Accusare i medici per assolvere i CPR

Perquisizioni e accuse contro chi certifica l’inidoneità ai CPR. Ma dagli atti e dalle testimonianze emerge un’altra realtà: il problema non sono i medici, sono i CPR.

Ventitré medici perquisiti in diverse città italiane, telefoni e computer sequestrati, professionisti condotti in questura e un’inchiesta che arriva a ipotizzare l’associazione per delinquere intorno alle certificazioni di inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri. Ma, passata la prima ondata di titoli sui presunti “certificati anti-CPR”, occorre tornare alle carte, alle procedure e soprattutto alla realtà materiale dei luoghi nei quali quelle persone avrebbero dovuto essere rinchiuse. Ed è precisamente qui che il quadro comincia a diventare molto più complesso della rappresentazione di una rete di sanitari organizzata per impedire i rimpatri.

L’inchiesta pubblicata da Mario Di Vito sul manifesto ricostruisce gli atti del procedimento e mette in evidenza alcuni elementi essenziali. I moduli utilizzati dai medici per dichiarare l’inidoneità non sarebbero documenti clandestini costruiti appositamente per aggirare la legge, ma modelli riconducibili alle indicazioni ministeriali; nello stesso tempo emergono casi di persone inviate nei CPR senza che fosse stata effettuata una visita medica completa. È un dato decisivo, perché sposta il problema dalla rappresentazione del medico militante che inventerebbe una patologia per sottrarre qualcuno al rimpatrio alla questione molto più concreta di come venga realmente accertata la compatibilità sanitaria con una forma di detenzione che può durare mesi.

La Procura di Ravenna dovrà naturalmente dimostrare le proprie accuse. Se esistono certificazioni consapevolmente false, saranno gli accertamenti, le consulenze e infine un giudice a stabilirlo. Ma proprio la gravità delle contestazioni impone di non invertire l’onere della prova: non può essere il medico a dover dimostrare di non avere certificato il falso semplicemente perché la propria valutazione clinica ha prodotto l’effetto di impedire un trattenimento. Né il numero delle certificazioni di inidoneità può diventare, da solo, la prova dell’esistenza di un disegno criminale.

Il problema che emerge dagli atti: come si certifica l’idoneità

La domanda centrale è persino più elementare: che cosa significa essere “idonei” a essere rinchiusi in un CPR?

Non si tratta di stabilire genericamente se una persona sia abbastanza sana da essere privata della libertà. Bisogna valutare se determinate patologie fisiche o psichiatriche siano compatibili con le condizioni concrete nelle quali quella persona verrà trattenuta. E dunque non si può separare la diagnosi dall’ambiente. Una stessa condizione clinica può essere gestibile in una struttura sanitaria adeguata e diventare estremamente pericolosa in un luogo caratterizzato da isolamento, stress, assistenza sanitaria limitata, difficoltà nell’accesso agli specialisti e possibilità di autolesionismo.

È su questo terreno che l’espressione “certificati anti-CPR”, ripetuta in questi giorni, rivela tutta la propria ambiguità. Non esiste una diagnosi “contro” un CPR. Esiste una valutazione sanitaria sulla compatibilità di una persona con determinate condizioni di trattenimento. Trasformarla linguisticamente in un atto politico significa già presupporre ciò che dovrebbe essere dimostrato: che il medico non abbia agito secondo scienza e coscienza ma con l’obiettivo di sabotare un procedimento amministrativo.

Eppure sono proprio le condizioni dei CPR a rendere necessaria una particolare prudenza. Le testimonianze raccolte negli anni, le visite di parlamentari e garanti, i rapporti delle associazioni e persino la documentazione amministrativa hanno descritto ripetutamente episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio, uso massiccio di psicofarmaci e difficoltà nell’accesso alle cure. Non è quindi un elemento estraneo alla valutazione medica domandarsi che cosa possa accadere a una persona fragile una volta chiusa in una struttura di questo tipo. Lo stesso dibattito pubblico sui CPR è alimentato da dati che mostrano una frequenza rilevante di eventi critici e autolesionismo.

Quando medicina e legge entrano in conflitto

È questo il nodo affrontato da Giuseppe Remuzzi nell’intervista al manifesto. Il direttore dell’Istituto Mario Negri parte da un principio che dovrebbe precedere qualsiasi discussione sull’immigrazione: la medicina non distingue il valore di una persona sulla base del passaporto, del reddito o dello status amministrativo. Il diritto alla salute riguarda l’essere umano che il medico ha davanti.

Da qui nasce una possibilità tutt’altro che teorica: legge e medicina possono entrare in conflitto. Una norma può stabilire che una persona debba essere trattenuta in vista del rimpatrio; il medico può però stabilire che quella stessa persona non possa essere rinchiusa senza mettere in pericolo la sua salute. Non c’è alcuna contraddizione professionale. Al contrario, è precisamente in quel momento che l’autonomia della medicina acquista significato.

Il medico non è chiamato a certificare l’eseguibilità di una decisione politica. È chiamato a valutare un paziente. Se la diagnosi impedisce all’amministrazione di realizzare ciò che aveva programmato, questo costituisce una conseguenza della valutazione sanitaria, non necessariamente la sua finalità.

È una distinzione fondamentale. Se venisse rovesciata, il criterio implicito diventerebbe un altro: la certificazione medica sarebbe considerata corretta finché non interferisce con il trattenimento e sospetta quando invece lo impedisce. A quel punto la medicina cesserebbe di essere un sapere autonomo e diventerebbe una funzione ausiliaria dell’amministrazione.

Se il Giuramento di Ippocrate diventa sospetto

Vittorio Agnoletto porta questo ragionamento ancora più avanti. Nel suo intervento sul manifesto mette al centro la deontologia professionale e il Giuramento di Ippocrate: il medico ha l’obbligo di tutelare la salute della persona che assiste. Non può modificare il proprio comportamento perché quella persona è senza documenti, destinataria di un’espulsione o considerata indesiderabile dallo Stato.

La questione, allora, non è soltanto giudiziaria. Riguarda il modello di medicina che si pretende di costruire dentro il sistema della detenzione amministrativa. Se al sanitario viene chiesto implicitamente di considerare prioritario il funzionamento del dispositivo di rimpatrio, il conflitto con la deontologia diventa inevitabile. Il medico dovrebbe contemporaneamente proteggere il paziente e consentire allo Stato di rinchiuderlo in un ambiente che, sulla base della propria valutazione clinica, considera incompatibile con la sua salute.

Agnoletto richiama così una storia molto più lunga. Già negli anni in cui si discuteva dell’obbligo per i medici di denunciare gli stranieri irregolari che si presentavano nelle strutture sanitarie, una parte consistente del mondo medico rivendicò l’obiezione di coscienza. Il principio era lo stesso: trasformare chi cura in un terminale del controllo migratorio distrugge il rapporto fiduciario tra medico e paziente e può allontanare dalle strutture sanitarie proprio le persone più vulnerabili.

Oggi quel conflitto riappare sotto un’altra forma. Non viene chiesto direttamente al medico di denunciare il migrante. Ma il rischio denunciato dai professionisti è che gli venga richiesto di non ostacolare, attraverso la propria diagnosi, il funzionamento della detenzione amministrativa.

Se questo diventasse il criterio, il paradosso sarebbe enorme: non sarebbe il medico che viola il proprio codice deontologico a trovarsi in difficoltà, ma quello che lo applica fino alle sue conseguenze.

Cosa significa non vedere

La testimonianza più concreta arriva da Chiara Montaldo, infettivologa e responsabile medica di Medici Senza Frontiere. Nel suo intervento racconta esperienze e storie di colleghi che hanno lavorato dentro il sistema dei CPR, mettendo al centro una questione che rischia di scomparire dietro il linguaggio giudiziario: che cosa succede quando il medico non vede, non può vedere o non dispone degli strumenti necessari per riconoscere la sofferenza della persona trattenuta?

La domanda assume un significato drammatico davanti agli episodi di autolesionismo e ai tentativi di suicidio. La valutazione dell’idoneità non può ridursi alla ricerca di una patologia organica immediatamente evidente. La detenzione stessa può aggravare disturbi preesistenti, produrre scompensi e trasformare una fragilità psichica in un rischio grave. È proprio per questo che la medicina nei luoghi di privazione della libertà dovrebbe possedere maggiore autonomia, non minore.

Montaldo mette in evidenza il rischio opposto: una medicina che finisca per non vedere. Non vedere la sofferenza psichica, non riconoscere i segnali che precedono un gesto autolesivo, non avere tempo sufficiente per ricostruire una storia clinica, non disporre delle informazioni necessarie. È una riflessione particolarmente importante perché mostra quanto sia fuorviante rappresentare la certificazione di inidoneità come una concessione benevola del medico. In determinate circostanze può essere un atto di prevenzione sanitaria.

Medici Senza Frontiere, dopo le perquisizioni, ha compiuto anche un gesto simbolico estremamente significativo: ha chiesto alla Procura di acquisire il Giuramento di Ippocrate insieme alla documentazione dell’inchiesta. La provocazione contiene una domanda molto seria: se si vuole capire perché un medico abbia ritenuto necessario impedire il trattenimento di una persona, prima di cercare necessariamente un movente politico bisognerebbe considerare anche i suoi obblighi professionali.

La medicina non può diventare una branca dell’ordine pubblico

Mettendo insieme l’inchiesta sugli atti emerge dunque qualcosa che supera largamente le responsabilità individuali sulle quali dovrà pronunciarsi la magistratura. Il problema è il rapporto tra cura e sicurezza.

I CPR appartengono a un sistema nel quale persone che non stanno espiando una condanna penale vengono private della libertà per ragioni amministrative connesse all’espulsione. Per funzionare, questo sistema ha bisogno di una lunga catena di soggetti: forze dell’ordine, prefetture, questure, giudici, gestori privati e anche personale sanitario. Ma ciascuno di questi soggetti risponde a obblighi differenti. Il medico non può essere assimilato all’agente che esegue il trattenimento, perché la sua funzione è precisamente quella di introdurre un limite sanitario alla possibilità dello Stato di esercitare la coercizione.

È qui che la vicenda di Ravenna assume una dimensione che dovrebbe preoccupare ben oltre il mondo della medicina delle migrazioni. Anche senza alcuna direttiva esplicita, un’inchiesta di queste dimensioni può produrre un effetto di condizionamento: davanti al prossimo paziente fragile destinato a un CPR, quale medico non penserà anche alle perquisizioni, ai cellulari sequestrati, ai computer acquisiti e all’ipotesi di associazione per delinquere contestata a colleghi che hanno firmato certificazioni analoghe?

Non occorre sostenere che questo sia necessariamente l’obiettivo della Procura per riconoscere il rischio. È l’effetto sistemico possibile di una vicenda nella quale il confine tra verifica di un eventuale falso e scrutinio delle scelte cliniche appare estremamente delicato.

Ed è per questo che difendere l’autonomia dei medici non significa chiedere un’immunità professionale. Un medico che falsifica consapevolmente una certificazione risponde delle proprie azioni come chiunque altro. Significa però pretendere che l’errore, la divergenza diagnostica e soprattutto una valutazione clinica sgradita all’amministrazione non vengano confusi automaticamente con il dolo.

Il vero nodo sono i CPR

C’è infine una questione che rischia di essere completamente rovesciata. Tutto il dibattito sembra concentrarsi sui medici che avrebbero impedito ad alcune persone di entrare nei CPR. Molto meno si discute della natura dei luoghi nei quali quelle persone sarebbero state rinchiuse. Eppure è proprio da lì che bisognerebbe partire.

Se un sistema di detenzione produce continuamente autolesionismo, sofferenza psichica e situazioni nelle quali diventa necessario stabilire se una persona sia abbastanza sana per sopportarlo, allora il problema non può essere ridotto all’affidabilità di chi firma il certificato. Bisogna interrogarsi sul dispositivo stesso.

L’espressione utilizzata nell’inchiesta del manifesto — «i CPR sono un inferno» — non va letta semplicemente come un’iperbole giornalistica. Rimanda alla documentazione accumulata sulle condizioni materiali della detenzione amministrativa e alle testimonianze di chi vi è entrato come medico, avvocato, garante, parlamentare o operatore. Anche dati raccolti nel 2026 sul sistema dei CPR segnalano numerosi episodi di autolesionismo, proteste e tentativi di suicidio e una quota limitata di persone effettivamente rimpatriate rispetto a quelle transitate nei centri.

La domanda allora cambia completamente. Non è più soltanto: quei medici hanno certificato correttamente?

Diventa anche: che cosa stiamo chiedendo alla medicina di certificare?

Stiamo chiedendo a un professionista di stabilire se un essere umano possa sopportare un luogo di detenzione amministrativa. E quando quel professionista risponde di no, la sua decisione interferisce inevitabilmente con la macchina dei rimpatri.

È precisamente in quel momento che bisogna scegliere quale principio venga prima.

L’articolo 32 della Costituzione parla della salute come «fondamentale diritto dell’individuo», non come diritto subordinato alla cittadinanza o alla regolarità del soggiorno. La deontologia medica impone al sanitario di agire nell’interesse della persona assistita. E il Giuramento di Ippocrate, evocato in questi giorni non per retorica ma per ricordare la natura stessa della professione, pone la cura prima dell’utilità amministrativa del paziente.

Per questo la solidarietà ai medici coinvolti deve accompagnarsi a una questione ancora più radicale: la discussione non può fermarsi alla loro difesa. Deve tornare sui CPR, sulla detenzione amministrativa e sulla pretesa di rendere la medicina compatibile con un dispositivo costruito per privare della libertà persone che lo Stato vuole espellere.

Perché se per far funzionare i CPR bisogna chiedere ai medici di vedere meno, certificare diversamente o considerare sospetta una diagnosi quando impedisce una reclusione, allora non è la medicina a essere incompatibile con il sistema.

È il sistema dei CPR a essere incompatibile con la cura.

18/9/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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