Da Ferrari a Poste, l’inganno di Piazza Affari: così il capitalismo finanziario divora l’occupazione
di Alessandro Volpi
A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone impiegate.
La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.
Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.
Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.
All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.
Un’analoga sproporzione si riscontra nei colossi del settore bancario ed energetico come UniCredit e Intesa Sanpaolo, che hanno superato i 110 miliardi di euro di valore azionario ciascuno pur contando rispettivamente circa 72.000 e 93.000 dipendenti (con un valore per lavoratore che oscilla tra 1,2 e 1,6 milioni di euro), o come Enel, che si attesta su 89 miliardi di capitale azionario con 61.000 addetti (circa 1,45 milioni di euro per lavoratore), fino a STMicroelectronics che con 50.000 dipendenti vale circa 45 miliardi di euro (900.000 euro a testa).
Questa drammatica sproporzione, che peraltro genera una sproposita creazione di valore per ogni singolo occupato, non è casuale ma rivela la pericolosa scissione strutturale tra chi produce fisicamente beni e servizi e i meccanismi con cui la finanza estrae e riconosce il valore.
Nelle metriche degli analisti di mercato, infatti, l’aumento dei ricavi nei settori ad alto margine o a forte contenuto tecnologico e di brand avviene in modo altamente scalabile senza richiedere nuova manodopera, mentre nei settori tradizionali l’automazione e la digitalizzazione permettono di gestire volumi crescenti riducendo costantemente l’intensità di lavoro necessaria.
In questo contesto, il lavoro umano cessa di essere considerato un fattore primario di creazione della ricchezza e viene trattato dai mercati alla stregua di una voce di costo fisso da contenere o tagliare, con la conseguenza che piani industriali basati su riduzioni d’organico, chiusure di filiali o esternalizzazioni vengono frequentemente premiati da Borsa con un rialzo immediato dei titoli azionari.
A drammatizzare ulteriormente questa frattura interviene il ruolo sistematico delle operazioni di buyback, ovvero il riacquisto e l’annullamento di azioni proprie da parte delle società, un meccanismo attraverso il quale le grandi aziende e i gruppi bancari drenano decine di miliardi di euro di liquidità anziché destinarli a investimenti produttivi, ricerca e sviluppo o nuove assunzioni.
Poiché il buyback riduce il numero complessivo di azioni in circolazione, esso determina un aumento matematico dell’Utile per Azione anche a parità di fatturato e di occupati, spingendo artificialmente verso l’alto il valore del titolo in Borsa e garantendo ai vertici aziendali il raggiungimento dei parametri legati alle stock option.
Tramite il buyback si compie così il definitivo cortocircuito dell’economia finanziaria, che ricompensa il capitale concentrato e autorigenerante sottraendo risorse vitali all’economia reale e trasformando la crescita della ricchezza azionaria in un indicatore del tutto scollegato dalla tenuta occupazionale e dal benessere sociale del Paese.
La finanza non vuole sottopagare il lavoro, lo vuole proprio eliminare.
4/10/2026
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