“Loro distruggono, noi costruiamo”: gli abitanti di Gaza ricostruiscono le loro case con fango e macerie.
Mentre Israele continua a impedire l’ingresso di materiali da ricostruzione a Gaza, i palestinesi ricostruiscono le loro case con barre d’armatura recuperate, pietra calcarea di recupero e argilla. “Questa è la prova del nostro amore per la nostra terra”, ha dichiarato Fayez Abu Shamala a Mondoweiss.
di Tareq S. Hajjaj – 2 settembre 2026
Accanto alla sua casa distrutta a Khan Younis, Fayez Abu Shamala, 76 anni, accademico palestinese ed ex sindaco di Khan Younis, sta ricostruendo.
Abu Shamala ha recuperato pietre utilizzabili dalle macerie degli edifici distrutti, le ha raccolte e le ha sistemate, e con l’aiuto della sua famiglia ha costruito una piccola casa. Invece del cemento, introvabile in tutta Gaza, ha usato l’argilla.
Ha quindi fissato dei pezzi di nylon sulle pareti per proteggerle dalla pioggia. Ha anche recuperato alcune finestre e porte dalle macerie, le ha modificate e le ha installate in quella che ora è la sua casa.
«Mi trovo sulla mia terra», ha detto Abu Shamala. «Alla mia destra c’è la casa che ho costruito, e alla mia sinistra c’è la casa che l’esercito israeliano ha distrutto. Loro sono i distruttori, noi siamo i costruttori».
Abu Shamlah ha già dormito in una casa di fango, dopo essere stato sfollato dal suo villaggio nell’attuale città di Ashkelon durante la Nakba del 1948, quando la sua famiglia fu costretta ad abbandonare la propria terra e ha vissuto per anni in case di fango nella Striscia di Gaza. Più di settant’anni dopo, questo ciclo si sta ripetendo in tutta Gaza.
Poiché Israele blocca l’ingresso di cemento, acciaio e tutti i materiali da costruzione convenzionali, classificandoli come articoli a “duplice uso” potenzialmente utilizzabili a fini militari, Abu Shamala e altri abitanti di Gaza stanno costruendo case di fango per prepararsi alla stagione fredda e piovosa. Nell’ottobre del 2025, le immagini satellitari dell’UNOSAT hanno rilevato che circa l’81% di tutte le strutture nella Striscia di Gaza erano state danneggiate, con oltre 123.000 distrutte completamente. Le Nazioni Unite stimano che la distruzione abbia generato 61 milioni di tonnellate di macerie. Con la ricostruzione su larga scala ferma, i palestinesi stanno ricostruendo con tutto ciò che riescono a recuperare.
Alternative alle alternative
Il 15 agosto è stato inaugurato il primo edificio a due piani nella Striscia di Gaza costruito interamente senza materiali edili vietati. L’edificio è stato realizzato con barre d’acciaio e alluminio all’interno e pietra calcarea di Gerusalemme all’esterno. Tutti i materiali sono stati recuperati dalle macerie.
L’edificio, costruito dalla società Al-Rimal a Gaza City, sarà utilizzato per gestire le attività di organizzazioni internazionali, tra cui la ricezione e lo stoccaggio degli aiuti umanitari e la supervisione della loro distribuzione nella Striscia. Tre ingegneri dell’azienda hanno progettato e costruito la struttura in collaborazione con diversi professionisti, tecnici e operai. I lavori sono durati quattro mesi
“Se non ci fosse stata l’occupazione, non avremmo costruito questo edificio”, ha affermato Younis Abu Mueilaq, uno degli ingegneri che ha supervisionato la costruzione, intendendo che le sfide imposte a Gaza hanno in definitiva costretto allo sviluppo di approcci nuovi e senza precedenti per la ricostruzione.
Al-Rimal Al-Taybeh è partner di organizzazioni internazionali che gestiscono magazzini nella Striscia di Gaza. Con l’intensificarsi della guerra e la distruzione di molti di questi magazzini, le organizzazioni hanno iniziato a cercare alternative una volta che la situazione si è relativamente calmata dopo la firma del cessate il fuoco nell’ottobre 2025.
Secondo Abu Mueilaq, sono stati creati diversi magazzini alternativi per sostituire quelli distrutti durante la guerra e, con l’intensificarsi della collaborazione dell’azienda con organizzazioni internazionali, si è reso necessario un edificio amministrativo.
Israele continua a rifiutarsi di consentire l’ingresso dei materiali da costruzione necessari per la ricostruzione, nonché dei macchinari pesanti necessari per rimuovere le macerie, che hanno generato 61 milioni di tonnellate di detriti – un volume pari a quello di circa 15 Piramidi di Giza o 25 Torri Eiffel, secondo le Nazioni Unite. Di conseguenza, gli abitanti di Gaza si stanno rivolgendo ad alternative, alcune delle quali risalgono a secoli fa, come le case di fango, mentre altre prevedono lo sviluppo di nuovi metodi costosi e al di là delle possibilità dei singoli individui. Tali progetti vengono invece intrapresi da aziende e istituzioni, come Al-Rimal Al-Taybeh, che ha costruito questo edificio.
L’edificio sarebbe stato normalmente costruito in cemento, afferma Abu Mueilaq, ma poiché questo materiale non è disponibile a causa del blocco israeliano, il team si è rivolto ai metalli da costruzione recuperati da edifici distrutti e li ha modificati per poterli riutilizzare.
La struttura esterna è costituita principalmente da barre d’acciaio per cemento armato, fissate insieme con bulloni. Ma quando è arrivato il momento di rivestire la struttura esternamente con lamiere metalliche, in alternativa al cemento, non se ne trovava nessuna.
«E’ stato allora che abbiamo iniziato a cercare alternative alle alternative», ha affermato Abu Mueilaq. «Cominciammo a cercare qualsiasi cosa potessimo utilizzare. Scoprimmo che esisteva una tecnica impiegata nell’architettura moderna, ad esempio a Dubai, in cui la struttura in acciaio viene rivestita di alluminio».
Anche l’alluminio adatto non era disponibile a Gaza, quindi alla fine optarono per un’altra soluzione: pietra calcarea di Gerusalemme recuperata da edifici distrutti, pulita e riutilizzata per rivestire la struttura. Ogni pietra, spessa cinque centimetri, è stata forata ai quattro angoli e dotata di una staffa metallica per fissarla alla struttura in acciaio.
“Abbiamo posizionato una pietra sopra l’altra e le abbiamo fissate saldamente, e questa splendida struttura è nata grazie al duro lavoro delle squadre”, ha affermato Abu Mueilaq.
Una volta risolta la struttura esterna, gli interni presentavano una sfida a sé stante.
Legno, cemento e alluminio adatto non erano disponibili, ma il team ha trovato dell’alluminio utilizzato per la produzione di mobili da cucina: un materiale che si era accumulato nei magazzini perché gli altri componenti necessari per la fabbricazione di cucine in alluminio non erano reperibili. L’alluminio è stato utilizzato per suddividere l’edificio internamente e per creare pareti e divisori.
Abu Mueilaq afferma che il costo del progetto è stato estremamente elevato, proprio come il costo della vita a Gaza, che è aumentato molte volte rispetto a prima del genocidio.
Sottolinea inoltre che questo esperimento non è facilmente replicabile. I materiali utilizzati sono stati recuperati all’interno di Gaza e non possono essere facilmente recuperati o sostituiti.
“Ciò che stiamo usando ora non potrà essere riutilizzato in futuro”, ha spiegato Abu Mueilaq.
L’edificio, tuttavia, offre alla gente qualcosa di più di un semplice riparo. “Dà speranza alla gente”, ha detto Abu Mueilaq. “Speranza che Gaza abbia i lavoratori qualificati, i pensatori e i professionisti capaci di ricostruire la loro patria, se vengono fornite loro le risorse necessarie”.
‘Siamo noi i costruttori’
Oltre alla questione della ricostruzione su larga scala, i palestinesi sono ricorsi anche ad antichi metodi di costruzione di rifugi, ormai quasi in disuso da generazioni: l’utilizzo di fango e argilla per edificare le case.
Abu Shamala è uno di loro. La casa che ha costruito con pietre e argilla di recupero non è abbastanza grande da ospitare tutta la sua famiglia, ma è pur sempre un rifugio. Tuttavia, è ben diversa da quella che un tempo era la sua casa di famiglia, una dimora di 500 metri quadrati, disposta su quattro piani, che ospitava una famiglia allargata di oltre 20 persone.
Abu Shamala è però preoccupato anche per l’imminente stagione delle piogge, poiché la pioggia può sciogliere i muri di fango e non è ancora in grado di prevedere cosa accadrà alla struttura in tali condizioni.
«Anche procurarsi l’argilla non è semplice», ha spiegato. Khan Younis, dove vive, è divisa in due zone: la parte orientale, dove si trova l’argilla, e la zona occidentale di al-Mawasi, che è sabbiosa. Il problema è che la regione orientale, ricca di argilla, è controllata dall’esercito israeliano, oltre la cosiddetta “Linea Gialla” che delimita le parti di Gaza divise tra Israele e Hamas.
“Procurarsi l’argilla a volte può costare vite umane”, ha detto Abu Shamala. Ma nonostante le difficoltà, afferma che costruire la casa gli ha dato un senso di stabilità, soprattutto dopo aver capito che l’occupazione israeliana non avvierà né consentirà la ricostruzione, ma anzi sta intensificando le restrizioni in tal senso.
«Siamo qui, ad affrontare il blocco e l’aggressione, cercando di ricostruire la vita», ha affermato. «Stiamo ricostruendo le nostre vite con le nostre risorse deboli e limitate, ma restiamo saldi sulla nostra terra».
Abu Shamala afferma che Israele accusa i palestinesi di essere distruttori, indicando con un gesto la carneficina che lo circonda. “Ecco un quadro chiaro di chi distrugge e chi costruisce. Noi costruiamo, e il nemico distrugge.”
«Questa è la prova del nostro amore per la nostra terra», ha continuato. «Della nostra fedeltà alla terra in cui siamo nati e cresciuti, che ci restituisce in egual misura l’affetto che proviamo per essa».
Dice di appartenere a un popolo che si rifiuta di morire e di scomparire.
«Nonostante la distruzione, i bombardamenti, il blocco, la privazione di acqua e cibo e l’impedimento alla ricostruzione, e nonostante tutti i crimini commessi contro di noi dal nemico israeliano, questo è un popolo che ricostruisce la propria terra con le risorse più scarse», ha affermato.
Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi.
4/9/2026 https://www.invictapalestina.org/










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