Salario dignitoso e crisi climatica: in Italia la soglia sale a 12 euro netti l’ora
di Marco Talluri
La Campagna Abiti Puliti aggiorna al 2026 il valore del “living wage”: 2.063 euro netti al mese. E mette in relazione redditi, disuguaglianze e capacità di proteggersi dagli effetti del cambiamento climatico

Dodici euro netti l’ora, equivalenti a 2.063 euro netti al mese e 24.756 euro all’anno per un lavoro a tempo pieno. È la soglia del salario dignitoso in Italia per il 2026 calcolata dalla Campagna Abiti Puliti.
Il dato è contenuto nella scheda “Il salario dignitoso fa bene al clima”, aggiornamento del rapporto pubblicato nel 2022 e presentato in occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso del 25 settembre.
La novità non riguarda però soltanto l’aggiornamento della cifra. La Campagna Abiti Puliti mette questa volta esplicitamente in relazione condizioni economiche e vulnerabilità climatica: chi dispone di redditi più bassi non soltanto incontra maggiori difficoltà nel sostenere il costo della vita, ma ha generalmente anche meno possibilità di proteggersi dal caldo estremo e dagli altri effetti del cambiamento climatico.
È un legame sul quale Ambientenonsolo è tornato più volte, analizzando come gli effetti della crisi climatica siano distribuiti in maniera profondamente diseguale tra territori e gruppi sociali.
Che cosa significa “salario dignitoso”
Il salario dignitoso, o living wage, non coincide necessariamente con il salario minimo legale. Indica la retribuzione base netta necessaria a una persona che lavora con un normale orario, senza dover ricorrere agli straordinari, per garantire a sé e alla propria famiglia condizioni di vita dignitose.
Nel calcolo rientrano quindi bisogni essenziali come alimentazione, abitazione, acqua, salute, istruzione, trasporti e abbigliamento, oltre a una quota che permetta di affrontare spese impreviste.
La Campagna Abiti Puliti aggiorna ogni due anni il valore italiano sulla base dell’indice FOI, relativo alle famiglie di operai e impiegati. Per il 2026 si arriva appunto a 12 euro netti l’ora, contro una situazione del mercato del lavoro che, secondo i dati richiamati dalla Campagna, continua a essere caratterizzata da forti differenze nella distribuzione dei redditi.
Il punto di incontro tra salari e clima
È soprattutto il collegamento con la crisi climatica a rendere interessante il nuovo aggiornamento.
Una temperatura di 38 o 40 gradi è la stessa per tutti, ma non tutti dispongono degli stessi strumenti per affrontarla. Reddito, qualità dell’abitazione, disponibilità di sistemi di raffrescamento, quartiere nel quale si vive, tipo di occupazione e possibilità di modificare gli orari di lavoro determinano livelli molto differenti di vulnerabilità.
È quanto abbiamo evidenziato anche nel nostro approfondimento Caldo estremo in Italia: salute, città e cambiamento climatico: trasferire la responsabilità dell’adattamento esclusivamente sui comportamenti individuali rischia di ignorare il fatto che non tutti possono permettersi una casa fresca, un climatizzatore o la possibilità di evitare di lavorare nelle ore più calde.
La questione diventa ancora più evidente nei luoghi di lavoro. Secondo la documentazione citata dalla Campagna Abiti Puliti, in Cambogia l’82% delle fabbriche tessili supera i 32 °C negli ambienti interni e una fabbrica su tre supera i 35 °C. In alcuni casi la temperatura interna può essere fino a cinque gradi superiore a quella esterna.
Per chi lavora in queste condizioni, salario, salute e adattamento climatico finiscono inevitabilmente per intrecciarsi.
Il caldo amplifica le disuguaglianze già esistenti
Non si tratta di un problema circoscritto alla filiera globale dell’abbigliamento. Anche in Italia il caldo estremo sta diventando un rischio strutturale per numerose categorie professionali.
Agricoltura, edilizia, manutenzione, logistica e altre attività svolte all’aperto sono particolarmente esposte, ma temperature elevate possono interessare anche fabbriche, magazzini, cucine e altri ambienti chiusi.
Nel nostro precedente approfondimento sulle ondate di calore e gli impatti sociali avevamo ricordato che oltre 2,4 miliardi di lavoratori nel mondo sono esposti a temperature eccessive e che gli effetti del caldo riguardano contemporaneamente salute, sicurezza e produttività.
Il problema riguarda inoltre ciò che accade fuori dal luogo di lavoro. Famiglie con redditi più bassi vivono più frequentemente in abitazioni meno efficienti e hanno minore capacità economica di raffrescarle. Nelle città, vulnerabilità economica e ambientale possono inoltre sovrapporsi: meno verde, più superfici impermeabilizzate, maggiore esposizione all’inquinamento e minore accesso ai servizi.
Chi emette di più non è necessariamente chi subisce di più
La Campagna Abiti Puliti richiama anche l’altra faccia della disuguaglianza climatica: la responsabilità per le emissioni non è distribuita allo stesso modo della vulnerabilità ai loro effetti.
Le fasce più ricche della popolazione hanno impronte carboniche molto superiori, ma dispongono contemporaneamente di maggiori risorse economiche per proteggersi dalle conseguenze della crisi climatica. Al contrario, persone e comunità con minori risorse possono contribuire meno alle emissioni e trovarsi maggiormente esposte ai danni.
È uno dei nodi della giustizia climatica, che Ambientenonsolo ha recentemente affrontato anche nell’intervista Transizione ecologica: non basta ridurre le emissioni, serve giustizia ambientale. Ridurre le emissioni rimane indispensabile, ma occorre contemporaneamente interrogarsi su chi sostiene i costi della trasformazione e chi ne riceve i benefici.
Il salario come strumento di adattamento
Da qui la tesi centrale della Campagna Abiti Puliti: un salario dignitoso può essere considerato anche una misura di adattamento climatico.
«Garantire un salario dignitoso a chi lavora non è solo una misura di giustizia sociale, ma anche una leva di adattamento alla crisi climatica», sottolinea Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna.
Un reddito adeguato aumenta infatti la possibilità di accedere a un’abitazione migliore, alimentazione, servizi sanitari, mobilità e strumenti di protezione dal caldo. Non sostituisce naturalmente le politiche climatiche, la prevenzione nei luoghi di lavoro o gli interventi pubblici di adattamento, ma incide sulla capacità concreta delle persone di affrontare gli effetti di un clima che cambia.
La questione salariale entra così nel dibattito più ampio sulla giusta transizione: la decarbonizzazione non può essere valutata soltanto in termini di tonnellate di CO₂ evitate, ma anche sulla base delle conseguenze sociali della trasformazione.
Una transizione climatica anche sociale
È un tema destinato a diventare sempre più importante. Come abbiamo raccontato nell’e-book Vivere con il caldo. Salute, lavoro, città e disuguaglianze nel clima che cambia, le temperature estreme rendono particolarmente visibile un principio più generale: il rischio climatico nasce dall’incontro tra pericolo ambientale, esposizione e vulnerabilità sociale.
Per questo salari, abitazioni, servizi pubblici, salute e sicurezza sul lavoro non sono questioni separate dalle politiche climatiche. Una società più capace di proteggere le persone vulnerabili è anche una società più capace di adattarsi agli effetti del riscaldamento globale.
Per approfondire su Ambientenonsolo
Fabbriche verdi, lavoro grigio: la moda sostenibile che non tutela chi lavora — il precedente più direttamente collegato al nuovo rapporto di Campagna Abiti Puliti: la transizione ambientale del settore tessile non può essere considerata sostenibile se non garantisce anche diritti, salari e condizioni di lavoro adeguate.
Tessile sostenibile: da Fast Fashion a economia circolare — sulla necessità di ripensare l’intera filiera tessile, dalla produzione al consumo.
Caldo estremo in Italia: salute, città e cambiamento climatico — approfondisce come l’esposizione al caldo e la capacità di proteggersi siano fortemente condizionate anche dalle condizioni economiche e lavorative.
Ondate di calore e impatti sociali: cosa ci dice la ricerca del CMCC — sul rapporto tra caldo estremo, lavoro, vulnerabilità sociale e disuguaglianze.
Transizione ecologica: non basta ridurre le emissioni, serve giustizia ambientale — sul principio che una transizione efficace debba considerare anche distribuzione dei costi, salute, lavoro e disuguaglianze.
Fonte: Campagna Abiti Puliti, Il salario dignitoso fa bene al clima, aggiornamento 2026.
17/9/2026 https://ambientenonsolo.com/









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