impero americano si ritrova così davanti a una situazione difficile: gli arsenali svuotati con il sostegno militare contemporaneo all’Ucraina e a Israele e forze navali impegnate da tempi lunghissimi in un dispositivo operativo che non può essere mantenuto indefinitamente senza costi. La questione non riguarda quindi soltanto il numero di missili disponibili o la capacità di rifornire le proprie forze, ma la sostenibilità complessiva di una strategia imperiale che negli ultimi anni ha moltiplicato i fronti senza riuscire a chiuderne nessuno.

Tutto questo ha già prodotto conseguenze politiche. L’accordo tripartito fra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita nasce certamente anche dalla necessità di contenere la forza dell’Iran, ma sarebbe riduttivo interpretarlo esclusivamente in questa chiave. Ci sono almeno due elementi che dovrebbero far riflettere.

Il primo è che questi tre Paesi, e soprattutto l’Arabia Saudita, stanno mandando a Washington un messaggio molto chiaro: non si sentono più al sicuro sotto l’ombrello statunitense. È un passaggio di enorme importanza. Per decenni la sicurezza del Golfo è stata uno dei pilastri della strategia americana in Medio Oriente e ha contribuito a sostenere un sistema economico-finanziario nel quale il petrolio veniva scambiato in dollari e i surplus dei Paesi produttori alimentavano anche la domanda di attività finanziarie statunitensi.

È questo il pilastro del sistema del petrodollaro. Se i principali produttori di petrolio del Golfo iniziano a diversificare le proprie relazioni economiche e finanziarie, il problema per Washington non è soltanto economico: è geopolitico. La forza del dollaro come moneta di riserva mondiale è sostenuta dalla centralità degli Stati Uniti nel sistema di sicurezza del Medio Oriente.

Il secondo elemento riguarda Israele. L’accordo tripartito rappresenta anche un ulteriore colpo alla prospettiva politica sulla quale si fondavano gli Accordi di Abramo: la progressiva integrazione di Israele nell’ordine regionale e, soprattutto, l’atteso riconoscimento da parte dell’Arabia Saudita.

La guerra contro l’Iran ha modificato profondamente questo scenario. La questione palestinese, che gli Accordi di Abramo avevano cercato di marginalizzare, è tornata al centro della politica mediorientale. E la guerra ha reso evidente quanto sia difficile costruire un nuovo equilibrio regionale ignorando i rapporti di forza e le profonde trasformazioni sociali e politiche che attraversano il mondo arabo.

Non siamo quindi semplicemente davanti a una nuova guerra in Medio Oriente. Siamo davanti a una possibile svolta degli equilibri internazionali.

Come spesso è accaduto nella storia, questa regione sembra anticipare dinamiche destinate a manifestarsi su scala più ampia. Il progressivo allontanamento di alcuni Paesi dal sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti, la ricerca di nuove partnership e la crescente autonomia delle potenze regionali indicano che il vecchio ordine unipolare è sempre meno in grado di governare il mondo.

Il Medio Oriente potrebbe essere uno dei primi luoghi in cui questa trasformazione diventa visibile. La guerra iniziata con l’obiettivo di riaffermare la supremazia americana rischia così di produrre l’effetto opposto: accelerare la ricerca di autonomia dei suoi stessi alleati e spingere la regione verso un sistema nel quale nessuna potenza possa più esercitare da sola un controllo incontrastato.

È questa, al di là dell’esito immediato degli scontri, la partita più importante che si sta giocando.

23/8/2026 https://www.marx21.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *