Francia, l’autunno sociale comincia dalle piazze

Salari erosi dal carovita, scuole senza personale, servizi pubblici in difficoltà e pompieri che chiedono uomini e mezzi. Conflitti diversi cominciano a convergere mentre il governo risponde alle proteste con arresti, lacrimogeni e violenza poliziesca.

Ferrovieri, insegnanti, personale sanitario, dipendenti degli enti locali, lavoratori sociali, pompieri e studenti. La Francia entra nell’autunno con una mobilitazione che non può essere ricondotta a una singola vertenza né a una specifica categoria professionale. Lo sciopero della funzione pubblica del 29 settembre ha reso visibile qualcosa che stava maturando da tempo: l’incontro tra il progressivo impoverimento dei lavoratori, la crisi dei servizi pubblici e una protesta studentesca che dai licei dell’Île-de-France si è rapidamente propagata nel resto del paese. Le immagini degli scontri, delle barricate e dei lacrimogeni raccontano soltanto una parte di ciò che sta accadendo. Ci sono salari che hanno perso potere d’acquisto, organici insufficienti, classi sovraffollate, ospedali in difficoltà, scuole degradate e servizi di emergenza sottoposti a una pressione crescente. È da qui, e non dagli incidenti, che bisogna partire per comprendere l’attuale conflitto sociale francese.

La mobilitazione della funzione pubblica ha interessato contemporaneamente amministrazione statale, ospedali ed enti territoriali. Il fronte sindacale chiede aumenti salariali, rivalutazione del point d’indice, assunzioni e investimenti nei servizi pubblici. Dietro una formula apparentemente tecnica come quella del punto d’indice si trova uno dei problemi materiali che alimentano la protesta: se la base sulla quale vengono determinate le retribuzioni rimane congelata mentre aumentano il costo degli alimentari, dell’energia, degli affitti e dei trasporti, lo stipendio perde progressivamente valore reale. Per molti dipendenti pubblici la questione non è quindi ottenere un generico miglioramento delle proprie condizioni, ma recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perso negli ultimi anni. È per questa ragione che la rivendicazione salariale si è saldata alla difesa dei servizi pubblici. Quando un insegnante, un infermiere o un operatore sociale viene pagato sempre meno in termini reali, diventa più difficile assumere e trattenere personale; quando gli organici diminuiscono, aumenta il carico di lavoro di chi rimane e contemporaneamente peggiora il servizio ricevuto dalla popolazione. La rivendicazione di salari migliori finisce così per coincidere con quella di una scuola, una sanità e un’amministrazione pubblica che dispongano delle risorse necessarie per funzionare.

La presenza dei pompieri nelle manifestazioni rende ancora più evidente questa relazione. La loro mobilitazione arriva dopo un’estate segnata da grandi incendi e da una pressione eccezionale sui servizi di emergenza. Le organizzazioni sindacali chiedono nuove assunzioni, mezzi e investimenti, denunciando una distanza crescente tra le risorse disponibili e gli interventi richiesti. Il cambiamento climatico aumenta frequenza e intensità degli incendi mentre gli organici e le attrezzature, sostengono i sindacati, non sono cresciuti nella stessa misura. Non si tratta dunque semplicemente di una vertenza professionale. Quando i pompieri chiedono più personale stanno ponendo una questione che riguarda direttamente la capacità dello Stato di intervenire durante incendi, incidenti, emergenze sanitarie e catastrofi. Anche qui il conflitto nasce dalla contraddizione tra servizi ai quali viene chiesto sempre di più e risorse che non aumentano in maniera corrispondente.

Ma è nella scuola che questa crisi ha assunto la forma più esplosiva. I blocchi cominciati nell’Île-de-France si sono diffusi rapidamente, coinvolgendo centinaia di licei. Le rivendicazioni degli studenti coincidono in larga parte con quelle che insegnanti e personale scolastico denunciano da tempo: carenza di docenti, sovraffollamento delle classi, insufficienza del personale, condizioni degli edifici e progressivo deterioramento della scuola pubblica. La protesta studentesca non può quindi essere compresa partendo dalle barricate o dagli incidenti davanti agli istituti. Quelli sono avvenuti successivamente, quando il conflitto si era già sviluppato. La causa viene prima: studenti e insegnanti sperimentano da due posizioni differenti gli effetti delle stesse politiche. Gli uni lavorano in scuole nelle quali aumentano carichi e difficoltà, gli altri studiano in quelle stesse strutture e ne verificano quotidianamente le conseguenze. Quando le due proteste cominciano a incontrarsi, la vertenza smette di essere esclusivamente sindacale e diventa una contestazione più generale delle condizioni materiali nelle quali funziona il servizio pubblico.

È precisamente a questo punto che la risposta governativa si è progressivamente spostata dal terreno sociale a quello dell’ordine pubblico. Davanti ai licei sono stati schierati reparti di polizia e gendarmeria, sono stati utilizzati lacrimogeni, effettuati fermi e arresti, molti dei quali hanno coinvolto minorenni. Durante le proteste si sono verificati anche incendi, danneggiamenti, lanci di oggetti e aggressioni, episodi sui quali il governo e il ministro dell’Interno Laurent Nuñez hanno concentrato una parte crescente della comunicazione pubblica. Ma l’esistenza di questi fatti non cancella né spiega l’origine del movimento. Il passaggio decisivo avviene quando una protesta nata dalla mancanza di insegnanti, dalle condizioni degli edifici e dal sovraffollamento delle classi comincia a essere rappresentata principalmente come una questione di sicurezza. Il problema della scuola viene progressivamente sostituito dal problema dell’ordine pubblico e la domanda sulle condizioni nelle quali studiano migliaia di ragazzi viene coperta da quella su come sgomberare un blocco.

Quando lo Stato risponde a un problema sociale prevalentemente attraverso i propri apparati coercitivi, non elimina la causa del conflitto: interviene sulla sua manifestazione esteriore.

Le immagini arrivate da Saint-Denis hanno mostrato plasticamente questa contraddizione. Insegnanti e personale scolastico hanno formato un cordone davanti agli studenti durante momenti di tensione con le forze dell’ordine. La scena è importante non per il suo valore simbolico, ma perché rivela quanto sia difficile separare la mobilitazione studentesca da quella dei lavoratori della scuola. Gli insegnanti che protestano per organici insufficienti si sono trovati a proteggere ragazzi che contestano gli effetti di quella stessa insufficienza. In un contesto del genere, un intervento di polizia che utilizzi una forza non necessaria o sproporzionata non rappresenterebbe soltanto un problema di gestione dell’ordine pubblico, ma aggraverebbe una crisi già esistente tra istituzioni, scuola e studenti. Gli episodi specifici denunciati, il ricorso esteso a fermi, lacrimogeni e reparti antisommossa mostrano quanto rapidamente la risposta politica al movimento sia stata affiancata e in alcuni casi sostituita dalla cieca violenza poliziesca.

Non è una dinamica nuova nella Francia di Emmanuel Macron. Dai gilets jaunes alla lunga battaglia contro la riforma delle pensioni, fino alle proteste nelle banlieue dopo l’uccisione del diciassettenne Nahel Merzouk nel 2023, la gestione poliziesca del conflitto sociale è diventata uno dei nodi più controversi della presidenza. Amnesty International, organizzazioni francesi per i diritti umani e organismi internazionali hanno ripetutamente sollevato questioni sull’uso delle armi cosiddette meno letali, sui ferimenti durante le manifestazioni, sugli arresti preventivi e sulle restrizioni al diritto di protesta. Le vicende sono diverse e non possono essere sovrapposte, ma mostrano una continuità nel modo in cui l’ordine pubblico è diventato uno dei principali terreni sui quali vengono affrontate mobilitazioni nate da questioni sociali, economiche o territoriali.

Il problema non riguarda quindi soltanto la quantità di forza utilizzata in una determinata manifestazione. Riguarda il processo attraverso il quale un conflitto viene progressivamente sottratto al suo terreno originario e trasferito su quello della sicurezza. Quando aumenta la presenza della polizia cresce la possibilità di scontri; quando avvengono gli scontri, il racconto pubblico finisce per concentrarsi su incendi, vetrine, arresti e feriti. A quel punto diventa più difficile vedere ciò che esisteva prima dell’arrivo dei reparti antisommossa: il salario dell’insegnante, l’infermiere che manca in ospedale, il pompiere che chiede rinforzi, lo studente che entra ogni mattina in una classe sovraffollata. Non serve immaginare alcuna regia per osservare questo effetto. È il funzionamento stesso della trasformazione di una questione sociale in una questione di ordine pubblico.

È proprio qui, tuttavia, che l’attuale mobilitazione francese mostra un elemento nuovo. I conflitti non stanno procedendo completamente separati. Gli insegnanti chiedono salari e organici mentre gli studenti chiedono più insegnanti e condizioni migliori nelle scuole; i pompieri chiedono uomini e mezzi mentre i dipendenti pubblici rivendicano risorse per i servizi; il personale sanitario denuncia problemi che derivano anch’essi dalla difficoltà di garantire servizi universali con organici insufficienti. Non esiste ancora un movimento unitario e sarebbe prematuro annunciarne la nascita, ma esiste una radice materiale comune: la distanza crescente tra ciò che viene richiesto ai servizi pubblici e le risorse umane ed economiche messe a loro disposizione, dentro una società nella quale il costo della vita continua a comprimere il reddito disponibile di lavoratori e famiglie.

È questa convergenza a rendere lo sciopero del 29 settembre qualcosa di più di una normale giornata sindacale. Il conflitto salariale smette di apparire come rivendicazione corporativa nel momento in cui diventa evidente che le condizioni di chi lavora nella scuola determinano anche quelle di chi la frequenta, così come le condizioni di chi lavora in ospedale determinano quelle di chi deve curarsi. Il servizio pubblico è precisamente il punto nel quale questione salariale e questione sociale coincidono. Tagliare personale significa peggiorare contemporaneamente le condizioni del lavoratore e quelle dell’utente; congelare le retribuzioni rende meno attrattivo il lavoro pubblico e alimenta le difficoltà di reclutamento; lasciare scoperti gli organici aumenta il carico su chi rimane e riduce la qualità delle prestazioni. Il risultato è un deterioramento che viene sperimentato contemporaneamente da chi eroga il servizio e da chi ne ha bisogno.

Per questa ragione la risposta repressiva può contenere temporaneamente una manifestazione, ma non possiede gli strumenti per risolvere il conflitto che l’ha generata. La polizia può liberare l’ingresso di un liceo, disperdere un picchetto, utilizzare i lacrimogeni o procedere a un arresto. Non può assumere un insegnante, diminuire il numero degli studenti in una classe, aumentare lo stipendio di un infermiere o mettere un altro pompiere su un mezzo di soccorso. Quanto più la questione sociale viene affrontata attraverso il linguaggio e gli strumenti dell’ordine pubblico, tanto più rimangono intatte le condizioni materiali dalle quali la protesta è nata. È questa la contraddizione che il governo francese si trova davanti all’inizio dell’autunno.

La mobilitazione, intanto, non si è esaurita con lo sciopero della funzione pubblica. I pompieri hanno annunciato la prosecuzione della loro vertenza, nelle scuole continuano assemblee e iniziative e i sindacati chiedono risposte su salari, organici e investimenti. Non sappiamo ancora se questi conflitti riusciranno a mantenere una convergenza stabile. Le organizzazioni sindacali hanno strategie differenti, il movimento studentesco possiede dinamiche proprie e le grandi giornate nazionali francesi degli ultimi anni hanno dimostrato che un’enorme capacità di mobilitazione non coincide automaticamente con la capacità di ottenere risultati. Ma la questione che questo autunno ha già imposto è difficilmente cancellabile: dietro le manifestazioni esiste una crisi sociale che non può essere affrontata esclusivamente come problema di sicurezza.

La Francia entra così in ottobre con un conflitto aperto che riguarda molto più dei singoli cortei. Salari, carovita, scuola, sanità e servizi di emergenza stanno cominciando a essere percepiti come parti della stessa questione: chi paga l’impoverimento dei servizi pubblici e la perdita di potere d’acquisto. Arresti, cariche e lacrimogeni possono modificare temporaneamente i rapporti di forza nelle strade, ma non rispondono a questa domanda. Finché continueranno a mancare insegnanti nelle scuole, personale negli ospedali e uomini e mezzi nei servizi di emergenza, e finché il salario reale continuerà a essere eroso dal costo della vita, le condizioni che hanno prodotto questa mobilitazione resteranno al loro posto. È per questo che l’autunno sociale francese non si misura soltanto nell’intensità degli scontri: la sua forza dipenderà dalla capacità di lavoratori e studenti di riconoscere come comuni le ragioni che li hanno portati, nello stesso momento, nelle strade.

1/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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