Contro la segregazione di classe dentro e fuori le aule

A poche settimane dal suono della prima campanella, il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge recante misure urgenti per l’avvio dell’anno scolastico.

Ci si sarebbe potuto attendere un reale riconoscimento delle tante emergenze della scuola e interventi tempestivi: l’assegnazione dei docenti mancanti, la messa in sicurezza degli edifici, l’adeguamento di trasporti e mense, fino al superamento delle classi pollaio. Nulla di tutto ciò. Ci ritroviamo invece di fronte a un miscuglio di provvedimenti destinati per lo più al prossimo anno scolastico: di urgente c’è solo l’avvio della campagna elettorale.

Diverse sono le misure previste, alcune delle quali meriterebbero ben più attenzione di quella che stanno ricevendo, come la modifica dei criteri per l’assegnazione delle ore di sostegno o il semplice cambio di denominazione degli istituti tecnici e professionali che, a seguito della recente e contestata riforma della filiera tecnologico-professionale, verranno ribattezzati “licei”.

Comprensibilmente, l’attenzione e la bufera mediatica si sono concentrate sul tetto del 30% per classe di alunni con cittadinanza non italiana, il divieto di accedere agli istituti con il volto coperto (pena multe salatissime) e l’obbligo per le famiglie di frequentare corsi di italiano in caso di difficoltà linguistiche tali da ostacolare la collaborazione con la scuola, con contestuale segnalazione ai servizi sociali e sanzioni per chi si sottrae.

La gravità di queste disposizioni, accentuata dalle dichiarazioni della premier Meloni alla vigilia dell’approvazione, non può non allarmare e suscitare reazioni non solo all’interno del mondo della scuola. Non si può liquidare il tutto solo come propaganda: siamo di fronte a una chiara forma di razzismo istituzionale che va inserita nel contesto delle riforme varate lo scorso anno, intrise di ideologia identitaria, con richiami all’esaltazione della “cultura occidentale”, all’amor patrio e all’identità nazionale, oltre che volte alla repressione del dissenso.

Certo, le riserve sull’effettiva applicabilità del decreto sono fondate. Già dal 2010 esiste una circolare ministeriale, spesso disattesa per carenze organizzative, volta a garantire l’eterogeneità nella composizione delle classi anche rispetto alla presenza di studenti di recente immigrazione, e questo decreto rischia di fare la stessa fine. Tuttavia, smistare le presenze trattando bambini e bambine come pure quote risponde a una logica aberrante. È opportuno ricordare che molti alunni di seconda e terza generazione hanno una padronanza della lingua pari o superiore a quella dei propri coetanei, che l’integrazione non equivale all’assimilazione e che la lingua si apprende innanzitutto giocando e vivendo insieme, in un reciproco arricchimento. I dati confermano peraltro che le studentesse che coprono il volto a scuola sono una percentuale irrisoria e che le classi coinvolte dalle nuove misure saranno pochissime. Si rivendica giustamente la persistente carenza di figure professionali chiave come docenti L2, mediatori linguistici e culturali, oltre al deficit strutturale di posti nei CPIA. Pretendere di vincolare l’idoneità genitoriale alla conoscenza della lingua italiana rappresenta un’ingerenza inaccettabile, degna della Santa Inquisizione, che entra nella sfera privata delle famiglie, scaricando sui singoli le inadempienze del sistema sociale.

Un’altra cosa però va detta. Le classi e le scuole “ghetto” esistono eccome, laddove si concentrano i figli di chi vive forme di emarginazione sociale ed economica: una vera e propria segregazione di classe in cui la variabile etnica è spesso conseguenza e non causa. Il problema nasce fuori dalle aule. Periferie ghetto, quartieri dormitorio e problemi abitativi accumulano in un solo luogo tante marginalità, ciò che il salotto cittadino e la speculazione edilizia buttano fuori. Senza interventi strutturali sul diritto all’abitare e sul contrasto allo sfruttamento lavorativo, nessuna quota né rigidità normativa potrà offrire soluzioni concrete. Disperdere gli studenti o imporre divieti e sanzioni non farà che eludere il nodo centrale, lasciando inalterate le disuguaglianze di fondo senza offrire reali alternative.                                               

Valeria Allocati

29/9/20226 Alternativ@ – Materiali per la costruzione dell’alternativa sociale e politica

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