Kosovo, i criminali, gli impuniti e bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999
La condanna a 25 anni dell’ex presidente del Kosovo, Hashim Thaçi, e i crimini per i quali è stato riconosciuto colpevole questa settimana da un tribunale speciale a L’Aia raccontano a sufficienza della natura dell’operazione lanciata poco meno di trent’anni fa nei Balcani e culminata con la brutale campagna di bombardamenti aerei NATO sulla Serbia nel 1999. Ci sono pochi dubbi che l’uomo a lungo punto di riferimento dell’Occidente a Pristina sia responsabile, assieme agli uomini dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) sotto il suo comando, di crimini efferati. La sentenza appena emessa a suo carico fa tuttavia giustizia solo in parte, perché lascia totalmente fuori dal quadro giudiziario i suoi sostenitori a Bruxelles e Washington, colpevoli come e probabilmente molto più di Thaçi e dei suoi collaboratori di un’impresa autenticamente criminale, condotta in violazione del diritto internazionale e sotto la copertura del finto imperativo morale della cosiddetta “Responsabilità di Proteggere” (R2P), ma in realtà giustificata soltanto da ragioni geopolitiche.
Lo stesso tribunale che ha giudicato Thaçi è anzi la risposta al crescendo di dubbi e interrogativi che l’avventura balcanica ha generato nell’opinione pubblica occidentale e non solo. Le accuse per i moltissimi crimini di guerra commessi dall’UCK rischiavano di avere conseguenze letali per la rimanente credibilità della “guerra di liberazione” della provincia serba che USA e UE hanno alla fine portato all’autodichiarata indipendenza. Ignorarle del tutto sarebbe stato politicamente troppo pericoloso. Ciò che serviva era perciò un meccanismo per limitare i danni, dando l’impressione di un procedimento giudiziario imparziale che non sfiorasse però nemmeno da lontano i vertici politici e militari europei e americani, che i crimini dell’UCK ben conoscevano e davanti ai quali hanno come minimo chiuso gli occhi.
Essendo impossibile processare Thaçi e altri leader albanesi in Kosovo – l’ex presidente resta una sorta di eroe nazionale in “patria” e molti ex combattenti dell’UCK occupano oggi posizioni di potere – fu appunto creata nel 2015 una corte ad hoc, ovvero le “Sezioni Specializzate per il Kosovo”, formalmente parte del sistema giudiziario kosovaro ma delocalizzata all’estero. Questa soluzione ha permesso all’Occidente di ostentare un impeccabile senso di giustizia, garantendo allo stesso tempo il controllo di un processo che doveva rimanere entro limiti ben precisi.
I giudici che hanno presieduto al caso hanno dunque ritenuto Thaçi e altri tre ex comandanti dell’UCK responsabili di 96 omicidi, della detenzione illegale di 385 persone, della tortura di 303 prigionieri e del “trattamento crudele” di altri 50. Le vittime erano in gran parte serbi, ma anche alcuni albanesi, considerati rivali politici o collaborazionisti dei serbi, e un Rom. I fatti si riferiscono alla “guerra di liberazione” del 1998-1999, favorita appunto dalle bombe NATO sulla Serbia. Nel 2020 venne formalizzato l’atto di accusa contro Hashim Thaçi, il quale decise di dimettersi dalla carica di presidente del Kosovo che in quel momento ricopriva.

Secondo la sentenza pronunciata mercoledì nella città olandese, Thaçi aveva “partecipato attivamente” ai crimini imputatigli, oltre che ad averli “incoraggiati”. Nonostante la riconosciuta responsabilità diretta, l’impianto accusatorio si è basato in larga misura sul principio della responsabilità dei comandanti di una determinata organizzazione, al di là del fatto che essi siano a conoscenza o meno dei crimini che i sottoposti commettono materialmente. La difesa, infatti, ha sempre insistito su questo punto a discolpa di Thaçi, che non sarebbe stato un comandante dell’UCK nel senso “strettamente operativo”, ma più un leader politico con limitata autorità sui guerriglieri che ne facevano parte.
Durante la lettura della sentenza, il giudice Charles Smith ha tenuto a precisare che a giudizio non vi era la “legittimità dell’UCK” e della guerra condotta per l’indipendenza del Kosovo. Un’affermazione che ratifica l’interpretazione del procedimento costruito per salvaguardare la versione ufficiale dell’Occidente circa la campagna balcanica di fine XX secolo. La NATO avrebbe in sostanza intrapreso una campagna presentata come morale e legittima per proteggere la popolazione albanese del Kosovo esposta al rischio di massacri indiscriminati da parte delle forze di Belgrado. Sulla base di ciò, è stato possibile indagare, giudicare e punire anche coloro che ricoprivano gli incarichi più importanti nella “guerra di liberazione”, se si sono macchiati di gravi crimini. I processi, quindi, non intaccano in nessun modo la legittimità dell’operazione complessiva.
Tutta questa costruzione è tuttavia estremamente fragile e la stessa vicenda giudiziaria di Hashim Thaçi rischia di stravolgere le certezze imposte da USA e UE sul Kosovo. Con un copione che sarebbe stato in buona parte riproposto una decina d’anni dopo in Siria, i governi occidentali sapevano perfettamente che l’UCK era composto di elementi ultra-radicali e violenti, dediti tra l’altro al traffico di organi, armi e stupefacenti, ma questo giudizio sarebbe passato in secondo piano una volta emersa l’occasione di attaccare Belgrado e sganciare dalla morente Repubblica Federale di Jugoslavia la provincia a maggioranza albanese. L’esercito di liberazione kosovaro era d’altra parte addestrato dalla CIA, mentre dopo i bombardamenti la NATO ha dispiegato sul campo un contingente militare (KFOR) che avrebbe collaborato strettamente con lo stesso UCK.
L’Occidente aveva quindi una presenza fisica in Kosovo nel periodo caotico seguito alla guerra, ovvero quando ebbero luogo i crimini oggetto del processo a L’Aia. Da considerare c’è anche la profonda influenza politica che Bruxelles e Washington esercitavano sulla leadership albanese. Tutto ciò solleva interrogativi su quanto sapessero le forze NATO e i governi occidentali dei crimini commessi dall’UCK in larga misura contro i cittadini serbi. E, ancora, perché non fu fatto nulla per impedire ritorsioni e violenze commesse su vasta scala, oltretutto se l’obiettivo della missione NATO era la stabilizzazione e la pacificazione di quest’area dei Balcani?

Nonostante l’ambiente in qualche modo controllato in cui si è svolto il processo, la condanna di Hashim Thaçi rischia così di trasformarsi in un boomerang per chi, nel 1999, presentò la guerra contro la Serbia come il trionfo del diritto internazionale, dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei popoli. Quella campagna militare fu condotta invece senza alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, inaugurando un precedente che sarebbe stato poi riproposto, con formule e giustificazioni diverse, in Iraq, Libia, Siria e in altri teatri: l’idea che l’Occidente possa bombardare uno stato sovrano in nome di un presunto imperativo umanitario. Come se non bastasse, ventisette anni dopo, il principale alleato locale di quell’intervento viene riconosciuto colpevole di decine di omicidi, torture e persecuzioni sistematiche contro civili.
Il problema, per Washington e Bruxelles, è che non è soltanto un uomo a finire condannato. È l’intera narrazione costruita in quasi trent’anni sul Kosovo a mostrare crepe sempre più profonde. Se i “liberatori” erano responsabili di un’organizzazione criminale e se quei crimini vennero commessi sotto gli occhi delle forze NATO già dispiegate sul territorio, diventa inevitabile chiedersi quanto sapessero le capitali occidentali e perché abbiano scelto di ignorarlo. La sentenza prova a salvare la legittimità della guerra separandola dai suoi protagonisti. Ma è una distinzione sempre più difficile da sostenere. E con essa rischia di sgretolarsi definitivamente uno dei pilastri della propaganda umanitaria con cui l’Occidente ha giustificato molte delle proprie guerre degli ultimi decenni.
Mario Lombardo
18/9/2026 https://altrenotizie.org/









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