Ansia da Intelligenza Artificiale
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In inglese è nota come “AIA”, Artificial Intelligence Anxiety. Attualmente l’ansia da IA è stata concettualizzata soltanto all’interno di modelli teorici esistenti, come risposta adattativa allo stress, che amplifica vulnerabilità e sintomi psichiatrici preesistenti. Due cose sono al momento certe a proposito dell’AIA. La prima: è trattata come un problema di adattamento individuale. La seconda: le ricerche universitarie sull’AIA hanno come obiettivo come aiutare le persone, a cominciare dagli studenti, “a reggere meglio”, e non se e come l’introduzione dell’IA vada rallentata e regolata. Curiosità: le università che producono questi studi sono le stesse che stringono sempre più spesso accordi con le aziende di IA, da cui ricevono importanti finanziamenti per i loro “centri di innovazione digitale”
di Elisabeth Di Luca
Che l’emergenza climatica abbia un impatto anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico, alimentando il cosiddetto sentimento di eco ansia, è noto e dimostrato ampiamente da studi e indagini pubblicate anche su riviste scientifiche. Invece è ancora poco conosciuto il concetto di ansia legata all’IA, che in inglese è conosciuta come AIA (Artificial Intelligence Anxiety). Nonostante siano state già condotte delle ricerche al riguardo, il significato dell’AIA in ambito psichiatrico non è ancora stato definito con chiarezza come una diagnosi psichiatrica distinta: attualmente l’ansia da IA è stata concettualizzata soltanto all’interno di modelli teorici esistenti, come risposta adattativa allo stress, che amplifica vulnerabilità e sintomi psichiatrici preesistenti, e non come un fenomeno in sé, complesso e che richiede un’analisi multifattoriale. Esistono revisioni in campo psicologico ed educativo che classificano l’AIA in differenti ambiti interconnessi, come l’ansia relativa alla possibile perdita di lavoro, quella concernente il confine tra uomo e macchina, l’ansia legata alla perdita di controllo, quella esistenziale o catastrofica.
E tutti condividono una premessa implicita: l’ansia da IA è trattata come un problema di adattamento individuale (carenza di literacy, di autoefficacia, di supporto emotivo) piuttosto che come una risposta razionale a dei rischi — impatto ambientale, perdita di lavoro, sorveglianza dei dati, erosione delle competenze umane — che non sono reali solamente in potenza ma stanno già manifestando i loro effetti: soltanto che per il momento lo fanno solo sulle comunità più fragili. Gli studi in questione1 parlano di “resistenza” da superare, “supporto” da fornire, “formazione su IA” da somministrare; mai una volta i ricercatori si chiedono se l’implementazione dell’IA sia opportuna o nell’interesse di chi la subisce. Uno dei casi elenca “eccessivo affidamento sull’IA” e “isolamento sociale” come sintomi da trattare nel paziente, non come segnali che il sistema che genera quella dipendenza meriti scrutinio. La cornice in cui si muovono tutte queste ricerche è sempre la stessa: “come aiutare lo studente a reggere meglio”, e non “se e come l’introduzione dell’IA vada rallentata, regolata o rimessa in discussione”. L’unico studio che tocca la responsabilità istituzionale lo fa in termini di compliance legale e gestione del rischio per l’università, non di tutela sostanziale della persona. Ancora una volta (lo abbiamo già visto per l’eco ansia o per quella che io chiamo “la sindrome di Ugurgallen”2) la letteratura – e di conseguenza la risposta terapeutica – è strutturalmente asimmetrica: individualizza il disagio, responsabilizza chi lo prova e ne patologizza le risposte fisiologiche.
Tutto questo non è una distorsione metodologica ma la prova di quanto una parte consistente del mondo accademico — e con esso quello psicologico e psichiatrico — sia ormai colonizzato dagli stessi interessi che genera il problema che dovrebbe studiare. Le università che producono e finanziano questi studi sono le stesse che stringono accordi con le aziende di IA, dalle quali ricevono finanziamenti per i loro “centri di innovazione digitale”. La necessaria conseguenza è che la ricerca non può chiedersi se l’oggetto che studia sia o meno il problema: sarebbe come chiedere a un’azienda di validare uno studio sulla propria stessa nocività. Il risultato è che da un lato si nega dignità epistemica al disagio emozionale e dall’altro si professionalizza la sua gestione, creando un indotto indiretto — corsi di formazione, terapie e così via.
Dentro il mondo accademico esistono anche voci che denunciano gli impatti cognitivi e occupazionali dell’IA, e che ne mettono in discussione la sostenibilità ambientale, l’estrazione di manodopera e la concentrazione di potere nelle mani di poche aziende. Pur essendo ricerche importanti sono però relegate a campi disciplinari distinti come quelli dell’etica della tecnologia, della geografia economica o degli studi sul lavoro, i quali raramente dialogano con la letteratura clinica e psicologica di cui ho parlato finora. È qui che si apre la frattura su cui lavorare: chi studia l’AIA non cita chi ne studia le cause strutturali; e chi denuncia le cause strutturali raramente si occupa di come quel danno si traduca in sofferenza psichica nelle persone. Il sintomo e la causa vengono studiati in due mondi accademici che non si parlano, e questa separazione è essa stessa un effetto della colonizzazione di cui parlo, perché impedisce che la sofferenza individuale venga letta — e soprattutto curata — alla luce delle sue cause reali, mantenendo intatta la cornice per cui il problema resta sempre “l’incapacità di adattamento della persona” e mai “cosa produce il danno”.
È lo stesso meccanismo che da decenni la psicologia mainstream applica a depressione e ansia generate dalle condizioni materiali imposte dal capitalismo, dalla precarietà lavorativa, all’isolamento sociale, alla mancanza di tempo e di senso. Anche in quel caso è “il paziente” ad avere un disturbo da trattare con terapia cognitivo-comportamentale o con farmaci, invece che il disagio ad essere sintomo collettivo di un sistema che produce strutturalmente quel tipo di sofferenza. Ciò che è politico ed economico viene letto come squilibrio chimico o comportamentale, spostando la responsabilità dalla società alla singola persona. L’ansia da IA non fa che aggiungere un nuovo capitolo a questa stessa logica, ed è proprio questa coerenza che attraversa fenomeni diversi a suggerire che non si tratti di episodi isolati o di limiti metodologici, ma di un bias strutturale del sapere psicologico: il bias coloniale.
Che fare quindi? Forse l primo gesto possibile è dare voce a un’analisi clinica e psicologica dell’ansia da IA che parta dalle cause reali e non dal deficit di adattamento di chi ne soffre. E se la letteratura esistente non lo fa, allora il lavoro da cui cominciare è quello di indagare, scrivere e divulgare studi che colleghino il sintomo psichico alle cause occupazionali, ambientali e di sorveglianza causate dall’IA. E contestualmente rifiutarsi di comprare la risposta pronta che il sapere patologizzante offre, dubitando delle risposte di chi ha un evidente interesse a vendere l’adattamento all’IA come panacea di tutti i male che essa produce.
Nota 1: Studi
Cantaş, Ç., Celep, C., & Batur, Ö. (2026). ThepredictiveeffectsofAIanxietyon21st-centuryskillsandlifelonglearningtendencies: astudyofpre-serviceteachersin Northern Cyprus. Frontiers in Psychology, 17, 1810689. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2026.1810689
Jo, S. H. (2026). Artificial intelligence anxiety: a narrative review of psychiatric conceptualizationandclinicalmanagement. Journal of Yeungnam Medical Science, 43, 54. https://doi.org/10.12701/jyms.2026.43.54
Autori vari (2026). Fromanxietytoadaptation:Astudyontherelationshipbetweencollege students’ AI interaction experience and mental health in higher education. Acta Psychologica, 269, 107567. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2026.107567
Lei, Zou, & Wang (2026). Threat-related AI anxiety and engagement in live-streamed AI courses:amoderatedserialmediationmodelofextrinsicmotivationandteachersupport. Frontiers in Psychology, 17, 1831785. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2026.1831785
Autori vari (2026). CurrentthemesofAIinmentalhealth:Actionableevidenceandguardrails for mood and anxiety care. Journal of Mood and Anxiety Disorders, 14, 100181. https://doi.org/10.1016/j.xjmad.2026.100181
Allen, A., Young, A. H., Jellesma, F. C., et al. (2026). Anexploratoryrandomizedcontrolled trialofanAI-enabledmentalhealthinterventionforgeneralizedanxiety. Journal of Affective Disorders, 401, 121275. https://doi.org/10.1016/j.jad.2026.121275
Nota 2:
Con “sindrome di Ugurgallen” intendo qui un concetto che ho coniato nel 2024, che descrive l’incapacità di vivere pienamente il momento presente — anche nelle sue forme più semplici e legittime di piacere — perché costantemente attraversato dalla consapevolezza che, nello stesso istante, altrove nel mondo (in particolare a Gaza), a migliaia di persone vengono negati i bisogni primari. Ogni gesto quotidiano si carica di un confronto doloroso con la sofferenza altrui, svuotandosi del proprio significato immediato, lasciando chi ne è colpito in una sorta di sdoppiamento (come nelle opere di Gallenkus – “Ugurgallen è l’handle del suo account instagram”): presente fisicamente in un contesto privilegiato, ma “altrove” con la mente, in una dissonanza continua tra ciò che si vive e ciò che si sa accadere nel mondo a causa dell’esposizione costante a immagini di sofferenza collettiva (guerre, genocidi, catastrofi).
16/9/2026 https://comune-info.net/









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