Aria di golpe parlamentare e di partito unico
La democrazia non è stata inventata per essere democratica. Bisogna costringerla. Le contese elettorali sono solitamente un po’ truccate. A scriverne le regole non è mai un arbitro imparziale. Le scrivono i vincitori e, naturalmente, curano i loro interessi. Di tutte le regole possibili, il sistema proporzionale ha la fama d’essere il più onesto. Fotografa, più onestamente di altri, non i sentimenti degli elettori – quelli nessuno sa veramente dove stiano – ma la capacità di persuasione delle forze politiche. La legge proporzionale introdotta nel ’46 fu frutto di una condizione unica di equilibrio di potere tra i suoi promotori.
Sono possibili delle varianti: in Germania chi non ottiene almeno il 5 per cento dei voti è escluso dalla rappresentanza. Si può anche variare la dimensione dei collegi e prevedere variazioni non secondarie nell’utilizzo dei resti (la spiegazione è complicata e inviterei a cercare in rete la definizione del cosiddetto quoziente elettorale), ma, grosso modo, di tutti i sistemi conosciuti il proporzionale è quello più attendibile. Sulla sua preferibilità il dibattito è aperto da sempre. I regimi proporzionali favoriscono il pluralismo. Le forze politiche si moltiplicano e si articola di conseguenza la rappresentanza, suscitando complicate trattative per costituire i governi. A scapito della stabilità e dell’efficacia di questi ultimi. C’è del vero, in questa affermazione. Ma il problema sta nel numero delle forze politiche, o nei loro rapporti reciproci e nel costume politico? Ci sono ovunque esperienze – a livello locale in Italia era consuetudine – di coalizioni eterogenee che hanno retto per lungo tempo. Basta che chi le conclude sia gente seria, che quando prende un accordo lo rispetta, magari perché ritiene più vantaggiosa la stabilità. Fatto sta che in Italia a livello nazionale l’instabilità è diventata la regola negli anni ’80 dello scorso secolo e da allora il regime proporzionale introdotto nel 1946, in una condizione di equilibrio tra forze politiche eterogenee, è stato oggetto di una disperata campagna avversa, che si è conclusa con suo licenziamento. Che ha inaugurato una serie di riforme, di cui il Mellonellum è l’ultimo frutto.
È in realtà buona regola che le regole elettorale siano riscritte solo in situazioni di crisi. L’ha consacrata la Commissione di Venezia, che tra le sue pie raccomandazioni ha menzionato il principio per cui a meno di un anno di distanza dalle elezioni le regole non si cambiano. D’altro canto, si può lavorare parecchio sui margini, che sono sostanziosi. Per esempio, sulle regole di finanziamento delle campagne elettorali, o sulle opportunità di accesso ai media. E invece, confermando un motto antico, ma non dimenticato – “me ne frego” – Meloni e le sue truppe parlamentari hanno ignorato la raccomandazione e stanno varando una nuova legge elettorale, che si può a pieno titolo tacciare di golpismo.
Che i golpe avvengano per via parlamentare non è una novità. L’aveva ricordato nelle pagine di Tecnica del colpo di Stato Curzio Malaparte. I golpisti, da Napoleone a Hitler, a suo dire, amano a modo loro il Parlamento. Per quanto valga l’azione di una forza armata esterna, il Parlamento garantisce una sottile, ma preziosa parvenza di legalità. Malaparte, che, come antifascista, non valeva granché, dimenticava Mussolini, che il golpe l’aveva fatto tramite la legge Acerbo, approvata, ricordiamolo, col consenso dei liberali, dei moderati e anche di qualche popolare. Sono precedenti che hanno trovata replica di recente grazie a Orbán, Putin e Erdoğan, i quali non hanno neanche cancellato del tutto la competitività delle elezioni: l’hanno ridisegnata a loro vantaggio. È stato così possibile licenziare Orbán. Ma sono occorsi vent’anni. Per poco, non è successo in Turchia. Nessuno sogna più d’instaurare un Reich millenario. Ma se l’orizzonte è più breve, non è meno scomodo per chi vi è sottomesso.
Donal Trump, per come può, sta provando a inquinare le elezioni usando invece le squadracce dell’ICE. Buona allieva, Meloni, ha discrete competenze di suo e preferisce passare dal Parlamento. La legge elettorale approvata al Senato è un golpe parlamentare, che conclude per il peggio un lungo percorso iniziato negli anni ’80. Già allora l’intento di molti era cambiare la democrazia voluta dai padri costituenti, cioè predisposta per mediare tra formazioni politiche eterogenee, per farne una democrazia bipolare. Poco consapevoli della storia del paese, gli apprendisti stregoni, tuttavia, non si aspettavano il dualismo avvelenato che ne è scaturito. Il quale ha inquinato la vita democratica, in coincidenza, fra l’altro, con una stagnazione economica ultratrentennale. Adesso è sopraggiunta quella che qualcuno ha definito una tempesta perfetta.
Tra i regimi democratici ben educati nessuno si è mai concesso un cambiamento radicale di legge elettorale della portata di quello introdotto nel 1993 dal cosiddetto Mattarellum. In Francia, nel 1958, fu introdotto l’uninominale a doppio turno, ma fu scritta una nuova Costituzione. Non era una scelta innocente. La scusa era quella che poi abbiamo chiamato la governabilità, ma voleva essere un modo per emarginare i comunisti. A lungo andare, il doppio turno si sta rivelando una trappola, che servirà a incoronare quella bella tempra democratica che è la signora Le Pen.
I tempi cambiano, cambiano le società, cambiano i rapporti di forza tra forze politiche e parti sociali, le regole vanno aggiornate, ma su quelle elettorali ci si muove, insomma, coi piedi di piombo. Nel 1993 è invece iniziato in Italia un dissennato valzer di revisioni, promosse dalle maggioranze in carica. Finché, tra un cambiamento e l’altro, si è insediata al potere una destra per ragioni culturali e politiche incompatibile con la Costituzione del ’48. Nessuno è senza colpe. Il cosiddetto Rosatellum, voluto dal Pd renziano, fu approvato a ottobre del 2017 e applicato nella primavera dell’anno successivo: era una solenne schifezza, che sperava di porre le condizioni di una maggioranza di centro, tra Pd e Forza Italia.
Le legge elettorali non vanno comunque valutate in astratto. Chi le scrive – si è detto – ha in mente i rapporti di forza esistenti. Spesso sbaglia i suoi calcoli, perché le leggi possono essere abitate dai concorrenti in vario modo. Il Mattarellum non immaginava uno sviluppo bipolare, era studiato solo per correggere i risultati della proporzionale. Arrivò Berlusconi e, esaudendo molte aspettative, riuscì invece a dividere in due la contesa politico-elettorale. La legge elettorale in attesa di varo definitivo è stata così costruita su misura del centrodestra, prevedendo un premio al 42 per cento dei consensi. L’Italia sarebbe allora, insieme alla Grecia e a San Marino, tra i pochi che prevedono un premio di maggioranza. Si vedrà cosa succede. Ma intanto, se tutto andasse secondo i disegni dei suoi promotori, si prospetta un cambiamento di regime, fondato sulla rottura degli ultimi fili tra forze politiche allora molto eterogenee che la Costituzione repubblicana aveva tessuto.
Non sappiamo se tutti coloro che hanno approvato la legge abbiano fatto bene i conti. C’è qualche seria possibilità che il premio di maggioranza faccia qualche scherzo anche a chi l’ha votata. Antonio Floridia, che in materia la sa lunga, sostiene che chi otterrà il premio di maggioranza avrà tra 210-220 deputati da dividere in proporzione tra i soci della coalizione. Perciò, con più o meno il 10% dei voti, Lega e FI ne prenderebbero una ventina. Se si aggiungesse Vannacci, sarebbe ancora peggio. Ne consegue che, se il golpe parlamentare della signora Meloni andasse a buon fine, non solo nascerebbe un nuovo regime, ma sarebbe anche a partito unico, dato che Lega e FdI sarebbero irrilevanti. E si dividerebbe definitivamente il paese in due parti. Una avrebbe per intero il potere nelle sue mani e non avrebbe remore a opprimere l’altra: per sottomettere il potere giudiziario, neutralizzare la Corte costituzionale e la Corte dei conti, sancire con l’autonomia differenziata la definitiva emarginazione del Mezzogiorno. C’è da aspettarsi che il dissenso sia ulteriormente represso, il diritto di sciopero sospeso, soffocando anche quel po’ di libera stampa che resta. Il governo detterà i programmi scolastici, l’evasione fiscale sarà la regola, le città saranno consegnate alla speculazione e all’iperturismo, le tutele ambientali saranno abbattute, le disuguaglianze cresceranno ancora, i giovani torneranno in divisa e seguiteranno a espatriare, il decadimento industriale sarà incontrastato e i salari in caduta libera, il Mediterraneo sarà una tomba sempre più capiente. Il progetto è di riportare indietro di un secolo la storia, la cultura, le pratiche di governo di questo paese. L’esecutivo più longevo della Repubblica ne ha concesso un assaggio.
C’è ancora qualche possibilità di difendersi? L’opposizione ha fatto manfrina. Niente più. Non sappiamo quanto sinceramente, si è concentrata sulle preferenze: le liste bloccate sono più comode. Le preferenze del resto sono una questione spinosissima e anche difficile da dirimere. Sono state a lungo demonizzate, a ragione, ma anche a torto. La critica era probabilmente eccessiva. Meloni ha fatto la furba, introducendone una vaga parvenza. In ogni caso, neanche con le preferenze questa legge sarebbe migliore. Molti sono i dubbi di costituzionalità da essa sollevati. Ma i tempi sono stretti e la maggioranza potrebbe accorciarli. Non conviene contarci. A dispetto delle anime belle dell’alternanza, l’unica possibilità per difendersi è trasformare le prossime elezioni in un referendum, in cui scegliere tra l’instaurazione di una democrazia “illiberale” e, se possibile, la promessa del ripristino di una più accettabile fisiologia costituzionale. Al cospetto di un’alternativa secca, il no al referendum sulla separazione delle carriere ha mostrato come la maggioranza degli elettori abbia ancora qualche fiducia nella Costituzione repubblicana. È stato un gravissimo errore lasciar evaporare lo spirito di quel momento e impaniarsi in beghe sulle primarie, la leadership e il programma incomprensibili per i cittadini. Nulla era meno opportuno, quand’era già chiaro come la maggioranza avesse un terribile obiettivo di riserva. Siamo ancora in tempo?
Nel 1953 le forze democratiche sventarono la ben più potabile “legge truffa”, che prevedeva un premio alla coalizione che avesse ottenuto metà più uno dei voti. Il Melonellum è una truffa ben più grave, perpetrata da forze politiche con ben diverse credenziali democratiche della Dc degasperiana. Sarebbe ora perciò di richiamare in servizio i comitati del No, la società civile democratica, le associazioni, le forze sindacali, le ramificazioni territoriali dei partiti, i siti web, i social. Serve promuovere ogni comunicazione possibile dal basso verso l’alto e in orizzontale, mobilitare i giovani. La partita sarà durissima, ma non è disperata e ogni energia va spesa per vincerla.
Alfio Mastropaolo
30/9/2026 https://volerelaluna.it/









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