LESSICO E DEMAGOGIA: QUANDO LE PAROLE DELLA POLITICA SONO SBAGLIATE
«Amo le persone che scelgono con cura le parole da non dire» (Alda Merini)
di Ernesto Mancini
La frase attribuita ad Alda Merini — «Amo le persone che scelgono con cura le parole da non dire» — mi ha spinto a riflettere sull’uso improprio delle parole da parte della politica: parole spesso pronunciate fuori contesto e, in alcuni casi, aggressive o demagogiche.
NAZIONE
La parola «nazione», di per sé, richiama qualcosa di positivo: il senso di appartenenza ad una comunità e ad un’identità condivisa.
Tuttavia, nel linguaggio politico della destra, viene spesso usata in senso escludente: non per unire ma per tracciare un confine netto tra chi appartiene alla comunità nazionale e chi ne resta fuori.
Così, l’idea di nazione può trasformarsi in una barriera ideologica contro ciò che viene percepito come diverso o estraneo. Gli immigrati, per esempio, non vengono considerati parte della comunità, ma soggetti da tenere ai margini o da escludere. Non è un caso che nei loro confronti si parli di «remigrazione» (vedi infra), cioè del loro allontanamento, anche forzoso, verso quella che viene definita, pure con un certo disprezzo, «casa loro».
L’uso politico della parola nazione consente, inoltre, di evocare il nazionalismo senza doverlo nominare esplicitamente.
Il «nazionalismo», infatti, porta con sé un pesante retaggio storico difficilmente rivendicabile in modo aperto; «nazione», al contrario, appare come un termine innocuo, quasi naturale e semplicemente descrittivo.
È proprio in questa ambiguità che può celarsi una certa ipocrisia: la rispettabilità di una parola comune viene utilizzata per rendere più accettabile un’ideologia che, se chiamata con il suo vero nome — nazionalismo — susciterebbe probabilmente maggiori resistenze e diffidenze, anche alla luce della storia del nostro Paese e del ventennio che fu.
Il termine «nazione», naturalmente, può anche avere una funzione inclusiva: si pensi alla nazionale di calcio, all’inno nazionale, alle nazioni unite. Ma, quando viene impiegato fuori contesto, può assumere una funzione opposta: invece di richiamare ciò che unisce, finisce per sottolineare ciò che separa, fino a contrapporre l’appar- tenenza nazionale alla più ampia appartenenza alla comunità umana.
La questione, in definitiva, non è sostenere che la parola «nazione» non debba essere usata, bensì contestarne l’impiego laddove sarebbe più appropriato parlare di «Repubblica», «Stato», «Paese», «Comunità» o altro termine più preciso. Perché le parole non sono mai del tutto neutre: scegliere quella sbagliata, o usarla fuori conteto, può contribuire a costruire una falsa visione della realtà.
GALERA
Un meccanismo analogo avviene quando si sostituisce la parola “carcere” con la parola “galera”. In questo caso non si tratta di termine usato solo dalla politica ma molto diffuso nel linguaggio comune. Non si tratta neppure di una preferenza linguistica innocua o puramente colloquiale, ma di una scelta precisa che rivela una precisa postura culturale.
Il termine “galera” richiama storicamente le navi a remi in cui i con- dannati venivano incatenati al banco fino allo sfinimento: evoca punizione corporale, segregazione e sofferenza. Sostituire “carcere” con “galera”, significa disattivare il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena (art 27 Costituzione), per rimpiazzarlo con un’idea pura di vendetta e soffocamento.
A proposito di soffocamento, non è un caso, per esempio, che Andrea Delmastro, esponente di spicco della destra di governo, riferendosi ai detenuti da trasferire in un furgone cellulare, abbia dichiarato, davanti alle telecamere, di augurarsi che «non potessero respirare». Parole che colpiscono non solo per la loro durezza e cattiveria, ma soprattutto perché pronunciate da un rappresentante delle istituzioni. Del Mastro è parlamentare e all’epoca di questa dichiarazione era anche sottosegretario alla giustizia cioè un soggetto che più di altri avrebbe dovuto mantenere in sé lo spirito costituzionale. Se anche il linguaggio di chi rappresenta l’istituzione è così inquinato da parole sbagliate, il confine fra legittima severità
della pena e disumanizzazione del detenuto rischia di essere pericolosamente oltrepassato.
Al reo è comminata la sanzione più grave che può colpire una persona e cioè la privazione della libertà. Ogni ulteriore sofferenza (sovraffollamento carcerario, pessime condizioni igieniche e psicologiche, isolamento sproporzionato, ecc.) non ha alcuna giustificazione.
SPAZZACORROTTI
C’è una legge, la n. 3 del 2019, il cui titolo è già di per sé esplicativo: «Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione». Più comunemente viene definita «legge anticorruzione», ma nel linguaggio politico, soprattutto in una
certa retorica reazionaria e populista, è stata ribattezzata «legge spazzacorrotti».
È proprio questa espressione a meritare una riflessione. Si spazza via la spazzatura, non le persone, anche quando siano state riconosciute colpevoli di reati di corruzione. Un corruttore o un corrotto ha commesso un reato gravissimo, deve certamente assumersene la responsabilità e scontare la pena prevista dalla legge; ma non per questo cessa di essere una persona e, pertanto, non può essere privato della propria dignità di essere umano.
Il termine «spazzacorrotti», peraltro, non è una definizione neutrale: è uno slogan che rischia di identificare la persona con qualcosa da eliminare, anziché riconoscerla per ciò che è: una persona che ha commesso un reato e che, mentre sconta una pena detentiva — inevitabile e giusta perché prevista dalla legge — deve essere accompagnata in un percorso di rieducazione.
E tutto ciò non per una forma di buonismo, tanto più discutibile di fronte alla gravità del reato commesso, ma perché è il nostro ordinamento e, in particolare, la Costituzione ad imporre che la pena abbia una funzione rieducativa e sia rispettosa della dignità della persona.
In definitiva, nessuno può essere «spazzato via». Non è una tesi: è un principio che la Costituzione impone di rispettare.
REMIGRAZIONE
Il Generale Vannacci risponde a una giornalista che gli chiede perché nel suo programma per le prossime elezioni politiche utilizzi il termine «remigrazione». Il generale, con molta disinvoltura, afferma che, secondo il vocabolario della lingua italiana, riemigrare significa «migrare indietro», cioè «tornare al luogo di origine dopo una precedente migrazione». Perciò, a suo dire, il termine è corretto.
La giornalista gli fa però notare che il termine è inappropriato, perché in questo caso non si parla di un ritorno volontario, bensì di un ritorno imposto con la forza. Dunque, non si dovrebbe parlare di «remigrazione», ma di espulsione, che rischierebbe peraltro di colpire anche persone che non dovrebbero essere espulse.
Il generale insiste, con sarcasmo ed enfasi, sostenendo che si tratta di «remigrazione», perché i migranti verranno riportati nel loro Paese e quindi, esclama, «a casa loro!!!!». Tronca l’intervista e si allontana ridacchiando, come a voler sottolineare il proprio successo. Invero, «batte in ritirata», per usare il gergo militare.
Brava la giornalista che ha saputo tener testa al demagogo senza lasciarsi trascinare sul terreno delle sue formule ipocrite.
Dobbiamo però aggiungere che se parliamo di persone costrette con la forza a lasciare il luogo dove sono arrivate con grandi rischi e immani sofferenze, non siamo né davanti a una «remigrazione» né semplicemente a un’«espulsione». Siamo di fronte ad una deportazione di massa di persone che avevano lasciato il proprio Paese per cercare altrove ciò che non trovavano più in quella terra: sicurezza, dignità, lavoro, libertà e democrazia. Proviamo ad immaginare noi ed i nostri figli nel pieno di quel dramma.
ASSIMILARE
Ancora una volta il generale Vannacci ricorre al vocabolario per sostenere il programma politico del suo partito, che prevede per i migranti non remigrati “l’obbligo di assimilarsi” a ciò che egli de- finisce “i nostri valori, la nostra cultura e la nostra identità nazionale”.
Il punto più significativo è la previsione di una “dichiarazione formale di assimilazione” che lo straniero dovrebbe sottoscrivere per ottenere la cittadinanza o determinati permessi di soggiorno di lungo periodo, attestando la propria adesione ai valori della «civiltà greca, romana e cristiana», indicata dal movimento come matrice
fondante dell’identità italiana ed europea.
È proprio questa impostazione che contrasta palesemente con la Costituzione. Lo Stato può certamente richiedere a chi vive sul suo territorio il rispetto delle leggi, dei principi costituzionali e dei doveri che valgono per tutti. Altra cosa è imporre l’adesione a una specifica identità culturale e religiosa come condizione per ottenere uno status giuridico.
Una simile previsione è inconciliabile con l’art. 19 della Costituzione, che tutela la libertà religiosa, con l’art. 8, che garantisce l’eguaglianza delle confessioni religiose, e con il principio di laicità dello Stato, riconosciuto dalla Corte costituzionale come principio supremo dell’ordinamento. Anche l’art. 3 vieta discriminazioni fondate, tra l’altro, sulla razza, la lingua, le convinzioni politiche o religiose.
In una società democratica e pluralista, integrare non significa assimilare. Significa condividere le regole fondamentali della convivenza civile, lasciando però a ciascuno la libertà di conservare
la propria identità culturale e religiosa fermo restando che ci sono già le leggi che tutelano da ogni illecito politico o religioso.
Nel nostro ordinamento, dunque, nessuno può essere obbligato ad assimilarsi a un’identità prestabilita: ciò che la legge può esigere è il rispetto delle regole comuni, civili e penali, non l’adesione a una determinata concezione della cultura o della religione.
Purtroppo, si ha l’impressione che sia proprio il generale a doversi integrare alle regole della nostra civiltà. È lui l’estraneo.
«AMO LE PERSONE CHE SCELGONO CON CURA LE PAROLE DA NON DIRE».
In conclusione. Fare attenzione alle parole da non dire non significa cedere al politicamente corretto ma esercitare un fondamentale atto di responsabilità: restituire a ciascun termine la sua complessità, evitando che la demagogia ed il populismo continuino a degradare la qualità del nostro dibattito pubblico.
3/9/2026
DIRITTO E PERSONA
Costituzione, Libertà e Diritti Civili
Blog a cura di Ernesto Mancini – avvocato
divulgare il diritto – difendere i diritti
www.dirittoepersona.it ernesto.mancini@hotmail.it









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