Magnifica humanitas: la dignità dell’essere umano nell’epoca della disumanizzazione

L’enciclica Magnifica humanitas, la prima del papa regnante, si apre con un’affermazione netta e cogente: l’umanità si trova di fronte a un bivio tra la disumanizzazione e la sua realizzazione, tra un mondo più ingiusto e uno di giustizia e fraternità, «tra innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme»[1]. La scelta del sentiero da imboccare riposa nella responsabilità di ciascuno: «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi»[2], un concetto ribadito più volte nel testo, anche con una citazione di Tolkien,[3] forse indirettamente in risposta all’uso che dell’autore cattolico inglese fa il tecno-capitalista Peter Thiel.

Il bivio ineludibile è dato, in questo periodo storico, dall’ambivalenza delle innovazioni tecniche, vertiginosamente avanzate fino alla nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, su cui i papi da qualche tempo riflettono. L’autore di questa enciclica dà conto di tale riflessione in una carrellata storica molto ben congegnata che parte da molto prima, dal fondatore della dottrina sociale della Chiesa, papa Leone XIII, di cui l’attuale pontefice ha voluto per l’appunto prendere il nome. In questa breve storia della dottrina sociale cattolica vengono enucleati alcuni capisaldi ritenuti utili ai nostri giorni come criteri per riflettere anche sull’intelligenza artificiale: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale.

Il fine è chiaro: indicare una strada che possa parlare a tutti (cristiani e non), pur senza pretesa di verità assoluta[4], affinché lo sviluppo tecnologico e, più in generale, il progresso si muovano sempre al servizio dell’umano o, secondo la definizione di Paolo VI, «per ogni uomo e per tutto l’uomo»[5]. Perciò Leone – che si serve, sul tema, dello stesso consigliere del suo predecessore, il frate Paolo Benanti – riparte dalla riflessione avviata da papa Francesco sul paradigma tecnocratico e sulla cultura dello scarto, per approfondire i rischi legati al nostro presente. È bene rilevare che non si tratta di diffidenza o di scetticismo verso l’avanzamento tecnico, ma di sceglierne la direzione e il senso. Alla base vi è un’idea positiva della creazione, che porta impressa «una bontà originaria che lo sguardo umano deve custodire, coltivare e far maturare»[6], idea resa con l’immagine della ricostruzione delle mura di Gerusalemme per iniziativa di Neemia: un’operazione cooperativa, portata avanti a beneficio e con l’aiuto di tutto il popolo e con il favore divino, cui fa da contraltare l’immagine babelica di un’umanità che vuole fare a meno di Dio costruendo opere impressionanti, ma con il solo esito di creare un gran caos.

Nel capitolo centrale vengono dettagliatamente enunciati i rischi di uno sviluppo tecnologico disumanizzante, secondo i criteri sopra ricordati: l’appropriazione, da parte di pochi, di tecnologie che possono controllare gli individui, profilarli, manipolarne le abitudini e la cultura, operare scelte cruciali per la vita di ognuno attraverso criteri non trasparenti e non condivisi, creare situazioni di esclusione e di scarto verso i più deboli. Per il singolo, soprattutto per i più indifesi, i rischi nell’uso dell’intelligenza artificiale sono «la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana»[7]:

«Quando una parola viene simulata, essa non costituisce una relazione ma una sua parvenza […] allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro»[8].

Viene sottolineata la fondamentale differenza tra un essere umano e qualunque macchina: «…le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze»[9].

Gli altri rischi paventati riguardano la verità dell’informazione e la sopravvivenza stessa del concetto di verità, la libertà umana che a questa è connessa in qualunque società, i rischi totalitari di un’informazione centralizzata,[10] le conseguenze per l’uomo nell’ambito del lavoro, che costituisce una parte fondamentale nell’espressione della sua dignità. In quest’ultimo senso si sottolinea che la giustizia riguarda tutte le fasi del processo economico e non può perciò intervenire solo a valle, nel momento redistributivo. Viene inoltre ribadita l’importanza della politica e dello Stato per superare la logica economica dell’efficienza, riconducendola entro i binari dell’umanesimo, perché il fine di ogni iniziativa economica è sempre quello di servire le persone e il loro bene comune.

Non possiamo dare conto di tutti i temi trattati, che sono numerosi e importantissimi. Ma è bene soffermarsi almeno un po’ sull’ultimo capitolo, in cui le immagini di Gerusalemme e di Babele vengono declinate nei due antitetici scenari della civiltà dell’amore e della cultura della potenza. Contro la cultura della potenza, che genera guerra e oppressione disumanizzante, Leone torna sulle parole con cui aprì il suo pontificato, ricordando la necessità di una pace «disarmata e disarmante»[11], non solo nei confronti delle armi, ma di ogni aspetto delle relazioni umane e sociali. Disarmare anche l’IA «vuole dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare»[12].

Nell’ambito delle applicazioni belliche, fermo restando il rifiuto, già più volte espresso dai predecessori, della dottrina della guerra giusta (fatta salva la legittima difesa strettamente intesa), si mette in guardia dall’utilizzo di una tecnologia che, deresponsabilizzando l’uomo rispetto alla decisione sulla vita e sulla morte, abbassi la soglia morale della deliberazione, rendendola più facile. Ricordando inoltre l’importanza della distinzione tra civili e combattenti, c’è la netta condanna della logica del «danno collaterale». Sembra qui, leggendo, di riascoltare l’eco delle ultime parole (lette da chi gli prestò la voce) di papa Francesco, che il giorno di Pasqua ammoniva: «davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità»[13].

Nella dottrina della Chiesa c’è il rifiuto della guerra, cioè il rifiuto dell’idea che la guerra sia inevitabile e quasi ineliminabile dalla natura o, perlomeno, dalla storia umana. Ad alcuni sembrerà un’ingenua utopia; tuttavia Leone sceglie una via media tra la Realpolitik e l’idealismo sciocco:

«Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare. Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza…»[14].

Infine, tra i vari temi passati in rassegna, di cui non si può qui dar conto in profondità, ce n’è uno davvero centrale per l’uomo dei nostri tempi: il limite e il suo rifiuto, la sua rimozione, che nelle versioni più estreme dà luogo alle ideologie post- e transumanistiche, ideologie che puntano ad aggirare per via tecnica l’errore, la sofferenza, le imperfezioni dell’essere umano e finanche la morte. La Chiesa, invece, ritiene che nel limite troviamo ciò che è più umano: «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento…»[15]. Perciò il limite e lo stesso errore vanno visti anche per le possibilità che dischiudono: «ciò che per la macchina è un errore, per l’uomo può essere l’inizio di un cambiamento profondo»[16].

Anche per il cristiano, quindi, si dà la possibilità del superamento del limite, ma in un senso del tutto diverso da quello dei transumanisti, secondo le parole citate di papa Francesco: «“giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero” […] ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma»[17]. L’enciclica dice agli uomini del nostro tempo che dobbiamo «rimanere umani» e che l’unico modo per farlo è mantenere il controllo sulle nostre scelte, senza scorciatoie deresponsabilizzanti o anestetizzanti.


[1] Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, Città del Vaticano, 2026, § 1.

[2] Ivi, § 130.

[3] Ivi, in particolare §§ 210-213; ma anche § 233: «…l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione…».

[4] Ivi, §§ 25-27: «la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, perché la verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere».

[5] Citato passim, ad esempio § 35.

[6] Ivi, § 20.

[7] Ivi, § 100.

[8] Ibidem.

[9] Ivi, § 99.

[10] Ivi, §§ 132-134.

[11] Citato ivi, § 228.

[12] Ivi, § 110.

[13] Ultimo discorso di Francesco alla folla, piazza San Pietro, Pasqua 2025.

[14] Ivi, § 218.

[15] Ivi, § 119.

[16] Ivi, § 128.

[17] Ibidem.

Lorenzo Palaia

29/9/2026 https://www.lafionda.org/

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