L’estrema povertà degli stranieri in Italia
(Foto di Alleanza contro la povertà)
In Italia un terzo delle famiglie composte soltanto da stranieri vive in povertà assoluta. E avere un lavoro spesso non basta: è infatti povero anche il 29,1% delle famiglie con almeno uno straniero in cui la persona di riferimento è occupata. Mentre in Europa si moltiplicano trasferimenti, rimpatri ed esternalizzazione delle frontiere, Alleanza contro la povertà rilancia questi numeri e questo tema, chiedendo di riportare al centro persone, diritti e inclusione. E lo fa affrontando i principali nodi che caratterizzano il dibattito attuale. Primo, i “dublinanti”, da alcuni giorni tornati al centro delle cronache: Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno annunciato o avviato infatti trasferimenti verso l’Italia, considerata responsabile dell’esame delle loro domande. “Come questo tema si intrecci con la povertà (o almeno con la marginalità), sottolinea Alleanza contro la povertà, è evidente dai numeri: nel 2024 in Italia sono state presentate 151.120 domande d’asilo, mentre le Commissioni territoriali hanno esaminato 78.565 prime istanze. Alla fine dell’anno risultavano circa 180mila richiedenti asilo in attesa di una decisione, quindi in condizioni di grave precarietà sociale ed economica. Dietro i numeri delle domande d’asilo, dei trasferimenti e dei rimpatri ci sono persone, titolari di diritti fondamentali che le politiche pubbliche hanno il dovere di rendere concretamente esigibili. Dati nazionali sull’incidenza della povertà tra i soli richiedenti asilo non esistono. Esistono però indicatori molto chiari della loro fragilità economica. Chi è ospitato nei centri governativi o nei CAS riceve 2,50 euro al giorno per le spese personali, circa 75 euro al mese. Per chi resta fuori dall’accoglienza la legge italiana non prevede alcun contributo economico. Inoltre, dal 12 giugno 2026 il richiedente deve aspettare 90 giorni dalla formalizzazione della domanda prima di poter lavorare, contro i 60 previsti in precedenza”.
La povertà è estremamente diffusa anche tra i rifugiati già riconosciuti: una categoria diversa e, almeno in teoria, più tutelata grazie allo status ottenuto. Eppure, un’indagine UNHCR stima che il 43,5% viva di questi in povertà assoluta, il 67% sotto la soglia di povertà relativa e il 26% in grave deprivazione materiale e sociale. Se la povertà è così diffusa perfino dopo il riconoscimento della protezione, tanto più deve esserlo tra chi è ancora sospeso nell’attesa, con pochi euro in tasca e un accesso limitato al lavoro e ai percorsi d’integrazione. Ma questo possiamo solo ipotizzarlo, perché dati, appunto, non ce ne sono. C’è poi, caldissimo in questa caldissima estate, il tema della remigrazione, introdotta il 17 gennaio 2026 con la raccolta delle firme per la proposta di legge popolare “Remigrazione e riconquista”. Il testo definisce la remigrazione come il ritorno “volontario e assistito” nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente presenti in Italia da almeno 12 mesi, dei richiedenti asilo disposti a rinunciare alla domande e dei titolari di permessi temporanei in scadenza. La platea potenzialmente interessata è quindi molto ampia: alla fine del 2024 i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno erano oltre 3,8 milioni. Chi aderisce riceverebbe un incentivo, ma dovrebbe accettare il divieto di tornare stabilmente in Italia. La proposta prevede inoltre un Fondo per la remigrazione (1 miliardo di euro l’anno, incrementabile fino a 2 miliardi), una tassa del 3% sulle rimesse inviate all’estero, l’abolizione della programmazione annuale dei flussi di ingresso per lavoro, l’espulsione obbligatoria dello straniero regolare condannato in via definitiva per un delitto e la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione in caso di condanna per una serie molto ampia di reati. “I rischi sono evidenti, sottolinea Alleanza contro la povertà. Primo, sottrarre risorse all’integrazione aumenta povertà e marginalità. Secondo, tassare le rimesse colpisce il reddito di famiglie che spesso vivono in Paesi poveri. Terzo, incentivare la partenza dei regolari può inoltre aggravare la carenza di lavoratori: in Italia – lo ricordiamo – gli occupati stranieri sono 2 milioni e 514mila, ovvero il 10,5% del totale. Con punte del 30,9% nei servizi, del 20% in agricoltura, del 18,5% in alberghi e ristoranti e del 16,9% nell’edilizia”. C’è un intreccio evidente tra essere stranieri ed essere poveri nel nostro Paese: nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2% delle famiglie composte soltanto da stranieri, contro il 6,2% delle famiglie di soli italiani, quasi sei volte tanto. Se poi si allarga l’analisi a tutte le famiglie con almeno uno straniero, l’incidenza sale al 30,4%, pari a circa 716mila famiglie. E il lavoro non basta: è povero il 29,1% delle famiglie con stranieri in cui la persona di riferimento è occupata, contro il 4,2% di quelle italiane. La ragione emerge anche dai dati del Ministero del Lavoro: la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari è inferiore del 30,4% rispetto a quella dell’insieme dei lavoratori. Pesano la concentrazione nelle qualifiche più basse, la discontinuità dei contratti e il minor numero di giornate retribuite. E anche l’accesso alle misure di contrasto è spesso sbarrato: per ottenere l’Assegno di inclusione un cittadino di un Paese terzo deve possedere uno specifico titolo di soggiorno e risiedere in Italia da almeno cinque anni, gli ultimi due continuativi. L’ultimo rapporto dell’Asylum Information Database (Country Report: Italy – 2024 Update), pubblicato nel luglio 2025 segnala che, nonostante l’incidenza della povertà sia quasi sei volte più alta, nel maggio 2024 soltanto il 9,5% delle famiglie beneficiarie dell’Adi era straniero.
L’Alleanza contro la povertà chiede: 1. La revisione e il rafforzamento delle attuali misure di contrasto alla povertà, riducendo da cinque a due anni continuativi il requisito di residenza in Italia per accedere all’Assegno di inclusione; 2. il potenziamento dell’accoglienza diffusa nel SAI e percorsi immediati di lingua, formazione, lavoro e casa per richiedenti asilo e rifugiati; 3. il contrasto al lavoro povero, allo sfruttamento e al caporalato, con la garanzia di alloggi dignitosi (anche sulla base del recente decreto PA) e trasporti pubblici, il superamento dei ghetti, controlli, monitoraggi e piena applicazione dei contratti; 4. che le risorse pubbliche siano investite nell’inclusione, non sottratte ai servizi per finanziare l’allontanamento degli stranieri regolari; 5. che si rafforzino, con norme e risorse, il SAI, gli affidi e i tutori volontari e sia garantito, tutte le volte che è possibile e necessario, il prosieguo amministrativo fino a 21 anni. L’Alleanza contro la povertà durante questa estate ha mantenuto alta l’attenzione contro la povertà per i diritti e l’inclusione con la serie di approfondimenti “La povertà non ha ferie”. Questo è il terzo approfondimento. I primi due hanno avuto per tema gli “anziani” e la “disabilità e i caregiver”.
Qui la prima puntata della serie “La povertà non ha ferie”, dedicata alle persone anziane: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/la-poverta-non-ha-ferie-una-serie-estiva-a-puntate-per-conoscerla-meglio-primo-focus-anziani/;
Qui la seconda puntata dedicata a disabilità e caregiver: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/estate-disabilita-e-caregiver-quasi-3-famiglie-su-10-a-rischio-poverta/.
Giovanni Caprio
10/9/2026 https://www.pressenza.com/









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