Omicidi sul lavoro. Salvatore Calignano

di Salvatore A. Bravo
Salvatore Calignano, operaio edile di 61 anni, è stato abbandonato poco lontano il cantiere in cui lavorava a Caivano. La caduta da un’altezza notevole gli ha procurato politraumi. Si è spento in ospedale a Napoli. Nel cantiere non doveva esserci, lavorava al nero, percepiva da settembre l’indennità di disoccupazione, ma sappiamo bene quanto non sia sufficiente per vivere in modo dignitoso.
La sua morte rammenta altre morti di operai abbandonati come strumenti spuntati. Il lavoro e i lavoratori legali o illegali sono solo un mezzo, non più persone, ma solo “braccia e gambe” che servono per la produzione e se si “rompono” o la “macchina si inceppa”, sono abbandonati. Non è solo paura per l’incidente accaduto in una condizione di illegalità, è molto di più, perché nella società più inclusiva della storia repubblicana i lavoratori dipendenti sono solo mezzi e, non più persone. Solo se si percepisce un essere umano come un mezzo si può pensare di abbandonarlo in un momento di fragilità, mentre è vicino alla morte.
La moglie vuole giustizia, e non ci si può che stringere a lei, che dovrà portare la morte del marito nella sua carne. Una piaga perenne che l’accompagnerà, sempre, durante la sua vita. Non solo il marito, ma anche lei è stata abbandonata in quel cantiere, perché la sua anima sarà, lì d’ora in poi, e nessuna giustizia umana potrà consolarla.
Salvatore Calignano era vivo, quando è stato abbandonato, ha vissuto la notte oscura della solitudine in attesa che giungessero gli aiuti, che si sono svelati inutili. Era lucido, quando sono giunti i sanitari.
La notizia è stata dai media, ma non è stata discussa. Le televisioni di Stato e private ogni giorno e per ore portano in scena i delitti più atroci, ma si astengono dal denunciare e ricostruire le morti sul lavoro che svelano la verità sulle relazioni nei luoghi di lavoro. Le morti continuano, ma nulla accade. Non sarà la magistratura con le sue sentenze a impedire il ripetersi di simili tragedie, ma solo l’azione congiunta dei lavoratori, solo la voce dei lavoratori potrà mettere in moto il processo di riconquista della dignità del lavoro. Si lavora per vivere, progettare, amare e capirsi. Il fatalismo di questi anni ha corroso ed eroso la speranza dei lavoratori di essere riconosciuti come “esseri umani”. Con l’abolizione dell’articolo 18 e con la precarizzazione del lavoro i padroni hanno vinto la “lotta di classe”. Le vittime sul lavoro sono, oggi, in molti casi, il risultato della vittoria dei padroni e della sconfitta dei lavoratori. La politica tace e delega alla magistratura il dramma delle morti sul lavoro. Politica e lavoro sono scissi e, in questa scissione voluta e pianificata, le classi dirigenti possono continuare a puntellare la loro ricchezza con il sangue e il sudore dei lavoratori.
Salvatore Calignano lo incontriamo ogni giorno nei lavoratori privi ormai di tutto e costretti alla sopravvivenza. In Italia molti lavoratori non vivono, ma lottano per sopravvivere sul posto di lavoro e nel quotidiano perché stanchi, sfruttati e mal pagati. La possibilità di morire in un incidente sul lavoro aumenta enormemente, se il lavoro non garantisce una vita dignitosa, ma solo la “sopravvivenza”. Quante vite saranno ancora macinate dalla “spremitura lavorativa” prima che qualcosa cambi o accada. Non dimentichiamoci che qualsiasi lavoratore può ritrovarsi nella condizione di “un mezzo” da gettare o da sostituire. Questa è la “società inclusiva” che media e politici tanto vaneggiano e con cui vorrebbero convincerci che “viviamo nel migliore dei mondi possibili”, e invece questo dolore ci appartiene. La morte di un lavoratore lasciato agonizzante dobbiamo imparare a portarla con noi, è anche un nostro lutto senza il quale nulla può accadere.
6/10/2026 https://www.linterferenza.info/









Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!