DI CHI SONO I DATA CENTER? COME REALIZZANO PROFITTI?

di Francesco Cappello

Dal 2011 al 2025 i data center hanno reso in media il 23,8% all’anno, contro il 18,1% del private equity in generale

Un data center è un grande edificio pieno di computer collegati tra loro, che conserva e elabora i dati di cui abbiamo bisogno per usare internet, le app, la posta elettronica e l’intelligenza artificiale (IA). Consuma moltissima energia e richiede collegamenti molto veloci a internet.

Chi lo possiede? Non esiste un solo proprietario: ne esistono, come vedremo, tre tipi principali, spesso legati tra loro.

I giganti del cloud

Il cloud è il servizio che permette di usare computer e programmi tenuti altrove, via internet, senza averli in casa o in azienda. Le grandi società che lo offrono, come Amazon (con AWS), Microsoft (con Azure), Google e Meta, si chiamano hyperscaler, cioè “operatori su scala enorme”.

Secondo Synergy Research Group, una società di analisi di mercato, oggi gli hyperscaler gestiscono il 48% della capacità mondiale dei data center e nel 2031 arriveranno al 67%. “Gestire” però non vuol dire “possedere”. Quasi il 60% della capacità degli hyperscaler si trova in edifici costruiti e posseduti da loro, mentre il resto è in strutture prese in affitto. In pratica, gli hyperscaler possiedono direttamente circa il 40% della capacità mondiale.

Cala invece il peso dei data center on-premise, cioè quelli che un’azienda tiene dentro la propria sede. Nel 2018 erano il 56% del totale, e nel 2031 si prevede che scendano al 19%.

I “proprietari di casa” del digitale

Il secondo gruppo è quello dei fornitori di colocation, parola che significa “stare insieme nello stesso posto”. Sono aziende come Equinix, Digital Realty, CyrusOne e Vantage Data Centers. Fanno un lavoro simile a quello di un proprietario immobiliare: possiedono l’edificio, il terreno, gli impianti per raffreddare i computer (che producono molto calore) e i collegamenti alla rete elettrica e alla fibra ottica. I computer veri e propri, invece, di solito appartengono ai clienti, che pagano per usare lo spazio.

Quando un cliente affitta un intero edificio, si parla di formula wholesale, cioè “all’ingrosso”. È la strada che gli hyperscaler usano spesso per espandersi in fretta in un nuovo Paese, senza aspettare di costruire da zero. Per questo una parte importante dei data center “degli hyperscaler” è in realtà di proprietà di altri.

La finanza e i grandi fondi di investimento

Il private equity è una forma di investimento in cui fondi privati raccolgono denaro da banche, assicurazioni e fondi pensione, comprano aziende o infrastrutture e le rivendono dopo qualche anno sperando di guadagnarci. I data center per l’IA costano cifre enormi, e questi fondi sono tra i pochi a poterle mettere sul tavolo.

Gli esempi recenti lo mostrano bene. Nell’ottobre 2025 Macquarie Asset Management ha venduto Aligned Data Centers a una cordata che include il fondo AIP, MGX e GIP, controllata da BlackRock, per 40 miliardi di dollari, l’operazione più grande mai annunciata nel settore. Blackstone ha invece comprato l’operatore AirTrunk, attivo tra Australia e Asia, per circa 16 miliardi di dollari, mentre Brookfield ha acquistato nel 2023 l’europeo Data4, per un valore riportato di circa 3,8 miliardi.

Macquarie merita una precisazione: negli ultimi anni è stata soprattutto una venditrice. Ha ceduto sia AirTrunk nel 2024 sia Aligned nel 2025, incassando dopo che il valore delle aziende era cresciuto molto, anche se resta investitrice in altri operatori del settore.

Quanto costa un grande campus?

Non esiste una cifra unica. Si usa il costo per megawatt (MW), un’unità di potenza elettrica: più MW ha un data center, più computer può alimentare. Un tempo si spendevano 7-12 milioni di dollari per MW, mentre i data center per l’IA costano 20 milioni o più, perché hanno bisogno di raffreddamento a liquido e impianti elettrici più potenti. Con 20 milioni per MW, 5-8 miliardi di dollari bastano per un campus da circa 250-400 MW. Per un campus da 1 GW (un gigawatt, cioè 1.000 MW) il conto cambia molto in base a cosa si include: solo per l’infrastruttura si parla di 15-20 miliardi, mentre includendo chip e apparecchiature si arriva a circa 60 miliardi, di cui il 70% in computer e il 30% in edifici e impianti.

Il campus Hyperion di Meta in Louisiana ha un investimento previsto di oltre 50 miliardi. Insomma, i campus più grandi costano da alcuni miliardi a decine di miliardi di dollari, a seconda delle dimensioni e di quanto si include nel conto.

Anche il guadagno ha il suo perché. Secondo MSCI, una società che misura i rendimenti degli investimenti, dal 2011 al 2025 i data center hanno reso in media il 23,8% all’anno, contro il 18,1% del private equity in generale. Il dato riguarda quattordici anni, non solo gli ultimi due, e non garantisce che continui: la stessa ricerca avverte del rischio di concentrazione, cioè il pericolo che tanti investitori, mettendo i soldi nello stesso settore senza accorgersene, restino tutti esposti insieme se le cose dovessero andare male.

Il caso dell’Italia

L’Italia è un mercato ancora piccolo ma in rapida crescita. Secondo Assoimmobiliare, l’associazione dei proprietari e operatori immobiliari, il Paese ha circa 600 MW di capacità operativa e 205 data center, contro 11,4 GW e 1.700 strutture dell’intera Europa. Tra il 2026 e il 2028 si attendono 25 miliardi di euro di investimenti, contro 7,1 miliardi del triennio 2023-2025.

Sul territorio sono presenti sia aziende italiane sia straniere. Tra le italiane, Aruba è l’esempio più importante. Il suo campus di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, è il più grande d’Italia e usa energia dichiarata al 100% rinnovabile, in parte prodotta da impianti di proprietà dell’azienda: centrali idroelettriche per 10 MW complessivi. Gli impianti sono progettati per raggiungere e superare il livello “Rating 4”, il più alto di resilienza previsto da uno standard internazionale. Resilienza significa la capacità di continuare a funzionare anche in caso di guasti o blackout.

Tra gli stranieri, Stack Infrastructure è il primo per capacità già attiva e in programma, e ci sono anche Data4 (oggi di proprietà di Brookfield), Vantage, CyrusOne, Virtus e gli hyperscaler Microsoft e AWS. Data4 ha presentato un piano da 2 miliardi di euro per l’Italia, con campus ricavati da ex aree industriali alle porte di Milano. La Lombardia è il cuore di questa espansione, per la vicinanza a Milano e alla rete elettrica.

Lo Stato segue la cosa da vicino. Il 14 gennaio 2026 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e l’associazione di settore IDA (Italian Datacenter Association) hanno firmato un accordo per semplificare le autorizzazioni e favorire uno sviluppo equilibrato sul territorio. Inoltre un decreto di febbraio 2026 ha introdotto un’autorizzazione unica nazionale per costruire e ampliare i data center, che sostituisce tanti permessi separati con uno solo.

In pratica, i data center sono oggi un intreccio di tecnologia, immobili e finanza. Le grandi aziende del cloud usano la maggior parte della capacità ma ne possiedono meno di quanto si pensi, gli “affittacamere digitali” costruiscono per loro, e i fondi di investimento mettono i capitali. Il vero nodo, per tutti, è l’energia elettrica e l’acqua: dove ce n’è abbastanza, e a quale prezzo, decide in buona parte dove sorgeranno i prossimi data center. Questa è però una valutazione generale, non un dato misurato.

Per comprendere chi incassa i profitti dei data center, occorre spogliare queste strutture della loro patina di fascino tecnologico e guardarle per quello che sono realmente: enormi operazioni immobiliari e industriali basate sulla locazione di spazio, energia e connettività. Il modello di business fondamentale, noto come colocation o wholesale, funziona esattamente come quello di un grande proprietario immobiliare, ma con una variante decisiva. Il bene prezioso che viene affittato non si misura soltanto in metri quadrati, ma soprattutto in megawatt di potenza elettrica garantita e capacità di raffreddamento. Gli operatori costruiscono l’infrastruttura di base, assicurano l’allacciamento prioritario alla rete elettrica e alla fibra ottica, e poi affittano la struttura ai colossi tecnologici o alle grandi aziende. Questi ultimi installano i propri server e pagano un canone fisso basato sulla potenza riservata, indipendentemente da quanta elettricità consumino effettivamente giorno per giorno. Questo meccanismo di pagamento a capacità garantita mette al riparo chi possiede l’edificio dalle fluttuazioni dell’utilizzo reale dei computer, assicurando un flusso di cassa costante e altamente prevedibile.

Negli ultimi anni si è compiuta una vera e propria metamorfosi finanziaria che ha portato a definire i data center come una vera e propria nuova asset class infrastrutturale. Per i grandi gestori patrimoniali e per i fondi di investimento internazionali, questi campus digitali si affiancano gradualmente e sistematicamente, in larga misura sostituendole, alle classiche infrastrutture fisiche del Novecento, come le autostrade, i ponti a pedaggio e le reti di distribuzione del gas, all’interno dei portafogli di investimento a lungo termine. Il motivo di questa sostituzione è di natura contabile e strategica. Le autostrade e le reti energetiche tradizionali sono soggette a regolamentazioni pubbliche stringenti, rischi di concessione e manutenzioni onerose, mentre un data center affittato a un gigante del tech offre una redditività straordinariamente stabile. Questa stabilità è garantita da contratti d’affitto pluriennali, spesso decennali o quindicennali, completamente blindati con controparti dotate di una solidità finanziaria pari o superiore a quella di molti Stati sovrani, come Microsoft, Alphabet o Amazon. In sostanza, i fondi pensione e le grandi società di gestione acquistano la certezza di un rendimento costante per decenni, sostenuto dall’espansione irreversibile della digitalizzazione.

Accanto agli investitori a lungo termine opera una componente finanziaria decisamente più speculativa, guidata dalle grandi firme del private equity. In questo caso, il guadagno non deriva soltanto dall’incasso delle rendite mensili, ma dalla valorizzazione aggressiva dell’asset per una rivendita a breve o medio termine. La speculazione attuale si concentra sul vero collo di bottiglia del settore: i permessi d’allaccio alla rete elettrica. Operatori speculativi acquistano terreni agricoli o ex aree industriali privi di valore tecnologico immediato e concentrano i propri sforzi nell’ottenere dalle autorità locali e dai gestori di rete la prenotazione di enormi quantità di energia elettrica e la disponibilità di immense risorse idriche. Una volta bloccata la potenza elettrica e l’approvvigionamento idrico necessario, il valore del terreno e del progetto si moltiplica esponenzialmente, consentendo al fondo speculativo di rivendere il pacchetto autorizzativo a prezzi stellari prima ancora di aver posato il primo mattone. A questo si aggiunge l’uso massiccio della leva finanziaria: i fondi acquistano le società di data center caricandole di debito, per poi estrarre dividendi straordinari e rifinanziare i titoli sul mercato prima di cedere l’intera operazione al compratore successivo.

Un’analisi senza veli del settore non può trascurare il ruolo cruciale del denaro pubblico nel sostenere i profitti privati dei data center. In tutto il mondo, compresa l’Europa e l’Italia, la competizione tra Regioni e Paesi per attrarre queste infrastrutture ha generato una corsa al ribasso nell’offerta di incentivi e agevolazioni. Gli Stati mettono a disposizione contributi a fondo perduto per la transizione digitale, crediti d’imposta sugli investimenti in beni strumentali ad alta tecnologia ed esenzioni fiscali sui consumi energetici o sulle imposte locali sull’immobile. Ancora più rilevante è l’intervento pubblico indiretto attraverso le procedure autorizzative accelerate, come l’introduzione di corsie preferenziali o autorizzazioni uniche nazionali che azzerano la burocrazia per la realizzazione dei cavidotti e dei raccordi di rete. In molti casi, la collettività si fa carico dei costi di potenziamento della rete elettrica nazionale e della realizzazione delle infrastrutture viarie e idriche di contorno, mentre i profitti generati dal traffico dati e dai servizi avanzati di intelligenza artificiale vengono interamente incorporati dai gestori e dai loro finanziatori. Si configura così una classica dinamica in cui lo Stato socializza i costi di sistema e i rischi infrastrutturali per garantire ai capitali privati rendimenti elevati e protetti.

Sul fronte dell’imposizione fiscale, il modello di business dei data center sfrutta una combinazione di architetture societarie internazionali, incentivi statali alla transizione digitale e regimi di favore sugli immobili e sull’energia per abbattere drasticamente il carico tributario effettivo. A livello di finanza societaria, i giganti del cloud separano la presenza fisica dell’infrastruttura dal luogo in cui vengono contabilizzati i profitti: i data center territoriali vengono spesso registrati come semplici erogatori di servizi tecnici gestiti a “costo aumentato”, una formula di prezzi di trasferimento che limita artificialmente i margini di guadagno dichiarati nello Stato in cui sorge l’impianto, mentre la stragrande maggioranza dei ricavi generati dall’abbonamento ai servizi di intelligenza artificiale viene fatta confluire verso controllate collocate in giurisdizioni a fiscalità privilegiata (paradisi fiscali).

Parallelamente, gli operatori di colocation e i fondi di investimento strutturano frequentemente le proprie proprietà sotto forma di veicoli societari immobiliari o fondi chiusi dedicati, che beneficiano della neutralità fiscale sull’imposta dei redditi delle società, trasferendo l’onere tributario sui singoli investitori finali o differendolo a tempo indeterminato. A questo quadro di ottimizzazione fiscale aggressiva si sommano i benefici concessi direttamente dalle normative nazionali e locali, che includono crediti d’imposta per l’acquisto di beni strumentali ad alta tecnologia, regimi di ammortamento finanziario fortemente accelerato degli apparati di calcolo – che permettono di azzerare l’imponibile per diversi anni consecutivi – ed esenzioni o riduzioni strutturali sulle accise energetiche, grazie all’equiparazione di queste strutture alle industrie manifatturiere energivore. Il risultato netto è una profonda asimmetria fiscale: a fronte di profitti elevatissimi estratti per singolo megawatt di potenza installata, il gettito tributario reale restituito ai Paesi e ai comuni che ospitano l’impatto fisico, ambientale ed energetico di questi complessi rimane minimo.

FONTI

Hyperscaler
Fondi di investimento
Costi dei campus
Italia
Le proiezioni sull’aumento della quota di capacità globale in mano agli hyperscaler (stimata al 67% entro il 2031) e la progressiva riduzione dei data center aziendali “on-premise” provengono dai report trimestrali di Synergy Research Group.https://www.srgresearch.com/articles
Rendimenti finanziari e Private Equity
L’analisi dei rendimenti dei data center (storicamente superiori al private equity tradizionale) e il monitoraggio dei capitali istituzionali nel settore immobiliare digitale derivano dagli strumenti di benchmark del capitale privato e di Real Capital Analytics di MSCI.
https://www.msci.com/data-and-analytics/real-estate/data-centers
Le grandi acquisizioni speculative (M&A)
L’operazione da 40 miliardi di dollari per l’acquisizione di Aligned Data Centers da parte della cordata AIP, MGX e GIP (BlackRock) in uscita da Macquarie Asset Management è documentata nei comunicati stampa ufficiali e dalle testate di settore come Telecom Ramblings.
https://www.telecomramblings.com/2025/10/aligned-data-centers-bought-by-aip-mgx-gip/
L’acquisizione da circa 16 miliardi di dollari (24 miliardi di dollari australiani) dell’operatore AirTrunk da parte del fondo Blackstone è riportata dai tracker di finanza immobiliare e M&A come Mingtiandi.
https://www.mingtiandi.com/real-estate/data-centres/blackstone-cppib-to-buy-data-centre-giant-airtrunk-in-16b-deal/
Situazione Italiana e normativa
I riferimenti ai protocolli d’intesa e alle autorizzazioni per snellire la burocrazia a favore degli operatori si basano sulle comunicazioni del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) e sulle attività dell’IDA – Italian Datacenter Association, che monitora la costruzione dei nuovi campus (come quelli nel raggio di Milano e Pavia) e promuove tavoli tecnici permanenti.
https://italiandatacenter.com
https://www.mimit.gov.it

4/10/2026 https://www.francescocappello.com/

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