La scuola dentro la guerra: il nuovo esercito di Crosetto non si ferma alle caserme

Un dossier dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e università ricostruisce la riforma della Difesa: più militari, tre riserve, dominio cyber e ricerca orientata alla guerra. In gioco non c’è soltanto il reclutamento, ma il rapporto tra Forze armate, scuola, università e società civile.

Non chiamatelo semplicemente “ritorno della leva”. La formula è efficace, ma rischia persino di nascondere la dimensione della trasformazione in corso. Quello che sta prendendo forma intorno al ministero della Difesa è un progetto molto più ampio: aumentare gli organici militari, creare riserve rapidamente mobilitabili, estendere le capacità delle Forze armate al dominio cibernetico e alla cosiddetta guerra ibrida e rafforzare il rapporto tra apparato militare, ricerca, università e formazione.

A mettere insieme i diversi tasselli è il nuovo dossier dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, significativamente intitolato “Dalla difesa all’attacco: quando una riforma della difesa diventa un attacco della società”. La tesi dell’Osservatorio è esplicita: ciò che viene presentato come “ammodernamento” dello strumento militare rischia di produrre conseguenze che vanno molto oltre le caserme, investendo scuola, università e più in generale gli spazi civili della società.

Occorre partire dai fatti. Il 10 settembre è stato presentato al Senato il disegno di legge S.2028, “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”, di iniziativa del ministro Guido Crosetto insieme ad altri ministri del governo Meloni. Al momento della consultazione della scheda ufficiale del Senato il provvedimento risulta ancora da assegnare e il testo integrale non è pubblicato nella relativa pagina parlamentare.

Il dossier dell’Osservatorio invita però a non confondere questo provvedimento con l’intera riforma. Individua almeno tre direttrici: l’aumento degli organici e la costruzione delle riserve; l’estensione dell’intervento militare al dominio cibernetico e alla guerra ibrida; infine una trasformazione che non passa necessariamente dalle leggi, ma dalla creazione di percorsi universitari e finanziamenti alla ricerca destinati alla produzione di conoscenze utilizzabili a fini militari.

Quarantamila militari in più e tre riserve

La prima trasformazione riguarda le dimensioni stesse dello strumento militare. Le anticipazioni dello schema di riforma indicano un possibile incremento fino a 40 mila unità entro il 2033, distribuito progressivamente a partire dal 2028. Non è una voce proveniente soltanto dagli ambienti antimilitaristi: già nel gennaio 2025 il capo di Stato maggiore dell’Esercito aveva indicato alla Camera la necessità, per soddisfare anche i Capability Targets NATO 2025, di aumentare le dotazioni dell’Esercito di 40-45 mila unità rispetto alle previsioni normative allora vigenti.

Accanto all’aumento degli organici è stata prospettata la costruzione di tre bacini: una riserva operativa di mobilitazione, una riserva volontaria specialistica e una riserva territoriale. Quest’ultima è particolarmente significativa perché sarebbe radicata localmente e destinata anche a emergenze, calamità e attività di supporto sul territorio. Le bozze circolate nei mesi scorsi hanno inoltre prospettato un suo possibile concorso a sostegno delle forze di polizia.

Definire tutto questo semplicemente “ritorno alla leva”, dunque, può essere fuorviante. Non siamo, almeno allo stato attuale, davanti alla restaurazione pura e semplice della vecchia coscrizione obbligatoria sospesa nel 2005. Siamo davanti alla progettazione di un sistema militare più grande, più flessibile e maggiormente radicato nella società, capace di disporre di personale permanente e di bacini richiamabili o mobilitabili secondo differenti necessità.

Ed è proprio questo aspetto a meritare attenzione. Il confine tra apparato militare e società civile diventa progressivamente più poroso.

Il nuovo fronte è anche nella rete

Il secondo capitolo è forse ancora più importante. Il dossier dedica grande attenzione al dominio cibernetico e alla guerra ibrida. Secondo l’Osservatorio, il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri il 4 agosto e poi presentato come S.2028 introduce lo “spazio cibernetico di interesse nazionale”, prevedendo inoltre nuove professionalità militari specializzate nel cyber e una specifica struttura di formazione e comando.

Qui bisogna distinguere i dati verificabili dall’interpretazione politica proposta dal dossier. Che la dimensione cyber sia ormai considerata componente essenziale dello strumento militare non è controverso: lo stesso Stato maggiore dell’Esercito, nella documentazione parlamentare del 2025, indicava attività cyber e spazio elettromagnetico tra le capacità fondamentali dei conflitti futuri.

Più forte è invece la lettura dell’Osservatorio, che collega questa trasformazione alla “guerra cognitiva”, cioè alla competizione per influenzare percezioni, opinioni e comportamenti delle popolazioni. Nel dossier si sostiene che la questione non riguardi quindi soltanto la protezione delle reti informatiche da attacchi esterni, ma un campo nel quale informazione, comunicazione, social network e costruzione del consenso assumono una dimensione strategica.

È un passaggio decisivo. Perché se il terreno del conflitto non è più soltanto quello fisico — terra, mare, cielo — ma comprende lo spazio informativo e cognitivo, allora anche la distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra rischia di diventare sempre meno netta. E soprattutto diventa necessario chiedersi quali siano i limiti democratici all’intervento di strutture militari in un campo che comprende informazione e formazione dell’opinione pubblica.

Perché la scuola diventa strategica

È a questo punto che il dossier arriva alla scuola. E la questione assume una coerenza inquietante.

Se servono decine di migliaia di militari in più, bisogna trovare persone disposte ad arruolarsi. Se si costruiscono riserve territoriali, bisogna rendere socialmente familiare l’idea della disponibilità militare. Se la competizione riguarda anche percezioni e consenso, diventa strategico intervenire sull’immaginario collettivo. Se ricerca scientifica e tecnologica acquistano una crescente funzione militare, l’università diventa inevitabilmente uno dei terreni fondamentali della trasformazione.

L’Osservatorio legge perciò la riforma insieme alla crescente presenza delle Forze armate nei percorsi scolastici e universitari e alle iniziative rivolte direttamente ai giovani. La sua interpretazione è che non ci troviamo davanti a episodi separati, ma a una progressiva integrazione della cultura militare dentro la formazione civile.

È su questo punto che la discussione dovrebbe finalmente uscire dalla caricatura. Contestare la militarizzazione della scuola non significa sostenere che un militare non possa entrare in un istituto o che agli studenti debba essere nascosta l’esistenza delle Forze armate. Significa domandare chi forma chi, con quali finalità e dentro quale rapporto di potere.

Una scuola pubblica dovrebbe fornire agli studenti gli strumenti per discutere criticamente guerra, pace, geopolitica, industria militare, NATO, Costituzione, obiezione di coscienza, disarmo e diritto internazionale. Una cosa profondamente diversa dall’utilizzare la scuola come spazio di promozione delle carriere militari o della cosiddetta “cultura della Difesa”.

Dalla caserma all’università

Ancora più delicato è il rapporto con l’università. Il dossier richiama la creazione di percorsi accademici e fondi destinati a produrre saperi scientifici e anche umanistici funzionali alle nuove esigenze della Difesa.

La questione non riguarda soltanto la ricerca sulle armi in senso stretto. L’odierno complesso militare ha bisogno di intelligenza artificiale, cybersecurity, robotica, droni, telecomunicazioni, satelliti, nuovi materiali, analisi dei dati. Ma ha bisogno anche di competenze linguistiche, psicologiche, sociologiche e comunicative. Quando il conflitto viene definito “ibrido”, potenzialmente quasi ogni sapere può acquisire un valore strategico.

Il problema democratico diventa allora evidente: fino a che punto l’università pubblica può essere orientata dalle priorità dell’apparato militare? Chi decide le linee della ricerca? Quali interessi finanziano laboratori, dottorati e progetti? E soprattutto quale spazio rimane per una ricerca capace di interrogare criticamente proprio le politiche della sicurezza, della guerra e del riarmo?

Sono domande che non possono essere liquidate come antimilitarismo ideologico.

La militarizzazione non comincia con la cartolina precetto

È forse questo il merito principale del dossier: spostare lo sguardo.

Aspettare il ritorno della cartolina precetto per accorgersi della militarizzazione significherebbe guardare il fenomeno quando è già arrivato alla sua manifestazione più evidente. Una società può essere militarizzata molto prima della coscrizione obbligatoria. Accade quando aumenta strutturalmente gli organici militari; quando costruisce riserve distribuite sul territorio; quando integra sempre più strettamente infrastrutture civili e logistica militare; quando indirizza ricerca e università verso esigenze strategiche; quando presenta ai giovani la carriera militare come risposta alla precarietà; quando trasferisce categorie militari dentro il linguaggio della vita civile.

Ed è proprio su questo terreno che la scuola assume un’importanza enorme.

La scuola può diventare il luogo nel quale la guerra viene resa normale oppure quello nel quale viene sottoposta a critica. Può insegnare che l’aumento degli armamenti è una necessità indiscutibile oppure fornire gli strumenti per discutere quella scelta. Può trasformare la “sicurezza” in una parola che chiude ogni discussione oppure insegnare che, in una democrazia, persino la sicurezza deve essere interrogata.

La riforma della Difesa pone quindi una questione che supera abbondantemente il numero dei soldati. Riguarda quale società si sta preparando alla guerra e quale società si vuole costruire per impedirla.

Per questo l’opposizione alla militarizzazione non può limitarsi alla nostalgia della scuola “neutrale”, che probabilmente non è mai esistita. Deve rivendicare una scuola autonoma dagli apparati militari e dagli interessi dell’industria bellica, un’università nella quale la ricerca non venga subordinata alla competizione strategica e una formazione capace di produrre pensiero critico anziché consenso.

Il dossier dell’Osservatorio chiude parlando di obiezione e della possibilità di sottrarsi a ciò che viene presentato come inevitabile. È forse proprio da qui che dovrebbe partire la discussione: la guerra diventa davvero inevitabile quando una società smette persino di immaginare che possa non esserlo.

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21/9/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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