“Aspettando che passi la nottata, guardare oltre il campo largo”

Che prima o poi i nodi del cosiddetto “campo largo” sarebbero venuti al pettine era evidente da tempo. Le recenti dichiarazioni di Elly Schlein sembrano però aver portato la questione a un punto di svolta.

La segretaria del PD ha affermato che, nella costruzione del programma comune, «non è che uno vale uno», rivendicando il peso del Partito Democratico, nettamente superiore a quello delle altre forze della possibile coalizione. Il principio politico che ne deriva è abbastanza chiaro: la guida della coalizione dovrebbe spettare al partito maggiore e, conseguentemente, a chi quel partito guida. Giuseppe Conte, dal canto suo, insiste sulle primarie e continua a porre come questione dirimente quella dell’invio delle armi all’Ucraina.

Il problema della leadership, dunque, non può più essere rinviato. Qualche tempo fa Roberto Speranza aveva avanzato un’ipotesi singolare: qualora la nuova legge elettorale imponesse alla coalizione di indicare preventivamente un candidato, si potrebbe ricorrere a una candidatura simbolica, per esempio un neodiciottenne o un ex partigiano. Una soluzione del genere, a mio avviso, non risolverebbe nulla, per due ragioni molto semplici. La prima è che gli elettori potrebbero percepirla per quello che sostanzialmente sarebbe: un espediente per rinviare la soluzione del problema della leadership. La seconda è ancora più sostanziale: dopo le elezioni, ammesso che il campo largo riesca a vincerle, qualcuno dovrebbe comunque assumersi la responsabilità di formare un governo e soprattutto di governare.

Ed è proprio questo il punto. Il campo largo non ha soltanto un problema di nomi. Ha innanzitutto un problema politico. Lo scontro è ormai esplicito. Conte sostiene che il M5S non possa sottoscrivere un programma che continui sulla linea dell’invio delle armi all’Ucraina e rivendica il ricorso alle primarie per individuare la leadership della coalizione. Schlein risponde facendo valere il peso politico ed elettorale del PD. Nel frattempo Giorgio Gori e l’area riformista del Partito Democratico hanno rilanciato l’ipotesi delle primarie arrivando a prospettare persino il doppio turno. Sono segnali di una tensione che non riguarda soltanto la scelta di un candidato, ma la natura stessa della coalizione che si vorrebbe costruire. Perché il problema non consiste semplicemente nell’individuare una leadership sufficientemente credibile. Bisognerebbe trovare qualcuno capace di tenere insieme un’area politica estremamente vasta nella quale convivono posizioni differenti, e in alcuni casi difficilmente conciliabili, sulla guerra in Ucraina, sul riarmo europeo, sulla politica economica, sull’Unione Europea, sulla NATO, sul rapporto con Israele e, più in generale, sulla collocazione internazionale dell’Italia. L’antifascismo, da solo, non può essere un programma di governo. È certamente un valore fondante della Repubblica e un elemento importante della cultura democratica italiana, ma non può diventare il surrogato di una proposta politica. Non risponde alle domande concrete che un governo è chiamato ad affrontare: quale politica estera? Quale politica industriale? Quale rapporto con l’Unione Europea? Quale posizione sul riarmo? Quale modello economico e sociale? Quale politica per salari, lavoro, sanità e pensioni?

Ed è proprio qui che emerge, a mio avviso, una delle principali contraddizioni dell’area che dovrebbe comporre il campo largo. Fratoianni e Bonelli mantengono posizioni critiche, soprattutto sulla guerra e sul riarmo, che non coincidono con quelle del PD. Eppure, quando entra in gioco la necessità di costruire un fronte antifascista contro la destra, quelle differenze sembrano diventare politicamente accomodanti e comunque non tali da mettere realmente in discussione la costruzione dell’alleanza. L’antifascismo finisce così per funzionare come il collante capace di rendere compatibili, almeno sul piano elettorale, posizioni che su questioni fondamentali rimangono molto distanti.

Un ragionamento analogo vale per Maurizio Acerbo e Rifondazione Comunista. In questo caso la contraddizione appare persino più evidente. Rifondazione continua a rivendicare una netta autonomia dal PD sulle politiche economiche, sulla guerra, sul riarmo e sul neoliberismo. Acerbo dichiara di non voler entrare nel campo largo, ma contemporaneamente sostiene la necessità di un fronte costituzionale, democratico e antifascista e considera possibile un accordo tecnico-elettorale finalizzato a impedire alla destra di continuare a governare. Ho avuto modo personalmente di ascoltarlo sostenere questa impostazione.

Il punto politico è dunque evidente: si rivendicano differenze che dovrebbero essere dirimenti e, nello stesso tempo, si individua nell’emergenza antifascista la ragione sufficiente per renderle temporaneamente non ostative sul terreno elettorale. Ma se le differenze sono realmente dirimenti, non possono esserlo soltanto fino al giorno precedente alle elezioni. Perché il giorno successivo, nell’ipotesi di una vittoria, bisogna governare. E governare significa scegliere. Bisognerà decidere se inviare o meno armi all’Ucraina, se sostenere il riarmo europeo, quale atteggiamento assumere nei confronti della NATO, quale politica seguire in Medio Oriente, quali rapporti mantenere con Israele, quale posizione assumere sulle politiche economiche europee. Su questi temi non è possibile governare contemporaneamente in una direzione e nel suo contrario. A ciò si aggiunge un’area centrista sempre più affollata, popolata da personalità e soggetti politici difficilmente riconducibili a una cultura politica comune. Da Renzi a Ruffini, passando per altri nomi periodicamente evocati come possibili federatori, garanti o candidati, si ha spesso l’impressione di assistere più alla ricerca di uno spazio politico che alla costruzione di una proposta riconoscibile. Più che una coalizione già formata, il campo largo appare dunque come uno spazio elettorale ancora da costruire, nel quale ciascuno cerca di conservare la propria identità e, contemporaneamente, di garantirsi una quota di rappresentanza. Il rischio è che il principale collante diventi semplicemente la necessità di battere Giorgia Meloni.

Ma essere contro qualcuno non significa automaticamente possedere un progetto comune per governare il Paese. Questa, secondo me, è la contraddizione fondamentale. Negli anni di opposizione, del resto, sono emerse convergenze con la maggioranza su alcune questioni e profonde divisioni su altre. Un esempio è la legge sul femminicidio, approvata definitivamente nel novembre 2025 senza voti contrari alla Camera. La legge ha introdotto nell’ordinamento uno specifico delitto di femminicidio, definendone precise condizioni. Si può essere favorevoli o contrari a questa impostazione giuridica, ma resta politicamente significativo che su una materia così delicata maggioranza e opposizioni abbiano trovato una convergenza. Diverso è il caso del disegno di legge sull’antisemitismo. Il testo richiama la definizione operativa elaborata dall’IHRA, l’International Holocaust Remembrance Alliance, cioè l’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto. Formalmente viene salvaguardata la libertà di critica politica e di espressione, ma proprio sull’applicazione della definizione IHRA e sul rischio che determinate critiche alle politiche dello Stato di Israele possano essere ricondotte all’antisemitismo si è sviluppato un forte contrasto politico. M5S e AVS si sono opposti al provvedimento, mentre il PD, nell’ultimo passaggio in Commissione, non ha partecipato al voto finale. Anche questa vicenda dimostra quanto siano differenti le sensibilità delle forze che dovrebbero comporre la futura coalizione.

Lo stesso vale, in maniera ancora più evidente, per l’Ucraina. Il PD continua a sostenere gli aiuti militari a Kiev, mentre il M5S chiede di interrompere l’invio delle armi. AVS mantiene una posizione fortemente critica sulla prosecuzione degli aiuti militari e sul riarmo. Non stiamo parlando di divergenze marginali, ma di una questione fondamentale di politica estera. Come spesso accade nei momenti difficili del centrosinistra, Goffredo Bettini prova a costruire una mediazione. La sua proposta prevede una tregua lungo la linea del fronte, una fascia smilitarizzata garantita da forze neutrali sotto bandiera ONU, l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea ma non nella NATO e, durante un effettivo percorso negoziale, la prosecuzione dell’aiuto all’Ucraina limitatamente alle armi difensive. È un tentativo di trovare un punto d’incontro fra PD e M5S. Ma proprio la necessità di escogitare formule tanto elaborate dimostra quanto sia profonda la distanza politica. E poi che cosa significa, concretamente, distinguere in un conflitto di questa natura fra armi offensive e difensive? Il punto politico dovrebbe essere un altro: concentrare ogni sforzo possibile sulla diplomazia e sulla costruzione di una prospettiva di pace, anziché considerare l’invio delle armi come una politica destinata a proseguire indefinitamente. Si può naturalmente dissentire da questa posizione. Ma una coalizione che aspira a governare deve chiarire prima delle elezioni quale politica estera intende seguire. Non può rinviare la decisione al giorno successivo alla vittoria.

Una questione analoga riguarda il Medio Oriente. Dalla seconda metà di marzo 2026 l’Italia ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica militare in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Secondo la Difesa, la Task Force Air-Arabia svolge compiti di sorveglianza e difesa dello spazio aereo e di protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area. La questione ha provocato polemiche politiche proprio sulla natura e sulla cornice parlamentare della missione. A settembre la base saudita di Ta’if, dove era presente personale italiano, è stata colpita durante gli attacchi Houthi. Un velivolo F-2000 italiano è stato colpito mentre si trovava a terra; non risultano militari italiani coinvolti. Successivamente il dispositivo è stato rimodulato per ragioni di sicurezza. Sono fatti che pongono una questione politica seria: fino a quale punto l’Italia può essere coinvolta operativamente in scenari di guerra senza che l’opinione pubblica abbia piena consapevolezza della natura, degli obiettivi e dei limiti delle missioni? Ci troviamo sempre più spesso di fronte a conflitti nei quali il confine fra partecipazione, sostegno, deterrenza e coinvolgimento militare diventa difficile da individuare. Non è una domanda che riguarda soltanto il governo Meloni. Riguarda anche chi aspira a sostituirlo. Ed è legittimo chiedersi quanto sarebbe realmente differente la politica estera di un eventuale governo di centrosinistra, soprattutto considerando il sistema di alleanze internazionali dell’Italia e i vincoli derivanti dall’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea.

Qui si arriva a una questione ancora più generale. Negli ultimi decenni lo spazio della decisione politica nazionale si è progressivamente intrecciato con vincoli europei, internazionali, finanziari e militari. È quello che viene comunemente definito “vincolo esterno”. Questo fenomeno ha contribuito, a mio avviso, alla trasformazione della classe dirigente in quello che definirei piuttosto un ceto dirigente: gruppi politici differenti che competono duramente per il governo ma che, su alcune grandi direttrici, finiscono per muoversi entro confini relativamente simili. È anche per questo che non sono convinto che, con un Gentiloni, un Letta o un altro esponente dell’area PD a Palazzo Chigi, alcune delle principali scelte di politica internazionale sarebbero state radicalmente differenti da quelle compiute dal governo Meloni. Naturalmente si tratta di una valutazione politica e non di un fatto dimostrabile. Ma proprio per questo sarebbe necessario che il campo largo spiegasse dove intende davvero produrre una discontinuità rispetto alle politiche dell’attuale governo e dove, invece, intende proseguirle.

Ed eccoci nuovamente al problema iniziale: chi dovrebbe guidare questa coalizione? La proposta del candidato simbolico avanzata da Speranza potrebbe tornare utile proprio perché consentirebbe temporaneamente di non risolvere il conflitto Schlein-Conte. Le recenti dichiarazioni della segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, hanno attirato molta attenzione. Alla Festa dell’Unità ha affermato che la sua generazione non sarebbe stata «soldato» delle guerre della destra e ha evocato persino l’organizzazione dei “disertori”. Successivamente ha precisato che quelle parole non implicavano l’abbandono dell’Ucraina, ribadendo la condanna di Putin e la solidarietà a Kiev. Non sappiamo se dietro questa improvvisa esposizione mediatica esista una strategia politica più ampia. Affermarlo come un fatto sarebbe arbitrario. Resta però la sensazione che si stia cercando di capire se possa emergere una figura nuova, giovane, sufficientemente simbolica da consentire alle diverse componenti di evitare una resa dei conti immediata sulla leadership. Non è detto che un’operazione del genere possa funzionare. Anzi, il rischio è che l’opinione pubblica percepisca immediatamente una candidatura costruita a tavolino come una semplice “testa di legno”.

Esiste però un’altra possibilità. Non un candidato simbolico, ma una figura di garanzia dotata di un proprio peso politico. E qui il nome che considero interessante è quello di Pier Luigi Bersani. Non perché esistano, al momento, elementi sufficienti per sostenere che una sua candidatura sia realmente sul tavolo. La mia è un’ipotesi politica. Ma Bersani appartiene a quella categoria che potremmo definire delle “riserve della Repubblica”: personalità che, pur non occupando più il centro della scena politica, conservano un credito personale e una capacità di interlocuzione che superano in parte i confini della propria area di appartenenza. Una candidatura Bersani, però, non sarebbe una semplice candidatura simbolica. Ed è precisamente questo che renderebbe l’operazione diversa dalla proposta originaria di Speranza. Un candidato del genere avrebbe inevitabilmente un proprio peso, una propria storia e una propria idea della coalizione. Non potrebbe essere utilizzato semplicemente come un nome da scrivere sulla scheda elettorale per rinviare a dopo il problema del governo.

A rendere urgente la questione contribuisce la riforma elettorale, il cosiddetto “Stabilicum”, ancora in corso di approvazione. La nuova impostazione rende ancora più importante la costruzione preventiva delle coalizioni e, conseguentemente, la definizione della loro leadership. In altre parole, il tempo delle ambiguità si sta esaurendo. PD, M5S, AVS e le diverse componenti centriste possono certamente decidere di presentarsi insieme alle elezioni. Ma presentarsi insieme non significa necessariamente essere in grado di governare insieme. È questo il nodo che prima o poi dovrà essere sciolto.

C’è infine una riflessione storica che considero importante. La classe politica che fondò la Repubblica italiana proveniva da esperienze drammatiche: il fascismo, quello vero, l’esilio, il carcere, la clandestinità, la guerra mondiale e la Resistenza. Erano uomini e donne formatisi dentro culture politiche forti, spesso radicalmente contrapposte, ma capaci di leggere la società nella quale vivevano e di rappresentarne interessi, conflitti e aspirazioni. Bisogna inoltre ricordare un elemento che oggi viene talvolta rimosso: il regime fascista, soprattutto in alcune fasi della propria storia, godette di un consenso reale e significativo nella società italiana. La guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero rappresentarono uno dei momenti culminanti di quel consenso. Gli stessi antifascisti ne erano consapevoli. Emilio Lussu, dopo la conquista dell’Etiopia, dovette prendere atto di quanto fosse diventato difficile immaginare in quel momento un rapido rovesciamento del regime. Se l’Italia fosse rimasta fuori dalla Seconda guerra mondiale non possiamo sapere quale sarebbe stato il destino del fascismo. Qualunque parallelo con la successiva storia della Spagna franchista appartiene necessariamente alla storia controfattuale. Ma il caso spagnolo dimostra almeno una cosa: un regime autoritario può sopravvivere molto a lungo quando conserva sufficienti basi sociali, istituzionali e internazionali. Senza la catastrofe della guerra, la storia politica italiana avrebbe potuto seguire percorsi profondamente differenti. Forse oggi parleremmo ancora di monarchia; forse no. Non possiamo saperlo. Possiamo però sapere che la storia raramente procede secondo gli schemi rassicuranti che le attribuiamo a posteriori. La storia non offre ricette, ma dovrebbe almeno insegnare a diffidare delle semplificazioni. Ed è proprio questa consapevolezza che sembra mancare alla politica contemporanea. Il problema non è semplicemente costruire una coalizione abbastanza larga da vincere le elezioni. È ricostruire una politica riconoscibile, capace di rappresentare interessi sociali reali, di indicare una prospettiva e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Dal M5S ai diversi “centri”, passando per le contraddizioni interne allo stesso PD e per quelle forze della sinistra che, pur contestando molte delle politiche del centrosinistra, finiscono per considerare tali differenze superabili in nome del fronte antifascista, vedo una difficoltà crescente nel produrre classi politiche, culture politiche e progetti di società chiaramente identificabili.

Per questo la battaglia sulla leadership del campo largo rischia di essere soltanto la manifestazione superficiale di una crisi molto più profonda. I nodi sono venuti al pettine. E forse, prima ancora di chiedersi chi debba guidare il campo largo, bisognerebbe chiedersi che cosa sia realmente il campo largo, quale Paese voglia costruire, quale politica estera intenda perseguire e, soprattutto, quali interessi sociali intenda rappresentare. Fino a quando queste domande resteranno senza risposta, non basteranno né le primarie, né un candidato simbolico, né il ritorno di qualche “riserva della Repubblica”. Perché una coalizione può anche trovare il modo di vincere le elezioni senza avere risolto le proprie contraddizioni. Il problema comincia il giorno dopo, quando deve governare. L’esperienza del secondo governo Prodi dovrebbe aiutare. Forse, allora, non resta che aspettare che passi la nottata. E, nel frattempo, cercare riferimenti politici al di fuori del campo largo.   

Gerardo Lisco

4/10/2026 https://www.linterferenza.info/

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