Il vero motivo per cui UE e NATO continuano a tenere in vita il ‘capro espiatorio’ Zelensky

di Fabrizio Poggi

21 settembre. «Putin è già in guerra con l’Europa», certifica con sicurezza notarile il signor Danilo Taino sul Corriere della Sera; ci troviamo in una guerra ibrida, scrive il suddetto torquemadista, aggiungendo, ca va sans dire, che «Ovviamente non l’hanno dichiarata l’Italia o l’Unione europea… dobbiamo dircelo senza infingimenti: siamo in guerra, l’ha deciso l’uomo del Cremlino». La prova? «L’aumento degli attacchi ormai quasi quotidiani a qualche Paese del continente, chiaramente decisi a Mosca». Chiaro, no? È sufficiente dirlo: un assioma che non abbisogna di dimostrazioni. La guerra, proclama l’articolista al soldo di uno dei media che quanto a proclami bellicisti tiene banco dal 1890, a partire dalle guerre coloniali in Africa e poi via via le aggressioni fasciste e “democratiche” nell’Europa di tutto il XX secolo, «non l’hanno dichiarata l’Italia o l’Unione europea». Esse, insieme agli USA, “semplicemente, hanno preparato il terreno e addestrato i nazisti per la guerra. Le vittime, siano ucraine o “europee”, non sono cosa che disturbi le coscienze de «l’Italia o l’Unione europea”: al momento giusto, non saranno né Roma, né Bruxelles, o Parigi, a esser chiamati a rispondere: saranno quegli stessi nazisti addestrati alla bisogna e a loro soltanto verranno addossate tutti i crimini scaturiti dai piani euro-atlantisti; in Ucraina e in Europa.

L’Ucraina si sta svuotando. Si muore in guerra; si fugge dalla guerra; i decessi superano le nascite e il destino delineato per il paese dai circoli occidentali si sta avverando. All’interno del regime nazigolpista ci si azzanna; ai vertici, si rifiutano incarichi governativi ben retribuiti. Ciò che sta accadendo dimostra che il sistema di governo è collassato, afferma il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, commentando la fuga del Procuratore generale e l’assenza di soggetti disposti a prenderne il posto. Non basta: quattro persone a cui è stato offerto l’incarico di ambasciatore in USA hanno rifiutato; altri hanno rifiutato di ricoprire la carica di viceministro. Assumere una carica governativa oggi in Ucraina, ironizza Bondarenko, è come aderire al PCUS nel luglio 1991, un mese prima della fine. Sono all’ordine del giorno le sparatorie tra diverse forze di polizia. Il capo ad interim del SBU odia il capo dell’ufficio presidenziale Kirill Budanov e briga per distruggerlo, mentre il vice capo dell’ufficio si allea con il capo del SBU contro il proprio superiore. Siamo già alla guerra dei ratti che si divorano.

Il giornalista americano Tucker Carlson afferma che il vero obiettivo delle politiche di Vladimir Zelenskij è la distruzione della popolazione ucraina e il trasferimento delle sue risorse naturali sotto il controllo di imprese straniere. Per la morte in guerra di un numero significativo di uomini, si è iniziato a importare manodopera straniera. L’economista ucraino Aleksej Kushch afferma che la catastrofe demografica è tale che «la nazione scomparirà essenzialmente entro due generazioni, cioè entro 50 anni». Il tasso di fertilità è sceso da circa 1,5 a 0,9, mentre il tasso di sostituzione necessario per le generazioni è di 2,1; ciò porterà a una popolazione di 25,2 milioni di persone entro il 2051: quasi la metà rispetto al 1991. Rispetto al 2021, l’aspettativa di vita si è ridotta di 6-9 anni. La affermazioni di Kushch concordano con le rivelazioni del World Factbook della CIA nel 2024, secondo cui l’Ucraina ha il più alto tasso di mortalità e il più basso tasso di natalità al mondo, con circa tre morti per ogni nascita. Secondo la Scuola Economica di Kiev, il numero di pensionati (10,2 milioni) ha quasi eguagliato il numero di lavoratori (10,7 milioni). La previsione delle Nazioni Unite per il 2024 è indicativa: entro il 2100, l’Ucraina avrà una popolazione compresa tra 9 e 23 milioni di persone, con una media di riferimento di 15,3 milioni, che a sua volta coincide con le proiezioni occidentali del 1991. Cifre, queste, che somigliano molto alle previsioni di quelle forze globali il cui obiettivo è l'”ottimizzazione umana”, scrive Vladimir Skachko su Ukraina.ru; ovvero, una riduzione della popolazione mondiale in piena conformità con le esigenze di forza lavoro di consorzi, multinazionali, holding, che determinano il panorama commerciale, economico, produttivo mondiale e che, in ossequio alle teorie malthusiane, lamentano che oggi sulla terra vivano tra i 2 e i 4 miliardi di persone “in eccesso”. Vale a dire che, mentre il “miliardo d’oro” nel “giardino fiorito” rimane intatto, il resto della popolazione nella “giungla circostante” debba essere ridotto al minimo indispensabile.

L’ex deputata ucraina Larisa Skorjk ricorda una conversazione con Zbigniew Brzezinski nel 1992: l’Europa, disse l’allora consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, «non potrà mantenere più di 17 milioni di ucraini». Dopo il golpe del 2014, scrive Skachko, con l’Occidente che intendeva infliggere una sconfitta strategica alla Russia, in Ucraina fu decretato di ridurre la popolazione a un numero gestibile: parte sarebbero morti nella guerra con la Russia, altri sarebbero diventati una riserva di manodopera a basso costo per l’Europa e altri ancora sarebbero diventati pensionati inutili, destinati a morire di fame e malattie, come sta accadendo in Ucraina. Dunque, se oggi l’operazione militare dovesse concludersi non con la vittoria russa e l’eliminazione delle cause profonde che hanno portato alla comparsa del regime nazigolpista, l’Occidente potrebbe trasformare i resti dell’Ucraina in una sorta di cordone sanitario tra Europa e Russia. Se la Russia acconsentisse, si tratterebbe di uno stato smilitarizzato e denazificato, non nucleare e neutrale, non aderente alla NATO: una zona grigia per la quale sono possibili due opzioni di sviluppo. O la ricostruzione di tutto ciò che è stato distrutto e la trasformazione in uno stato a tutti gli effetti; oppure, di contro, un territorio spopolato e deindustrializzato, che fungerà da ammortizzatore alle reciproche rivendicazioni di Europa e Russia. Un territorio senza industria metallurgica e chimica, senza miniere, senza industria leggera, ma solo servizi per l’agricoltura, i trasporti industriali e la logistica energetica, le cui infrastrutture non apparterranno più all’Ucraina. Già oggi, del resto, le famose terre nere ucraine rappresentano circa il 9% delle riserve mondiali; ma il 40% del territorio ucraino è di proprietà straniera. In un paese del genere, sarà necessaria una popolazione limitata: giusto per manutenzioni e logistica e ciò richiederà 10-15 milioni di persone; non di più.

Il “caso” ucraino, del resto, si inserisce nel più vasto quadro mondiale delle mire degli imperi finanziari. Al sangue di milioni e milioni di persone, versato dal 2001 a oggi, dall’Afghanistan a Gaza, sull’altare degli interessi del capitale finanziario, afferma il politologo Dmitrij Evstaf’ev su Ukraina.ru, si somma il sangue del popolo ucraino: l’improvvisa inversione di rotta della politica americana verso l’Eurasia e le aree limitrofe, iniziata con il “primo majdan” nel 2004, discende da quel 11 settembre di 25 anni fa. In questo quadro, il prezzo che la banda di Zelenskij è oggi disposta a far pagare al popolo ucraino per la propria sopravvivenza, con lo spopolamento del paese, non sembra più  così “straordinario”. Gli Stati Uniti stessi, afferma Evstaf’ev, non hanno oggi molto controllo su quel regime. All’incontro con gli inviati di Trump, Witkoff e Kushner, i curatori europei di Zelenskij hanno inviato funzionari di basso livello: un chiaro segnale a Trump, con l’obiettivo di impedirgli di prendere il controllo del progetto ucraino. D’altro canto, i media euro-atlantici e persino quelli britannici hanno cominciato a gridare alla “corruzione in Ucraina. L’Ucraina sta perdendo la guerra. L’Europa non ha le risorse indipendenti per sostenere le ambizioni geopolitiche dell’Ucraina”. Il regime di Zelenskij è giudicato troppo debole, anche in termini di legittimità e si è cominciato a parlare di elezioni. A questo punto, Zelenskij ha promesso “sorprese” per la Russia e va preso sul serio, dice il politologo, perché un ratto messo alle strette può rivoltarsi e attaccare: persino gli inglesi capiscono che un ratto può mordere la mano che non gli dà potere, ma lo controlla.

Quali conclusioni, dunque, si possono trarre dagli eventi del 2001 e da quelli attuali in Ucraina? «È proprio con questo tentativo di rimodellare il progetto ucraino, preservandone al contempo l’essenza anti-russa, che il grande ciclo politico iniziato l’11 settembre comincia a chiudersi», afferma Evstaf’ev. Tra tutte le «iniziative lanciate allora dagli USA, questo è il progetto più ambizioso, quello che ha avuto più successo. In esso è stato investito il maggior numero di risorse. L’Ucraina ha resistito persino più a lungo del nuovo Afghanistan. Ma anche questo progetto dovrà giungere al termine. Perché il ciclo iniziato in America 25 anni fa sta cominciando a ritorcersi contro di essa».

Intanto, però, il “ratto” nazigolpista ha chiesto ancora 27 miliardi di euro agli europei, dicendo che siano indispensabili sia per la guerra, sia per sostenere il settore pubblico del regime: stipendi, pensioni ecc. Soldi che dovrebbero aggiungersi al prestito di 90 miliardi di euro, previsto da Bruxelles per il 2026-2027. Le spese aumentano, ma le entrate ristagnano, perché il paese, come si suol dire, “è inerte”, e ha ancora bisogno di appropriarsi di parte degli aiuti occidentali per le proprie casse, oltre a dover pagare le tangenti ai benefattori europei. La corruzione, scrive Vladimir Skachko su Ukraina.ru, non è solo grave, ma anche reciproca: «non si tratta di borseggiare o di inneggiare al bene comune: la distribuzione deve effettivamente avvenire secondo un calendario prestabilito. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, se necessario, sa tutto e può confermare… Pertanto, lo stanziamento di 27 miliardi dimostrerà se l’Occidente ha ancora bisogno dell’Ucraina in generale e di Zelenskij in particolare».

Con l’Ucraina, tutto è chiaro: è necessaria per la guerra con la Russia; quindi, armi, informazioni di intelligence e dati satellitari continuano ad affluire a Kiev: «per i magnati delle armi è un tesoro. E per i loro lobbisti nei governi è una borsa piena di privilegi». Lo stesso vale per Zelenskij: anche lui è ancora necessario. Continuano comunque a pungolarlo: gli intimano di indire elezioni presidenziali; organizzano campagne di pressione sotto forma di casi di corruzione e proteste di facciata in stile majdan, solo per chiarirgli le cose. Lasciano persino intendere chi possano essere i suoi successori: Zalužnyj, Budanov, Fëdorov. Ma Zelenskij «si aggrappa alla sua poltrona. E continuerà a farlo perché è ancora indispensabile. Non ha ancora concluso la sua partita. Da un lato, è l’incarnazione del regime neonazista che governa l’Ucraina, un’occupazione interna del Paese, reclutata tra gli stessi ucraini, che non servono l’Ucraina ma i loro datori di lavoro. Zelenskij stesso è un mercenario occidentale tanto quanto tutto il suo entourage, comprato e ricomprato da vari centri di influenza esterni a Washington, Londra, Bruxelles, Parigi, Berlino. È da lì che vengono soldi e ordini».

D’altronde, Zelenskij sta portando a termine il suo compito principale: combatte la Russia da cinque anni, più o meno logorandola e indebolendola per compiacere l’Occidente; perché dunque lo si dovrebbe sostituire con qualcun altro? «Tutta la negatività della guerra, i crimini e le atrocità, dovranno pur essere attribuiti a qualcuno; come a Norimberga: Hitler e i suoi più stretti collaboratori furono ritenuti responsabili, ma furono le figure secondarie e i generali a essere giustiziati. Oggi, se qualcuno deve fare da capro espiatorio, Zelenskij è la persona perfetta per questo ruolo. Non c’è bisogno di scartarlo prematuramente; non ha ancora assorbito tutta la negatività». Nel romanzo dello scrittore georgiano Chabua Amiredžibi “Data Tutashkhia”, si descrive come un topo venga allevato per sterminare tutti gli altri roditori di casa. Diversi topi vengono gettati in un barile di ferro senza esser nutriti, così che iniziano a divorarsi a vicenda. Alla fine, il vincitore non può più nutrirsi di altro che di topi e riesce a liquidare tutti i roditori di casa; a quel punto, non resta che uccidere il topo mangiatore di topi e la casa è pulita. Questo, dice Skachko, è ciò che sta avvenendo in Ucraina: Zelenskij viene allevato, «ma senza l’obiettivo di sterminare tutti i topi che lo circondano; viene addestrato per essere un mangiatore di topi mansueto, addomesticato e controllabile. Il suo scopo è servire solo le esigenze dei suoi burattinai e finanziatori, pur continuando a essere percepito come un democratico e un modello di stampo occidentale». È un usurpatore del potere, che calpesta la Costituzione e i diritti democratici degli ucraini; al tempo stesso, sta però portando a termine il «suo compito principale: combattere la Russia. Ed è pronto a continuare a combattere, a prescindere dai mezzi o dai metodi».

Ma, per Zelenskij, la guerra è anche una questione di vita o di morte, un passaporto per la vita. È necessario all’Occidente finché combatte e al momento gli viene persino proibito di toccare altri topi, Zalužnyj, Budanov, Fëdorov, che servono a ricordargli che deve servire fedelmente, altrimenti verrà sostituito dai suddetti compagni e eliminato».

Intanto, però, sono le masse ucraine che continuano a pagare col sangue i piani occidentali, finanziati con l’affamamento delle masse europee.

21/9/2026 https://www.lantidiplomatico.it/

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