Dissenso, legge elettorale e questione democratica

di Marco Pondrelli

Dopo l’approvazione in Senato, la legge elettorale passerà alla Camera, dove sembra ormai certo che il Governo porrà la questione di fiducia. A questo proposito ci siamo ormai abituati a governi, anche di centrosinistra, che ricorrono alla fiducia sia sulle leggi elettorali sia, addirittura, sulle riforme costituzionali. Eppure si tratta di temi che dovrebbero essere di competenza parlamentare, rispetto ai quali il Governo dovrebbe avere un ruolo di semplice spettatore. Purtroppo, tutto questo è la diretta conseguenza delle politiche che negli ultimi trent’anni hanno progressivamente spostato il centro della politica verso l’esecutivo, ridimensionando il ruolo di quello che dovrebbe essere il principale organo di rappresentanza del nostro Paese. Siamo ancora, almeno formalmente, una Repubblica parlamentare.

Il dibattito e le critiche si sono concentrati soprattutto sulla questione delle preferenze. Meloni sostiene di averle reintrodotte, mentre l’opposizione contesta il ricorso ai capilista bloccati e sostiene che non sia corretto parlare di una vera e propria reintroduzione delle preferenze. Premesso che neppure nelle leggi elettorali approvate dalle precedenti maggioranze le preferenze erano sempre previste, è singolare osservare come, a fronte di una crescente personalizzazione della politica, i partiti tendano contemporaneamente a chiudersi e a presentare liste sostanzialmente bloccate.

Possiamo considerare, tuttavia, quello delle preferenze un falso problema. Hans Kelsen, nel suo testo La democrazia, sosteneva una concezione della rappresentanza nella quale il voto era innanzitutto dato ai partiti, ai quali spettava poi il compito di selezionare i rappresentanti chiamati a discutere e deliberare in Parlamento. Ciò che è profondamente cambiato rispetto a quel modello è il ruolo dei partiti: da canali fondamentali di partecipazione democratica sono diventati, in molti casi, gruppi ristretti, spesso permeabili a interessi particolari.

Il punto, dunque, non sono le preferenze, ma la questione democratica. È dalla fine degli anni Ottanta che si progettano leggi elettorali con l’obiettivo dichiarato di garantire la stabilità dei governi ed è dagli anni Novanta che la partecipazione al voto è progressivamente diminuita. Anche quella proposta dal Governo Meloni è una legge che punta a costruire maggioranze stabili, prevedendo un premio di maggioranza al raggiungimento del 42%.

Ipocritamente, dopo ogni tornata elettorale, tutti i partiti parlano del crollo della partecipazione, ma nessuno si interroga concretamente sulle cause di questo fenomeno e su come affrontarlo. Sembra quasi che il calo dei votanti sia una casualità, un dato meteorologico della politica italiana. La realtà è che, nel corso degli ultimi decenni, è stato costruito un sistema che potremmo definire neocensitario: formalmente il diritto di voto continua a essere garantito a tutti, ma nei fatti una parte crescente della popolazione non trova più riferimenti politici capaci di rappresentarne gli interessi.

Con gli accordi di luglio del 1992-93 venne tagliata la scala mobile e avviata una profonda trasformazione dell’assetto economico e produttivo italiano e, nello stesso periodo, fu modificata la legge elettorale con il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario. Da una parte si colpiva la classe operaia, comprimendo salari e diritti; dall’altra si indeboliva la sua rappresentanza politica. Quanti operai siedono oggi in Parlamento? Quanti lavoratori precari? La distanza tra la composizione sociale del Paese e quella delle sue istituzioni rappresentative è ormai evidente.

Abbiamo seguito il modello statunitense, nel quale la politica è fortemente condizionata dalla disponibilità di risorse economiche e dalla capacità dei gruppi di interesse di influenzare il processo decisionale. Anche in Italia il Parlamento rischia così di diventare sempre più distante dalle classi popolari e più vicino agli interessi delle élite economiche e finanziarie.

Coerentemente con questa impostazione, la nuova legge, oltre a fissare una soglia di sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni, prevede un numero molto elevato di firme per la presentazione delle liste da parte delle forze che non dispongono di una rappresentanza parlamentare. Si parla di 6 mila firme per ciascun collegio. Questo significa che una lista che volesse presentarsi sull’intero territorio nazionale – condizione fondamentale per avere la possibilità di superare la soglia del 3% – dovrebbe raccogliere 450 mila firme.

C’è anche un aspetto paradossale. La legge è stata votata anche da “Noi Moderati”, partito che fa parte della maggioranza di Governo e che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto alla Camera 255.714 voti: un numero di molto inferiore a quello delle firme che una forza politica dovrebbe raccogliere per poter presentare una lista su tutto il territorio nazionale.

Al centro della lotta, dunque, non va messa la battaglia sulle preferenze, ma quella per il rilancio della democrazia. Quelle che vengono chiamate semplicemente «regole del gioco» non sono affatto neutrali: sono costruite in modo da restringere gli spazi di rappresentanza e da espungere dalle sedi decisionali la voce delle classi subalterne.

La lotta di classe, in Italia, oggi passa anche da qui: dalla lotta per riaprire gli spazi democratici, ricostruire forme di partecipazione e tornare a dare voce al mondo del lavoro.

20/9/2026 https://www.marx21.it/

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