La guerra prepara la marea nera

L’AfD sfonda in Germania mentre l’Europa sceglie riarmo, sacrifici sociali e austerità. Se la sinistra non rompe con queste politiche, l’antifascismo rischia di ridursi a un impotente allarme elettorale.

C’è un numero che dovrebbe togliere il sonno a tutta la sinistra europea: 44,5 per cento. È il risultato raggiunto dall’AfD nelle elezioni in Sassonia-Anhalt, contro appena il 18,5 per cento della CDU. Nel 2021 l’estrema destra era al 20,8 per cento. Ha più che raddoppiato i voti e oggi, in uno dei Länder della Germania orientale, sfiora da sola la maggioranza assoluta. Non siamo più davanti a un voto di testimonianza, a una protesta marginale o a qualche nostalgico confinato nelle periferie della Repubblica federale. Siamo davanti alla possibilità concreta che l’estrema destra diventi forza di governo.

Naturalmente ci spiegheranno ancora una volta che dietro c’è Putin. Che Mosca manipola l’opinione pubblica, finanzia campagne di disinformazione, utilizza le contraddizioni occidentali per indebolire l’Unione europea. Le interferenze russe esistono e vanno indagate quando ci sono prove. Ma attribuire a Mosca il 44 per cento dell’AfD sarebbe soprattutto un formidabile alibi per non interrogarsi sulle responsabilità europee. Non c’è bisogno di immaginare Putin seduto davanti a un gigantesco telecomando con cui orienta milioni di elettori tedeschi. Basta guardare quello che l’Europa ha fatto da sola.

Da anni ai cittadini europei viene spiegato che bisogna prepararsi alla guerra, aumentare le spese militari, costruire eserciti più grandi, acquistare armamenti, sacrificare altre priorità di bilancio alla sicurezza. Friedrich Merz ha fatto del riarmo tedesco un asse della propria politica. Ursula von der Leyen ha trasformato il rafforzamento militare dell’Unione in uno degli orizzonti strategici dell’Europa. Contemporaneamente milioni di persone continuano a fare i conti con salari insufficienti, affitti insostenibili, servizi pubblici impoveriti, precarietà e paura del futuro.

Ed è qui che cresce la marea nera. Non perché chi soffre diventi automaticamente fascista. Questa sarebbe una spiegazione tanto comoda quanto falsa. L’estrema destra cresce quando l’insicurezza sociale non trova più una risposta politica egualitaria; quando la rabbia prodotta dalle disuguaglianze viene abbandonata alla destra; quando il conflitto tra capitale e lavoro viene sostituito dal conflitto tra poveri, migranti e autoctoni; quando a una generazione che teme di stare peggio della precedente viene offerto un carro armato invece di una casa, un nemico esterno invece di un salario, la frontiera invece del welfare.

L’AfD conosce perfettamente questo terreno. Mescola nazionalismo, xenofobia, autoritarismo e propaganda contro i migranti con l’opposizione agli aiuti militari all’Ucraina e la promessa di ristabilire i rapporti economici con Mosca. Nella Germania orientale questa posizione intercetta anche un disagio economico e politico antico, alimentato dalle persistenti differenze con l’Ovest e dalla sensazione di essere stati dimenticati da Berlino. La risposta di Merz è stata invece quella di rincorrere l’AfD sul terreno dell’immigrazione e della sicurezza mentre continuava sulla strada del riarmo. Il risultato elettorale dice quanto abbia funzionato.

Questa dovrebbe essere la discussione della sinistra europea. Invece una parte consistente del progressismo continua a presentare l’attuale Unione europea come un fortino da difendere così com’è, identificando la critica alle sue politiche con il sovranismo e il dissenso sul riarmo con l’accondiscendenza verso Putin. È una trappola politica gigantesca perché consegna all’estrema destra il monopolio della protesta contro decisioni che incidono materialmente sulla vita delle classi popolari.

Vale anche per l’Italia. Nel marzo 2025 Michele Serra convocò dalle pagine di Repubblica la manifestazione di piazza del Popolo per l’Europa, alla quale aderirono il Pd e un arco vastissimo di forze politiche, sindacali e associative. Quella piazza esprimeva sensibilità diverse e sarebbe scorretto ridurla semplicemente a una manifestazione per il riarmo. Ma proprio quella mobilitazione mostrava il problema: quale Europa si chiedeva di difendere?

Quella del welfare o quella del riarmo? Quella dei diritti sociali o quella della competizione militare globale? Quella che redistribuisce ricchezza o quella che chiede nuovi sacrifici mentre moltiplica la spesa per armamenti?

Non sono domande astratte. Sono il terreno sul quale si deciderà chi raccoglierà la rabbia sociale dei prossimi anni. Perché l’estrema destra non viene fermata soltanto con gli appelli ai valori europei. Non basta ricordare Ventotene mentre milioni di persone vedono restringersi il proprio orizzonte materiale. Non basta agitare la bandiera blu contro quella nera se, sotto entrambe, un lavoratore continua a non arrivare alla fine del mese. La democrazia ha bisogno di basi materiali. Se quelle basi vengono erose, l’autoritarismo trova spazio.

L’alternativa è molto più concreta di quanto vogliano farci credere: pace e welfare. Diplomazia e redistribuzione. Sanità, scuola, salari, pensioni, casa, trasporto pubblico, riconversione ecologica. Una politica europea capace di dire che la sicurezza di una società non si misura soltanto nel numero dei missili che possiede, ma nella possibilità delle persone di vivere senza paura della povertà, della malattia, della disoccupazione e della vecchiaia.

Questa sarebbe una politica antifascista all’altezza del presente.

Continuare invece sulla strada della militarizzazione, della compressione sociale e della rincorsa alla destra sull’immigrazione significa preparare il terreno sul quale la destra radicale prospera. La Sassonia-Anhalt ci consegna un avvertimento brutale. Non viene da un convegno, da un sondaggio qualitativo o da un saggio sul ritorno dei fascismi. Viene dalle urne.

C’è però una conclusione ancora più scomoda da trarre. Se non ci sarà una totale inversione dell’iniziativa e della proposta politica, qualsiasi richiamo all’antifascismo rischierà di diventare impotente. Non basta evocare il pericolo di un secondo governo Meloni, non basta chiamare alla mobilitazione contro Vannacci, non basta denunciare l’AfD o indignarsi quando l’estrema destra conquista un altro pezzo d’Europa. Bisogna avere il coraggio di dire no al riarmo europeo, no alle politiche di austerità, no alla subordinazione della spesa sociale alla costruzione di un’economia di guerra. E bisogna contemporaneamente ricostruire una proposta fondata su salari, welfare, sanità, scuola, casa, pensioni, diritti e redistribuzione della ricchezza. Senza questa rottura, l’antifascismo istituzionale rischia di chiedere alle classi popolari di difendere proprio quell’ordine sociale che le ha impoverite e abbandonate.

Su questo terreno non esiste neutralità. Chi continua a sostenere il riarmo e la compressione della spesa sociale e poi, alla vigilia delle elezioni, agita lo spettro dell’estrema destra non può stupirsi se il richiamo all’“emergenza democratica” non mobilita più nessuno. Può arrivare una sonora sconfitta, ma c’è qualcosa di politicamente ancora più grave: la corresponsabilità nell’aver lasciato alla destra radicale la possibilità di presentarsi come unica opposizione al presente. Non perché Merz, von der Leyen o il centrosinistra vogliano l’AfD, Meloni o Vannacci, naturalmente, ma perché continuano a produrre o aggravare le condizioni sociali e politiche nelle quali quelle destre possono prosperare, mentre rinunciano a costruire un’alternativa capace di contendere loro rabbia, paura e domanda di cambiamento.

È questo che dovrebbero capire Michele Serra, Repubblica, il Partito democratico e quanti sono scesi in piazza per difendere l’Europa senza mettere sufficientemente in discussione l’Europa che stavano difendendo. Non si può attendere che Vannacci arrivi davvero al 40, al 50 o al 60 per scoprire improvvisamente che esiste un’emergenza democratica. A quel punto sarà troppo tardi per organizzare un’altra piazza piena di bandiere europee.

Ed è questo che dovrebbe capire anche il centrosinistra italiano prima di preparare l’ennesima campagna elettorale sul pericolo del secondo governo Meloni. Se il programma sarà difendere questa Europa, accettarne il riarmo, considerare inevitabili i vincoli di bilancio e limitarsi a promettere una gestione un po’ più umana dell’esistente, Meloni e Vannacci avranno già vinto una parte della battaglia prima ancora dell’apertura delle urne. L’antifascismo non può essere ridotto a una chiamata alle armi elettorale ogni volta che la destra cresce nei sondaggi. Deve tornare a essere un progetto materiale di società, capace di indicare chi paga la crisi, chi accumula ricchezza, chi trae profitto dalla guerra e quale alternativa costruire.

Pace e welfare, dunque, non come parole d’ordine consolatorie, ma come terreno di conflitto politico. Contro il riarmo, contro l’austerità, contro la guerra permanente e per una gigantesca redistribuzione di ricchezza e potere. Senza questa scelta, potremo convocare tutte le piazze antifasciste che vogliamo e lanciare ogni cinque anni l’allarme contro il governo più a destra della storia repubblicana. Intanto, però, la marea nera continuerà a salire. E chi avrà rifiutato di cambiare rotta non potrà dire di non averla vista arrivare.

7/9/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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