La città-yoga e il cortocircuito che ci tiene isolati

Il disagio è collettivo, ma ci hanno insegnato a viverlo come un problema individuale
Nel suo ultimo libro, La città è di tutti (Einaudi, 2026), l’urbanista e docente del Politecnico di Milano, Elena Granata fotografa, in uno dei capitoli, un fenomeno che chiunque frequenti l’attivismo politico riconosce molto bene. Lo chiama “città-yoga“: la promessa, ripetuta ovunque, che ciascuno possa farcela da solo e che basti impegnarsi. Granata osserva che oggi ciò che attira e mobilita non è più il racconto collettivo ma quello dell’interiorità – il linguaggio delle emozioni, del benessere, del successo personale. La malattia ed il disagio collettivo vengono raccontati quasi solo nella loro dimensione individuale – trauma privatizzato, dice Granata, invece di narrazione condivisa.
È un’osservazione che merita più della solita reprimenda contro il narcisismo dei tempi. Per capire cosa c’è davvero in gioco conviene tornare a un libro di quasi mezzo secolo fa, che quello stesso fenomeno lo aveva già messo in equazione – anche se per dire, in origine, qualcosa di diverso.
Il ciclo della delusione
Nel 1982 Albert Hirschman pubblica Shifting Involvements (in italiano Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, 1983), un libro che prova a spiegare perché le persone si impegnano nella vita pubblica in certi periodi e si ritirano nel privato in altri. La sua tesi non è una sorta di pendolo meccanico. È un meccanismo guidato dalla delusione. Un individuo concentrato sul proprio benessere accumula beni, cerca soddisfazioni private e, quando le ottiene, spesso scopre di non aver raggiunto la felicità che si aspettava. Quella delusione lo spinge verso l’impegno pubblico. Ma anche l’arena pubblica, con i suoi tempi lunghi e le sue frustrazioni, finisce per deludere a sua volta, e, allora, si torna al privato. Il ciclo si alimenta perché nessuna delle due sfere mantiene le promesse che fa.
È un’idea elegante perché non moralizza, facendo intendere che il privato sia peggio del pubblico, ma dice che entrambi, presi singolarmente, finiscono per non bastare. È proprio questo “non bastare” a mettere in moto la storia.
Lo scarto
Nel meccanismo descritto da Hirschman, la delusione privata può trasformarsi in una ricerca di qualcosa che stia fuori dal sé. Che il “non mi basta” diventi una spinta a cercare altrove – nella piazza, nell’azione comune, in qualcosa che ecceda il sé. Quello che Granata descrive nel capitolo sulla “città-yoga” sembra un’altra cosa. La delusione, la fame insoddisfatta di chi resta chiuso in casa, la noia – tutto questo, scrive, esiste ancora, eccome. Oggi trova ad attenderla un intero repertorio – terapeutico, motivazionale, fatto di narrazioni dell’io – capace di intercettarla prima che diventi spinta verso il pubblico e di rielaborarla come contenuto privato. Non risolvi la frustrazione collettiva uscendo di casa e partecipando a qualcosa: la trasformi in un percorso di crescita personale, in resilienza, in una storia che si racconta a se stessi e agli altri nel linguaggio dell’interiorità. Il trauma resta privato non perché la sofferenza sia meno collettiva di prima, ma perché il vocabolario disponibile per nominarla è diventato quasi solo psicologico-individuale.
Non significa che l’interiorità, la cura di sé o il linguaggio psicologico siano un problema. ll problema nasce quando diventano l’unico vocabolario disponibile per dare senso a esperienze che hanno invece cause e dimensioni strutturali.
Il meccanismo di Hirschman aveva bisogno che il privato, deludendo, scaricasse verso il pubblico. La “città-yoga” ha costruito un circuito che quella scarica la richiude su sé stessa. Non si tratta più di un ciclo, ma di un cortocircuito: l’energia che dovrebbe portarti fuori di casa viene raccolta, rielaborata e rivenduta come ulteriore materiale per l’interiorità, un prodotto in più nel mercato del sé, anziché un’uscita da esso.
Non è che oggi soffriamo meno collettivamente. È che abbiamo sempre meno strumenti per riconoscere la nostra sofferenza come collettiva.
Granata coglie anche il secondo livello del problema, quello fisico: anche quando la molla prova a scattare comunque, gli spazi pubblici – piazze, parchi, luoghi di incontro – sono sempre più ostili o esclusivi, sempre più pensati per essere consumati a pagamento piuttosto che abitati insieme.
La posta in gioco
Granata, attraverso il pensiero di Paolo Gomarasca, mette a fuoco un problema più ampio. Le grandi sfide che abbiamo davanti – la transizione energetica, la crisi climatica, il futuro della sanità e dell’istruzione – non sono per loro natura individuali. Nessuna si risolve con una versione più consapevole di sé stessi. Tutte richiedono esattamente ciò che il trionfo dell’intimismo sta erodendo: la competenza di cooperare, la capacità di convergere su obiettivi comuni, di superare lo sguardo particolaristico.
C’è un disallineamento, in altre parole, tra il tipo di soggettività che la cultura dominante oggi produce – introspettiva, rivolta all’io – e il tipo di soggettività che le crisi collettive richiederebbero – cooperativa, rivolta al noi. E più la prima si rafforza, più si allontana la possibilità reale di misurarsi con le seconde. Non è un caso di cattivo tempismo. È che le due dinamiche si nutrono a vicenda: quanto più le crisi collettive si fanno pressanti, tanto più cresce il bisogno – e quindi il mercato – di un’offerta che le renda sopportabili senza doverle affrontare insieme.
Unire le lotte
Non serve andare lontano per trovare la controprova. Chi ha seguito da vicino vertenze come quella GKN sa che la battaglia più dura non è stata soltanto quella sul piano economico, ma anche quella di costruire e mantenere un “noi”: trasformare una somma di vicende individuali – lavoratori, famiglie, percorsi personali – nella consapevolezza di un conflitto strutturale. Lo stesso vale per le lotte per la casa a Milano, a Roma o in qualsiasi altra città: ogni sfratto, preso singolarmente, diventa un dramma privato da raccontare – e lo è, certo – ma la sua ripetizione sistemica, il fatto che sia lo stesso meccanismo a colpire centinaia di famiglie nello stesso modo, è esattamente il tipo di lettura collettiva che il cortocircuito descritto sopra rende sempre più difficile da costruire e da far attecchire.
Non è un discorso astratto sulla psicologia dei tempi. È il terreno su cui si vince o si perde ogni battaglia che ha bisogno di un “noi” per esistere.
Per questo la risposta non può essere semplicemente chiedere alle persone di uscire dal proprio isolamento e tornare a fare politica. Prima bisogna ricostruire un linguaggio capace di trasformare ciò che viviamo individualmente in qualcosa che possiamo riconoscere come esperienza comune. Dare un nome collettivo alla sofferenza è già una forma di organizzazione.
Nota: le due voci teoriche di questo pezzo — Hirschman e Gomarasca — arrivano dalla lettura de La città è di tutti di Elena Granata (Einaudi, 2026); l’innesto tra i due e la lettura del “cortocircuito” sono una rielaborazione personale a partire da quello spunto.
Alberto Maldarella
26/9/2026 https://www.capibara.media/










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