L’Occidente vuole che Netanyahu se ne vada, così i palestinesi potranno essere uccisi di nuovo in silenzio.
Trump, in picchiata nei sondaggi e irritato per la disastrosa guerra contro l’Iran, ha bisogno di un capro espiatorio, e il Primo Ministro israeliano sembra essere la figura più adatta.
Di Jonathan Cook – 1 ottobre 2026
La visita lampo di Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti la scorsa settimana per intervenire all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata un’ulteriore prova che il Primo Ministro israeliano è ormai un emarginato universale.
Viene abbandonato persino dai suoi più stretti alleati.
Non sorprende forse che 77 nazioni, tra cui alcuni Stati europei, abbiano abbandonato l’aula in segno di protesta contro il fatto che a un sospettato di Crimini di Guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale fosse stata data la possibilità di parlare sul palcoscenico più importante del mondo.
Molto più significativo è stato ciò che è accaduto, o meglio, non è accaduto, lontano dal podio. Netanyahu ha trascorso solo otto ore negli Stati Uniti prima di tornare in Israele. È difficile credere che sia stata una sua scelta.
Gli è stato negato il suo consueto momento di gloria con Donald Trump alla Casa Bianca, e non è riuscito nemmeno a ottenere un incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio.
Non ha ricevuto alcun invito a parlare al Congresso degli Stati Uniti, e con esso le solite scene di legislatori che celebrano con entusiasmo la sua istigazione anti-palestinese.
L’ex ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, ha dichiarato a Reuters: “Non ricordo un’occasione in cui il Primo Ministro sia venuto negli Stati Uniti senza incontrare il Presidente”.
L’ostracismo nei confronti di Netanyahu contrastava nettamente con l’accoglienza riservata a Xi Jinping. Il Presidente cinese è stato accolto personalmente all’aeroporto da Trump con un tappeto rosso e un sorvolo militare.
AVVERTIMENTI IGNORATI
La visita di Netanyahu alle Nazioni Unite è stata sfruttata da entrambe le parti, dai funzionari israeliani e dai leader occidentali, per promuovere le proprie agende separate e contrastanti.
Netanyahu si trova a un mese dalle elezioni generali, molto combattute, in cui, per la prima volta, i suoi fallimenti nel prevenire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono sotto stretta osservazione.
Secondo un numero crescente di recenti rapporti, Netanyahu era stato avvertito dai leader egiziani e del Golfo di un evento di grande portata, un “terremoto”, proveniente da Gaza nei giorni e nelle settimane precedenti l’insurrezione di Hamas, ma non ha agito.
Netanyahu aveva programmato il suo discorso all’ONU in prima serata in Israele, per attirare il maggior numero possibile di spettatori interni. Ha colto l’occasione per definire gli altri leader mondiali “codardi morali” e “ipocriti”.
Come osserva l’analista israeliano Jonathan Ofir, Netanyahu ha anche usato la piattaforma dell’ONU per inserire di nascosto una frase biblica in ebraico, pensata, per gli ascoltatori in patria, come un messaggio in codice: un invito a Israele a perpetrare il Genocidio fino alla fine.
L’obiettivo di Netanyahu era dimostrare agli elettori di essere ancora una forza da non sottovalutare sulla scena internazionale e che solo lui può proteggere Israele da un mondo presumibilmente immerso in sentimenti “antisemiti” e anti-israeliani. I leader occidentali, al contrario, desiderano dimostrare esattamente l’opposto, sperando di spingere Netanyahu fuori dal potere suggerendo agli israeliani che il loro leader è ormai una forza esaurita, che si è spinto troppo oltre.
È ora di sbarazzarsene.
Questo potrebbe rivelarsi tutt’altro che semplice. Netanyahu è il grande sopravvissuto politico, avendo ricoperto la carica di Primo Ministro del suo Paese per quasi vent’anni, un record, persino più a lungo del padre fondatore di Israele, David Ben Gurion. Ha sfruttato questo tempo per fomentare gran parte della società israeliana in un fervore ultranazionalista e genocida sempre più acceso.
Rischi politici
L’attuale antipatia nei confronti di Netanyahu nelle capitali occidentali non si basa certamente su alcuna valutazione etica delle recenti azioni di Israele: tre anni di violenza genocida a Gaza; la violenta espansione degli insediamenti ebraici e la Pulizia Etnica nella Cisgiordania Occupata; i bombardamenti e la Pulizia Etnica del Libano meridionale; e il ruolo di primo piano del Premier israeliano, insieme agli Stati Uniti, nel lancio di una guerra catastrofica contro l’Iran, le cui conseguenze hanno destabilizzato l’economia globale.
Washington, sostenuta dai suoi Stati clienti europei, è stata un’ardente complice di questi crimini, fornendo munizioni, informazioni e influenza diplomatica per aiutare Israele a perpetrarli.
Ma Netanyahu ora sembra essere un problema politico, persino per Trump.
Il Presidente degli Stati Uniti, in picchiata nei sondaggi, ha bisogno di un capro espiatorio, e il Primo Ministro israeliano sembra l’unico adatto al ruolo. L’antagonismo è, in parte, personale.
Diversi rapporti recenti indicano che Netanyahu ha fatto di tutto per convincere Trump, contro il parere dei suoi generali, a lanciare una guerra non provocata e illegale contro l’Iran.
La promessa di una vittoria decisiva ha persuaso Trump di potersi assicurare un posto nei libri di storia come il Presidente che ha “rimodellato il Medio Oriente”. Una volta eliminato l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero goduto del controllo incontrastato sul petrolio della Regione.
E tutto ciò sarebbe presumibilmente avvenuto poche settimane dopo che Trump aveva consolidato il suo dominio sul petrolio venezuelano, in seguito all’operazione illegale di inizio anno per rapire il Presidente Nicolás Maduro.
Con la sconfitta dell’Iran e la sottomissione del Venezuela, la rivale economica Cina si sarebbe trovata completamente dipendente dagli Stati Uniti per l’accesso al principale motore dell’economia globale. Trump avrebbe potuto evitare uno scontro militare diretto con Pechino, piegandola semplicemente minacciando di interrompere le forniture di petrolio.
Ma, ovviamente, nulla di tutto ciò si è verificato. Washington è ora impegnata in una guerra persa in partenza con l’Iran, una guerra che ha chiarito a Teheran la portata del suo potere sullo Stretto di Hormuz e del potere parallelo di Ansar Allah, i suoi alleati in Yemen, sullo Stretto di Bab al-Mandab. Insieme, possono infliggere danni incalcolabili all’economia mondiale.
L’impennata dei prezzi della benzina nei distributori statunitensi sarà probabilmente un fattore determinante nel crollo del voto repubblicano alle elezioni di medio termine di novembre e nella probabile perdita di entrambe le Camere a favore dei Democratici, trasformando Trump in un Presidente uscente.
Nel frattempo, la guerra ha fatto capire agli Stati clienti di Washington nel Golfo che sono estremamente vulnerabili a qualsiasi rappresaglia da parte di Teheran e dello Yemen, un fatto che viene loro ricordato ogni volta che Trump ordina un’altra sconsiderata serie di attacchi contro l’Iran.
Nonostante la sua potenza militare, Washington ha dimostrato di non essere in grado di difendere i suoi alleati del Golfo.
DI FRONTE ALLA RESA DEI CONTI
Ma Netanyahu non si trova di fronte alla resa dei conti solo per il suo ruolo nell’orchestrare una disastrosa guerra contro l’Iran.
Nonostante i migliori sforzi della classe politica e mediatica occidentale negli ultimi tre anni, la realtà della distruzione di Gaza da parte di Israele, e l’uccisione e il ferimento di decine di migliaia di bambini palestinesi, è diventata sempre più difficile da nascondere o giustificare.
Anche tra quella parte del pubblico poco interessata agli affari internazionali, la verità sta gradualmente emergendo, favorita dalle battaglie negli spazi culturali principali che si sono schierati decisamente contro Israele.
NAZA, un nuovo documentario su Gaza realizzato da cineasti israeliani, ha ricevuto un’accoglienza da record con 25 minuti di applausi al Festival del Cinema di Venezia del mese scorso. Nel film, soldati e ufficiali dei servizi segreti israeliani, rimasti anonimi, documentano in dettaglio come hanno orchestrato il Genocidio nella piccola enclave.
La nazionale irlandese, costretta a giocare contro Israele nella UEFA Nations League lo scorso fine settimana, non ha nascosto il proprio disappunto. I giocatori hanno indossato fasce nere al braccio in segno di solidarietà con le vittime israeliane a Gaza e si sono rifiutati di stringere la mano agli avversari. Il capitano irlandese Dara O’Shea si è impegnato a devolvere i suoi guadagni della partita a cause umanitarie a Gaza.
Il musicista superstar Ed Sheeran si è ritrovato inaspettatamente dipinto come il cattivo per non aver difeso il suo artista di supporto, il rapper Macklemore, a seguito dei commenti di quest’ultimo contro il Genocidio a Gaza.
Come prevedibile, di fronte alle minacce dei proprietari degli stadi filo-israeliani di annullare il tour, Sheeran ha ceduto e ha escluso Macklemore dal tour. Ma Sheeran sta subendo le conseguenze di una diffusa ondata di critiche che lo ha chiaramente colto di sorpresa.
E importanti politici britannici, come l’ex Primo Ministro Keir Starmer e i Ministri degli Esteri David Cameron e David Lammy, si trovano per la prima volta ad affrontare un serio esame critico da parte dei media per il loro comportamento nei confronti di Gaza.
La scorsa settimana, un documentario di Canale 4, “Britain’s Gaza Secrets Exposed” (I Segreti Britannici di Gaza Svelati), ha rivelato che i funzionari britannici avevano imposto una metodologia profondamente viziata, apparentemente per poter ignorare le crescenti prove di sistematici Crimini di Guerra israeliani a Gaza.
Di conseguenza, sono riusciti a sottrarsi ai loro obblighi legali di agire contro Israele, incluso il blocco delle vendite di armi.
L’ONDATA DI INDIGNAZIONE
Le capitali occidentali si stanno finalmente rendendo conto che questa crescente ondata di indignazione per il Genocidio di Gaza non può essere arginata.
Negli Stati Uniti, dove i legami con Israele sono invariabilmente descritti dai politici come “indissolubili”, il 62% degli intervistati dal Centro di Ricerca Pew a luglio ha dichiarato di avere un’opinione negativa del governo Netanyahu.
Nel frattempo, un sondaggio del mese scorso ha rilevato che il 60% degli ebrei americani vuole che il Primo Ministro israeliano venga rimosso dall’incarico alle prossime elezioni.
Come ha osservato il quotidiano israeliano Haaretz: “Trump è ben consapevole del costante e vertiginoso calo di consensi per Israele tra gli americani”.
Ecco perché lui e altri politici occidentali sono disperati nel voler cambiare la prospettiva. Puntare il dito contro Netanyahu per le atrocità israeliane a Gaza non li scagiona, perché è fin troppo evidente la loro collaborazione con lui in ogni fase.
I leader occidentali preferiscono invece spostare l’attenzione sulla Cisgiordania, dove il loro ruolo è più facilmente occultabile e le violazioni della legge da parte di Netanyahu sono inequivocabili.
Dall’ottobre 2023, lui, insieme al suo autoproclamato Ministro delle Finanze fascista Bezalel Smotrich, ha concesso sia alle violente milizie di coloni ebrei che all’esercito israeliano maggiore libertà di terrorizzare le famiglie palestinesi e costringerle ad abbandonare le loro terre in preparazione all’annessione della Cisgiordania.
Nella nuova narrativa, dettata da interessi personali, dell’Occidente, Netanyahu non è un paria perché è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per Crimini Contro l’Umanità, in particolare per aver causato la fame della popolazione di Gaza.
Né perché la Corte Internazionale di Giustizia sta attualmente indagando sul suo governo per accuse “plausibili” di Genocidio nell’enclave.
Né perché il suo governo ha supervisionato l’uccisione di oltre 21.000 bambini in quella zona, e molto probabilmente di molti di più.
Né perché continua a violare un finto “cessate il fuoco”, nel quale Israele ha ucciso più di 1.400 palestinesi intrappolati tra le rovine della loro enclave da quando i combattimenti sarebbero dovuti cessare. Altri 4.900 residenti di Gaza sono rimasti mutilati nello stesso periodo.
No, Netanyahu non è un paria agli occhi dei leader occidentali per nessuno di questi crimini efferati, crimini nei quali sono stati pienamente Complici.
La sua colpa, quella su cui ora sono determinati a concentrare l’attenzione, è il ruolo che Netanyahu ha svolto dall’ottobre 2023 nell’intensificare la costruzione e l’espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania per espellere i palestinesi dalle loro terre.
Ma questa narrazione funziona solo se i politici e i media occidentali ignorano deliberatamente il contesto: per oltre mezzo secolo, tutti i governi israeliani hanno sponsorizzato l’espansione degli insediamenti, con l’obiettivo di attuare una Pulizia Etnica della popolazione palestinese.
Netanyahu non è un caso isolato in questo. Ha semplicemente sfruttato l’opportunità di accelerare le espulsioni dalla Cisgiordania, facendo leva sulla solidarietà internazionale dopo l’attacco di un solo giorno di Hamas nell’ottobre 2023.
“Pulizia etnica”
La spiegazione più probabile del perché la Gran Bretagna e altri 11 Stati occidentali, tra cui Francia e Canada, abbiano dichiarato il mese scorso l’intenzione di imporre sanzioni agli insediamenti in Cisgiordania è che, per la prima volta, avevano ricevuto segnali dall’amministrazione Trump che non ci sarebbero state gravi ripercussioni.
Il nuovo governo britannico guidato da Andy Burnham ha anche osato definire “Pulizia Etnica” ciò che Israele ha fatto ai palestinesi della Cisgiordania. È significativo, e paradossale, che il Regno Unito abbia evitato di usare il termine per descrivere la ben più sfacciata Pulizia Etnica di Israele a Gaza, una campagna di espulsioni fin troppo chiaramente agevolata da bombardamenti e supporto logistico occidentali.
Secondo quanto riportato, i funzionari guidati da Mike Huckabee, l’ambasciatore statunitense in Israele, fervente sostenitore del movimento, avrebbero redatto una dura replica in preparazione all’annuncio britannico delle sanzioni. La replica accusava Londra di replicare il “manuale del movimento antisemita di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS)”.
Questa linea d’attacco, prevedibile e favorita dalle Lobby israeliane, è stata probabilmente la ragione per cui Ed Miliband, il Ministro degli Esteri britannico, si è spinto così oltre per prendere pubblicamente le distanze dal BDS con la sua nuova politica.
In realtà, però, non si è concretizzato alcun attacco da parte dell’amministrazione Trump. Al contrario, Marco Rubio, la controparte statunitense di Miliband, ha dichiarato innocuamente: “Al momento non ho commenti da fare al riguardo sulla politica delle sanzioni”.
Il giorno successivo, Trump sembrò prendere tempo con una risposta insolitamente evasiva: “Voglio capire perché all’improvviso è successo questo (l’annuncio delle sanzioni del Regno Unito)”.
Trump e Rubio non hanno detto altro di sostanziale sulla questione.
Inoltre, di recente sono emerse numerose notizie di stampa che suggeriscono che Netanyahu non abbia ascoltato i molteplici avvertimenti provenienti da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, secondo i quali un attacco senza precedenti da Gaza sarebbe imminente nei giorni precedenti l’insurrezione di Hamas del 7 ottobre 2023.
Netanyahu ha chiesto ad Abu Dhabi di smentire le indiscrezioni, ma finora non ha fornito alcun aiuto in tal senso.
I due Paesi, tra i più stretti alleati di Washington nella Regione, sono sempre sembrati ansiosi di evitare di sfidare apertamente un Trump notoriamente vendicativo.
Teatro di distrazione
Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Burnham ha evidenziato il dilemma che i governi occidentali si trovano ad affrontare: “Viviamo in un’epoca di scarsa fiducia nella politica. Se continuassimo a parlare della Soluzione dei Due Stati, ma non riuscissimo a dare seguito a queste parole con i fatti, la fiducia calerebbe ulteriormente, e i nostri nemici cercherebbero di sfruttare l’alienazione che ne deriverebbe”.
Burnham sembra ignaro della realtà: uno dei motivi per cui la fiducia è così bassa è che una successione di governi britannici non solo ha cospirato nel Genocidio di Gaza, ma ha anche arrestato i critici del Genocidio accusandoli di essere sostenitori del terrorismo.
Miliband ha dimostrato proprio quel tipo di ipocrisia che Burnham aveva denunciato come causa di allontanamento dell’opinione pubblica, quando questa settimana, durante la conferenza del Partito Laburista, ha dichiarato, tra gli applausi, che “milioni di persone in questo Paese”, contrarie al Genocidio, “avevano ragione”.
Il giorno prima, decine di manifestanti erano stati arrestati fuori dalla sede della conferenza per aver esposto in silenzio cartelli con la scritta: “Mi oppongo al Genocidio. Sostengo Palestine Action”.
Burnham e Miliband vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Nessuno dei due ha indicato l’intenzione di abrogare la decisione del precedente governo di applicare le leggi antiterrorismo contro chiunque esponga un simile cartello, o abbia “ragione”, come ora ammette Miliband.
Ciò che i leader occidentali stanno mettendo in scena è un cinico teatro della distrazione.
Le dichiarazioni “avevi ragione” e “comprendiamo il tuo dolore”, le promesse di sanzioni e gli appelli urgenti per la Soluzione dei Due Stati, non sono altro che una dimostrazione di buonismo. Sono concepite per deviare l’indignazione pubblica per le atrocità commesse da Israele dalla Complicità delle capitali occidentali e indirizzarla esclusivamente contro Netanyahu.
La nuova strategia di comunicazione suggerisce che i fanatici religiosi armati negli insediamenti in Cisgiordania, che da oltre mezzo secolo, sotto i susseguitesi governi israeliani, sono una creazione esclusiva di Netanyahu.
2/10/2026 https://www.invictapalestina.org/









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