L’analfabetismo funzionale nella politica, base di questo sistema
Versione interattiva Lavoro e Salute Settembre 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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L’analfabetismo funzionale è l’incapacità di comprendere, valutare e utilizzare le informazioni scritte per gestire compiti quotidiani e partecipare attivamente alla società. Chi ne soffre sa leggere e scrivere, ma non riesce a elaborare concetti complessi, distinguere fonti attendibili o fare ragionamenti critici. Wikipedia
Si crede che l’analfabetismo si sia accasato in vari gradi solo nelle classi povere a causa della selezione scolastica sul reddito, niente di più sbagliato perchè basta seguire per alcuni attimi le dichiarazioni alla stan e sui social, ma anche in tanti interventi di parlamentari alla Camera e Senato per avere un quadro desolante di chi rappresenta questo malandato Paese. Tutto è cominciato con il primo governo Berlusconi che ha aperto le porte dorate a tanta parte dell’ignoranza, storica ed economica in particolare, e non solo i parlamentari razzisti della Lega Nord.
Nel nostro presente, sia dal punto di vista strettamente culturale e sociale che in quello politico ed economico, appare sempre più complesso, e l’ignoranza generalizzata.
L’analfabetismo funzionale è definito come l’incapacità di comprendere e utilizzare informazioni scritte nonostante un livello di istruzione formale.
Questa condizione è comune e, per molti versi, rappresenta una piaga riconoscibile: chi ne è affetto spesso non si informa, non legge e si limita a interpretazioni semplicistiche della realtà.
Secondo una ricerca Piaac-Ocse del 2019, l’ultima disponibile), il 28% della popolazione italiana tra i 16 e 65 anni – cioè quasi 17 milioni di individui – non è capace di comprendere e usare correttamente le informazioni quotidiane perché non ha sufficienti abilità nella comprensione di un testo.
Tuttavia, il semi-colto – una figura che si pone a metà tra l’ignorante e il cosiddetto ‘intellettuale’ – costituisce un problema altrettanto significativo, se non maggiore.
Il semi-colto è colui che, avendo accesso a un’istruzione o a fonti di informazione apparentemente affidabili, sviluppa una fiducia illimitata nei mediatori dei mezzi dell’informazione: giornalisti, divulgatori televisivi, influencer culturali e persino enciclopedie digitali.
Il risultato è una forma di ottusità radicata, che si manifesta nell’assenza di pensiero critico e nella totale delega del giudizio a fonti ritenute autorevoli. Questa genera il fenomeno che possiamo definire “presunzione conformista”, ovvero un atteggiamento mentale che sostituisce il pensiero critico con una cieca fiducia nell’autorità mediatica. Essa si traduce in un comportamento che accetta passivamente qualsiasi affermazione proveniente da fonti considerate autorevoli, senza verificarne la veridicità o riflettere sul loro contenuto.
Le opinioni dei presunti politici proliferano come funghi dopo la pioggia, formando una fitta giungla che spesso ostacola la riflessione calma e il pensiero critico. Cosa grave ma ancora più grave è che queste opinioni spesso diventano, opportunamente aggiustate per lo scopo, Leggi dello Stato
Nel mondo attuale saturo dei media, sentiamo costantemente le voci degli influencer amplificate da algoritmi nascosti all’interno delle piattaforme digitali aziendali.
Queste voci spesso assumono l’apparenza di verità indiscutibili. Eppure, sotto la superficie, spesso servono come strumenti per promuovere particolari agende o tendenze che cercano il dominio nella sfera pubblica, spesso tramite pagamento, favori o interessi commerciali.
Come nella guerra, quasi tutto diventa accettabile: evidenziare strategicamente questioni convenienti, manipolare le emozioni o diffondere falsità sofisticate volte a screditare chi non è d’accordo.
Poiché la velocità è diventata uno dei valori distintivi della nostra epoca, la reazione immediata è ora premiata più della riflessione riflessiva. In questo ambiente accelerato, la possibilità di una riflessione più profonda è spesso sepolta sotto l’urgenza e l’impulso.
Siamo in una Postdemocrazia autocratica? Pare di si. Il sistema postdemocratico non è meno autoritario dell’autocrazia. E’ semplicemente più ipocrita, perché infarcito di retorica democratica.
Questa verità è confermabile per le cosiddette “democrazie” occidentali, tanto che non si può né si deve davvero considerarle democrazie compiute. Probabilmente un tempo lo erano. Oggi non lo sono più. Per vero, mantengono solo una parvenza di ciò che erano (o di ciò che sono sulla carta), tanto che si potrebbe dire senza alcun dubbio che, odiernamente, noi non viviamo in una democrazia, quanto nella sua degenerazione: la postdemocrazia.
Affluenza al voto crollata e istituzioni senza legittimità sostanziale: gli italiani non riconoscono più questa politica come strumento di cambiamento.
Essere formalmente eletti da meno della metà dei cittadini non consente di rappresentare un popolo, ma solo di amministrare il residuo di fiducia che ancora circola nel sistema. in stato di implosione controllata.
Che cosa dicono quegli indici di affluenza? Che la cittadinanza ha ormai ritirato la delega la politica a esercitare il potere. Non si tratta di un capriccio collettivo, ma di una constatazione: la sfera pubblica è diventata l’arena di consorterie sempre più autoreferenziali, dove la mobilitazione civica è ridotta a un fastidio statistico.
Il liberale non si accontenta più di narrazioni persuasive. Non ricerca più un “consenso molle”, pretende un “consenso duro”. Per questo arresta, reprime, intimidisce, chiude spazi sociali. Non recinta più il dissenso nell’invisibilità ma aggredisce il pensiero critico con protervia, manganella con le censure, spaventa con le liste di proscrizione, con le sanzioni individuali. Ma non solo.
Il Regime si copre con una sistematica falsificazione della realtà irradiata nelle reti unificate della televisione. Questi cialtroni dell’informazione, ormai diventata intrattenimento spettacolarizzato, manipolano impunemente la Storia senza alcun imbarazzo. Così il nazismo ucraino diventa lotta per la libertà e la resistenza palestinese a un genocidio programmato con dolo diventa terrorismo. La contraffazione si eleva a cifra distintiva della professionalità. Ma non solo.
La moltiplicazione indefinita della produzione artistica assolve a uno spirito omogeneizzante. Si assoggetta agli imperativi protocollari degli algoritmi, alla perfezione performativa e caricaturale del digitale. L’accondiscendenza nei confronti del potere è strutturata e si avvera nei festival, nelle arene culturali, nelle rassegne mondane dove la visibilità presenzialista si genuflette Il liberismo economico, nel suo trionfo apparente, sembra aver costruito un mondo di benessere e progresso. Tuttavia, dietro le luci scintillanti di questo sistema, si cela una realtà molto diversa: quella di un meccanismo spietato che alimenta disoccupazione, sfruttamento e competizione tra i lavoratori.
Il risultato è una società in cui i più deboli sono schiacciati, ma il tutto avviene sotto una patina festosa, tra sorrisi ipocriti e promesse di un futuro radioso.
La disoccupazione è la condizione necessaria e sufficiente dello sfruttamento e del capitalismo. È un pilastro del sistema liberista, che non solo crea guerre tra poveri, ma spezza anche la solidarietà di classe.
I lavoratori, costretti a competere tra loro per il lavoro, vedono le loro richieste indebolirsi, rendendo così più facile abbassare i salari e aumentare i profitti per i pochi al vertice. Niente che non si sappia da tempo immemore ma non pare che la cosa susciti clamori.
I potenti, i ricchi e i loro “cani da guardia” – giornalisti, economisti e intellettuali da talk show – giocano una parte fondamentale in questo ingranaggio. Fingono di considerare la disoccupazione un problema da risolvere, ma sanno bene che è il carburante che tiene in piedi il loro sistema. Senza disoccupazione, il costo del lavoro crescerebbe, mettendo a rischio i loro enormi guadagni.
Ecco a casa porta l’analfabetismo indotto nei ceti popolari dalla selezione di classe alla fonte rappresentata dalla scuola primaria. Ma oggi stiamo andando molto oltre la selezione alla fonte, avanza una una generazione occidentale che si auto impoverisce “istruendosi” e aggiornandosi, senza badare alla fonte, sui social e su Google.
Abbiamo una società che parla sempre meno.
Nei paesi occidentali il numero di parole pronunciate diminuisce in media di 338 all’anno secondo una ricerca pubblicata su Perspectives on Psychological Science.
Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una trasformazione silenziosa ma radicale della vita sociale, che non riguarda soltanto il linguaggio, ma la struttura stessa delle relazioni.
Questa trasformazione è ancora più evidente nei giovani, che sono cresciuti in un ambiente in cui la conversazione è stata sostituita da una comunicazione funzionale, rapida, frammentata.
L’Istat registra un calo costante della presenza all’aperto e un aumento del tempo trascorso in solitudine davanti a uno schermo. La socialità spontanea, quella che nasceva dal contatto fisico è stata sostituita da una socialità digitale che non richiede presenza. Il risultato è una generazione che ha meno esperienza di relazione diretta, meno capacità di gestire il conflitto, meno abitudine alla cooperazione.
Questo processo ha un parallelo evidente nel mondo del lavoro. La frammentazione contrattuale, la precarietà strutturale, la proliferazione di forme ibride e individualizzate hanno dissolto i luoghi e i tempi in cui si costruiva una cultura collettiva, e il lavoro da remoto ha trasformato la comunicazione in una sequenza di messaggi asincroni, privi di contesto, privi di quella densità relazionale che permetteva di capire le persone oltre i ruoli.
La dimensione collettiva del lavoro, che era anche una dimensione politica, si è dissolta in una somma di interessi individuali, ciascuno impegnato a sopravvivere nel proprio segmento. La perdita dello spirito di classe è la conseguenza della perdita di luoghi e tempi.
In questo contesto l’imposizione dell’intelligenza artificiale ci intima di non pensare più, di credere alla mistificazione del nostro, e altrui, vissuto quotidiano.
Resoconto redazionale di più analisi sociologiche
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