Bologna, il 2 ottobre in piazza contro violenza di Stato e deriva sicuritaria
A un anno dai fatti di viale Masini, la mobilitazione nata attorno a Lince prova ad andare oltre il singolo caso. Appuntamento alle 18.30 in piazza Nettuno per unire comunità e lotte contro repressione, razzismo e marginalizzazione.
A un anno dai gravi fatti di viale Masini che coinvolsero Lince, Bologna torna in piazza. Ma questa volta l’obiettivo dichiarato non è soltanto ricordare quanto accaduto né concentrare la mobilitazione intorno a una singola vicenda. Giovedì 2 ottobre alle 18.30 in piazza Nettuno confluiranno realtà e comunità che negli ultimi mesi hanno provato a mettere in relazione esperienze differenti di repressione, discriminazione e violenza istituzionale, costruendo un terreno comune di mobilitazione.
È il passaggio successivo del percorso promosso da “Lince occhi sugli abusi”, di cui abbiamo raccontato le iniziative e le assemblee dei mesi scorsi. Il punto di partenza rimane ciò che avvenne a Lince, ma il significato politico attribuito all’appuntamento del 2 ottobre si è progressivamente allargato. La campagna vuole evitare precisamente il meccanismo attraverso il quale ogni abuso viene trasformato in un caso isolato, discusso per qualche giorno e poi separato da tutti gli altri. La proposta è invece quella di interrogare ciò che collega forme di violenza apparentemente lontane tra loro e, soprattutto, mettere in comunicazione le comunità che le subiscono e le lotte che vi si oppongono.
Nell’appello per la manifestazione vengono richiamati l’uccisione di Fakir, i decreti sicurezza, il ddl Romeo, l’apertura dei CPR, la propaganda sulla cosiddetta remigrazione, i controlli che hanno coinvolto mediche, i femminicidi e una concezione dello spazio urbano nella quale la sicurezza viene sempre più identificata con sorveglianza, controllo e repressione. Esperienze e questioni molto diverse, che gli organizzatori non intendono rendere equivalenti, ma leggere all’interno di una trasformazione più generale: l’espansione degli strumenti coercitivi e la tendenza a trattare problemi sociali, marginalità e conflitti attraverso dispositivi di ordine pubblico.
Da Lince a una mobilitazione più larga
È questo il salto che la mobilitazione del 2 ottobre prova a compiere. Lince rimane il punto dal quale il percorso è nato, ma non deve diventarne il confine. La stessa campagna insiste sulla necessità di partire dalle comunità direttamente investite dalle pratiche di controllo e dalla violenza istituzionale senza trasformarle semplicemente in destinatari di solidarietà.
Negli ultimi mesi questo tentativo ha preso forma attraverso assemblee e momenti di confronto. A luglio l’assemblea di piazza Lucio Dalla aveva fatto emergere con forza la necessità di dare continuità alla mobilitazione. Il successivo appuntamento del 21 settembre era stato convocato proprio per costruire collettivamente la piazza del 2 ottobre e, contemporaneamente, iniziare a immaginare una rete che non terminasse con quella scadenza.
Il risultato di quel percorso emerge chiaramente dal nuovo appello. Non si parla più soltanto di reagire a un abuso, ma di costruire una «comunità trasversale», capace di mettere in comune esperienze differenti senza cancellarne le specificità. È un punto importante, perché uno dei problemi incontrati in questi anni dalle mobilitazioni contro gli abusi delle forze dell’ordine è stato proprio il loro carattere discontinuo: ogni episodio produce indignazione, presidi, campagne e richieste di giustizia, ma troppo spesso la mobilitazione si esaurisce quando diminuisce l’attenzione pubblica sul singolo caso.
Da qui la scelta di non limitare il 2 ottobre a una commemorazione. Gli organizzatori parlano esplicitamente dell’«inizio di una stagione di mobilitazione permanente», nella quale territori, comunità e lotte possano riconoscere i punti di contatto tra esperienze differenti e costruire strumenti comuni.
Quando il sociale diventa ordine pubblico
Il nodo più interessante dell’appello sta probabilmente nella definizione molto larga della violenza istituzionale. Non soltanto l’uso materiale della forza durante un fermo o un intervento di polizia, dunque, ma l’insieme dei dispositivi attraverso cui determinate persone vengono selezionate, sorvegliate, allontanate, trattenute o trasformate in un problema di sicurezza.
È un processo che abbiamo incontrato ripetutamente raccontando l’evoluzione delle politiche sicuritarie italiane. La questione abitativa diventa occupazione abusiva, la marginalità diventa degrado, la migrazione viene trattata prevalentemente attraverso espulsioni e trattenimento amministrativo, il dissenso attraverso nuovi reati e strumenti preventivi, la protesta attraverso divieti e sanzioni. Cambiano le parole e, cambiando le parole, cambia l’istituzione chiamata a intervenire.
Non significa che tutte queste situazioni siano identiche. Significa interrogarsi sul motivo per cui fenomeni profondamente sociali vengano progressivamente trasferiti nel campo della sicurezza. Quando questo accade, il protagonista della risposta pubblica smette di essere il servizio sociale, la scuola, la sanità, la politica abitativa o la mediazione e diventa sempre più frequentemente l’apparato coercitivo.
È precisamente questo modello che il percorso nato intorno a Lince vuole contestare. La critica alla sicurezza non è il rifiuto della necessità di vivere senza paura o violenza. È la contestazione di una particolare idea di sicurezza, nella quale la protezione viene fatta coincidere quasi esclusivamente con controllo, sorveglianza, polizia e repressione.
La frammentazione è parte del problema
C’è poi un secondo elemento che merita attenzione. Le persone che promuovono la manifestazione scrivono di avere scelto di «non affrontare da sole le nostre lotte» e di voler trasformare «la rabbia in organizzazione e la solidarietà in forza collettiva». Non è soltanto una dichiarazione d’intenti. Indica uno dei problemi più difficili per chi negli ultimi anni ha provato a costruire mobilitazioni contro la violenza istituzionale.
Chi subisce un abuso durante un fermo incontra un sistema differente da chi viene trattenuto in un CPR. Una persona migrante sottoposta a controlli selettivi vive un’esperienza diversa da quella di chi viene denunciato durante una manifestazione. La violenza maschile contro le donne possiede caratteristiche e radici proprie che non possono essere sciolte dentro una generica categoria repressiva. Riconoscere queste differenze è indispensabile.
Ma riconoscerle non significa accettare che ogni conflitto debba rimanere confinato nella propria nicchia. È precisamente la frammentazione che rende più semplice trasformare ogni episodio in un’eccezione: un singolo poliziotto, un singolo CPR, una singola manifestazione, una singola periferia, una singola persona uccisa. Il giorno successivo il dibattito pubblico può così ricominciare da zero.
La proposta del 2 ottobre prova a invertire questa logica: partire dalle differenze per costruire connessioni, anziché cancellare le differenze per produrre un’identità artificiale. «Riconoscere le differenze tra le nostre esperienze senza trasformarle in frammentazione», aveva scritto la campagna convocando l’assemblea di settembre. La manifestazione di piazza Nettuno nasce precisamente da quel tentativo.
Una risposta alla città del controllo
Bologna rappresenta inoltre un terreno tutt’altro che neutrale per una mobilitazione di questo tipo. Come molte altre città italiane, negli ultimi anni ha visto crescere il peso politico della questione sicurezza e moltiplicarsi le discussioni su controlli, marginalità, spazio pubblico, persone senza dimora, migranti e consumo di sostanze.
La domanda posta dalla manifestazione è quale città venga prodotta quando la risposta a questi fenomeni viene affidata prevalentemente al controllo. Una città può essere resa formalmente più sorvegliata senza diventare necessariamente più sicura per chi la abita. Sicurezza significa anche poter accedere a una casa, curarsi, attraversare lo spazio pubblico senza essere selezionati in base al colore della pelle, trovare un servizio sociale prima di una pattuglia, poter manifestare senza essere preventivamente trattati come una minaccia.
È una distinzione fondamentale. Esiste una sicurezza costruita attraverso diritti, servizi e relazioni sociali ed esiste una sicurezza costruita attraverso identificazioni, divieti, allontanamenti e repressione. Le due cose non coincidono e, soprattutto, la seconda può espandersi proprio mentre la prima viene progressivamente impoverita.
Per questo la critica al modello sicuritario contenuta nell’appello non riguarda soltanto la polizia. Riguarda una trasformazione più profonda dello Stato: quando la politica rinuncia a governare socialmente i conflitti, tende sempre più spesso ad amministrarne le conseguenze attraverso il controllo.
Dal singolo caso alla comunità
È anche per questo che la storia di Lince assume oggi un significato differente rispetto a un anno fa. Il rischio di ogni campagna nata intorno a un abuso è che il nome della persona coinvolta diventi contemporaneamente la sua forza e il suo limite. La mobilitazione cresce finché quel caso rimane visibile e progressivamente si restringe quando l’attenzione si sposta altrove.
Il percorso bolognese prova invece a utilizzare quella vicenda come punto di partenza. Non dimenticare Lince, ma evitare che Lince rimanga sola. Non dimenticare Fakir, Ramy e le altre persone attorno alle quali sono nate mobilitazioni, ma impedire che ciascuna storia venga confinata nel proprio anniversario, nella propria vertenza giudiziaria e nella propria comunità.
È una scelta che cambia anche il significato della solidarietà. Non si tratta soltanto di stare accanto a qualcuno quando subisce violenza, ma di costruire strutture e relazioni capaci di esistere prima e dopo l’emergenza. Significa documentare, condividere strumenti legali, costruire reti territoriali, produrre informazione indipendente e rendere politicamente visibili meccanismi che altrimenti appaiono soltanto come una successione di incidenti.
Quando la campagna scrive di voler trasformare «la rabbia in organizzazione», parla esattamente di questo passaggio.
Il 2 ottobre non vuole essere un punto d’arrivo
L’appuntamento di giovedì 2 ottobre alle 18.30 in piazza Nettuno arriva quindi dopo mesi di assemblee e confronti e viene presentato dagli organizzatori come l’inizio, non la conclusione, di un percorso. «Non accettiamo un futuro che ci viene raccontato come già scritto», afferma l’appello, indicando l’ambizione di costruire una mobilitazione capace di durare oltre la singola giornata.
È probabilmente questo l’aspetto politicamente più significativo della convocazione. Negli ultimi anni l’espansione delle politiche sicuritarie è stata molto più continua delle mobilitazioni che vi si sono opposte. Decreti, dispositivi amministrativi, nuove fattispecie penali e strumenti preventivi si accumulano e diventano struttura, mentre le risposte sociali sono spesso costrette a rincorrere l’ennesimo provvedimento o l’ennesimo abuso.
Provare a costruire una mobilitazione permanente significa tentare di modificare questo rapporto: non aspettare il prossimo caso per ritrovarsi nuovamente in piazza, ma costruire prima le relazioni necessarie per riconoscerlo, documentarlo e contrastarlo.
Il 2 ottobre, dunque, non sarà soltanto l’anniversario di quanto accadde a Lince in viale Masini. Nelle intenzioni di chi ha costruito questo percorso sarà il momento nel quale esperienze nate separatamente proveranno a riconoscersi come parte di una stessa capacità collettiva di risposta.
Non per affermare che tutte le violenze siano uguali, né che tutte le lotte debbano diventare una sola. Ma per impedire che proprio la loro separazione renda ciascuna più debole.










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