La guerra alla gioventù e la Grande Divisione scolastica
di Christian Laval*
La repressione non come semplice questione di ordine pubblico, ma come risposta di classe a una mobilitazione nata dalla crescente segregazione sociale della scuola francese
Mai un movimento di giovani studenti aveva subito una simile repressione: 5.000 liceali e studenti delle scuole medie fermati, feriti gravi, un Ministro dell’Interno che rivendica l’assenza di “ordini di moderazione”. Più che una deriva poliziesca, si tratta di una risposta di classe a una rivolta alimentata dall’accentuarsi delle disuguaglianze scolastiche. E di un sintomo: l’«estremo centro» potrebbe essersi rivelato nient’altro che un irresponsabile pre-fascismo.
Nella mia esperienza di insegnante e osservatore del mondo scolastico in Francia, non avevo mai visto esercitare su un movimento di protesta giovanile un tale livello di repressione poliziesca, una tale volontà di terrorizzare giovani liceali o studenti delle medie, di usare violenza contro di loro, d’insultarli e umiliarli.
Le immagini e i racconti di studenti fermati e picchiati fanno gelare il sangue. Anche insegnanti e genitori ne danno testimonianza. 5.000 arresti: un triste record! Mai prima d’ora migliaia di liceali erano stati fermati ammanettati, rinchiusi nei commissariati e condotti davanti ai giudici minorili.
La cosa più singolare è che, negli ultimi mesi, in Francia si è discusso molto delle violenze subite da bambini e giovani all’interno di famiglie incestuose, istituzioni religiose e scolastiche, o nelle scuole primarie dove hanno agito dei pedofili. È persino in discussione una legge cosiddetta “integrale” per proteggere donne, bambini e adolescenti. E cosa vediamo contemporaneamente su un altro scenario? Poliziotti, talvolta in borghese o con equipaggiamento quasi militare, che insultano, picchiano e arrestano dei giovani. Il governo e la sua polizia sanno cosa stanno facendo? Sì, lo sanno. Stanno conducendo una vera e propria guerra contro bambini e adolescenti per insegnare loro che, dove c’è la forza, lì risiede l’unico potere che conta.
La scelta politica della violenza
Non si tratta di “incidenti” isolati causati da poliziotti radicalizzati, bensì di una politica deliberata. Il Ministro dell’Interno Laurent Nuñez lo ha spiegato chiaramente venerdì 2 ottobre su TF1: “Non c’è alcuna direttiva alla moderazione né alcun ordine di non utilizzare l’intero arsenale a disposizione delle forze di sicurezza interna”. In altre parole, possono essere impiegati tutti i mezzi “sub-letali”: non solo manganelli e gas lacrimogeni, ma anche proiettili di gomma (LBD), i cui danni sono già drammatici e ingenti (un quattordicenne ha perso un occhio, altri hanno subito denti rotti, fratture facciali o addirittura la perdita di una mano). Questa esortazione a usare la massima violenza contrasta nettamente con la moderazione mostrata verso gli agricoltori, anche quando le loro azioni prendevano di mira edifici pubblici o sedi del partito ecologista, oppure bloccavano strade e autostrade. Non si sono mai visti agricoltori picchiati mentre erano a terra, trascinati al suolo o strangolati, come invece accade agli studenti delle scuole medie e superiori. La somiglianza con le pratiche dell’ICE negli Stati Uniti, o addirittura con le tattiche di terrore dell’esercito israeliano in Cisgiordania, è davvero impressionante.
Certo, si dirà che questa violenza della polizia si riscontra un po’ ovunque: in Italia come in Turchia o in Germania. In Francia, però, sta diventando una politica costante. L’escalation immediata è la regola: l’obiettivo è stroncare i movimenti sociali il più rapidamente possibile. È proprio ciò che il governo ha voluto fare. Il Ministro dell’Istruzione ha impiegato dieci giorni per reagire, e in modo fiacco. Prima si colpisce, poi eventualmente si discuterà. Si troverà il modo di sopire le rivendicazioni dei giovani: piattaforme digitali, commissioni, convegni, stati generali. Conosciamo bene l’intera gamma di anestetici.
Dare una lezione agli studenti
Qual è il senso di questa violenza sistematica nei confronti dei giovani? Gli atti di vandalismo volontario compiuti da giovani talvolta fuori dal circuito scolastico e le rare aggressioni a insegnanti o dirigenti scolastici fungono da pretesti per un intervento brutale contro la massa pacifica e auto-organizzata degli studenti in protesta. Ciò che è certo è che tra loro non c’erano 5.000 “teppisti”. Come testimoniano molti insegnanti che hanno cercato di interporsi, nella maggior parte dei casi non si tratta di una risposta ad aggressioni o atti vandalici da parte di studenti o giovani esterni agli istituti; è piuttosto la volontà di attaccare sistematicamente ogni raduno di studenti davanti ai licei, di impedire lo sciopero scolastico e di soffocare brutalmente l’azione rivendicativa dei giovani.
La novità non risiede in questo livello di violenza della polizia: l’avevamo già visto durante il movimento dei Gilet Gialli. Più in generale, ci si era quasi abituati a metodi di intervento brutali in quasi tutte le manifestazioni di lavoratori dipendenti e pubblici ufficiali. L’elemento nuovo è che la minore età non costituisce più un argomento a favore della moderazione, forse addirittura il contrario. Un po’ come se i giovani che scioperano dovessero capire, fin dalla più tenera età, che non viviamo più in un regime democratico e che i diritti di espressione, di rivendicazione e di manifestazione non sono più validi. In fondo, attraverso questo modo di reprimere i giovani, viene loro trasmesso un messaggio: imparate dove risiede il potere e sappiate, soprattutto, che tale potere è al di sopra della democrazia. Probabilmente questo governo non si rende conto che un simile messaggio potrebbe ritorcersi durevolmente contro di lui. Perché quei giovani non dimenticheranno come sono stati trattati.
Il senso delle rivendicazioni degli studenti
Questa politica repressiva, lungi dall’essere giusta e intelligente, è efficace? Ha contribuito – anche grazie ai social network – a far sì che il movimento si allargasse giorno dopo giorno. Oggi, anche insegnanti e alcuni genitori si uniscono alla protesta, scandalizzati dalle brutalità della polizia e desiderosi di sostenere e inquadrare le manifestazioni. Naturalmente, questi metodi brutali vengono acclamati da politici e giornalisti di destra e di estrema destra. I canali di informazione continua si crogiolano in immagini di cassonetti in fiamme e pensiline degli autobus distrutte, come se tutti gli eccessi e i danni fossero argomenti a favore di un “ritorno all’ordine”. Ma questa politica non risolve nulla. Perché, per risolvere i problemi, bisognerebbe innanzitutto ascoltare le rivendicazioni degli studenti, ma anche interrogarsi sulle cause del movimento.
Le rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori riguardano la dignità e l’uguaglianza. I ragazzi percepiscono chiaramente il degrado dell’istruzione pubblica, così come quello di tutti i servizi pubblici. Sentono anche le critiche rivolte ai dipendenti pubblici e vedono le misure di bilancio destinate a peggiorare ulteriormente la situazione. Tuttavia, le loro parole non sono astratte: esprimono esperienze quotidiane, descrivono il loro ambiente, denunciano il fatiscente stato degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle classi (tra i più elevati in Europa), la carenza di risorse; in breve, tutto ciò che testimonia una mancanza di rispetto nei loro confronti. Un simbolo di questo disprezzo è la mancanza di carta igienica nei bagni. Anche gli orari scolastici eccessivamente lunghi e pesanti sono vissuti molto male. Anche in questo caso, si tratta del risultato di riforme mal concepite, lontane dalla realtà scolastica, caratterizzate dalla moltiplicazione degli “insegnamenti di specializzazione”, troppo numerosi per le aule effettivamente disponibili. A ciò si aggiunge la prolungata assenza di insegnanti supplenti, spesso in discipline fondamentali per il superamento degli esami. Infine, c’è tutto il carico d’angoscia legato al sistema algoritmico di selezione denominato “Parcoursup”, che raccoglie le domande degli studenti in vista dell’istruzione superiore e agisce come un gigantesco Super-io meccanico durante gli ultimi due anni di scuola secondaria. Ormai, gli studenti intrattengono relazioni non tanto con i propri insegnanti quanto con un meccanismo astratto – una sorta di grande buco nero che inghiotte i loro voti giorno dopo giorno – per produrre un verdetto che convaliderà o meno, nell’oscurità dei suoi calcoli, il possesso di “competenze” sufficienti per accedere all’istruzione superiore nel corso di studi desiderato. La disumanizzazione si è così radicata ancora più a fondo nel cuore dell’insegnamento. La “scuola digitale”, grande sogno dei riformatori tecnofili da almeno tre decenni, si è trasformata in un incubo.
Tali rivendicazioni sono perfettamente giustificate. Esse richiedono risorse finanziarie e umane: l’esatto opposto di quanto intende concedere un governo che non vuole assolutamente toccare i privilegi fiscali dei grandi patrimoni e che pianifica riduzioni del numero di insegnanti. Tuttavia, anche se venissero parzialmente accolte, queste richieste non intaccherebbero le cause strutturali alla base della rabbia degli studenti.
La Grande Divisione scolastica
Il movimento studentesco non si mobilita, come spesso accade, contro una legge o una riforma specifica; esso rappresenta piuttosto una reazione a una trasformazione profonda del sistema educativo. Questa trasformazione è la “Grande Divisione”. Certo, il fatto che il sistema scolastico sia socialmente diviso non è una novità: è una caratteristica intrinseca dell’istruzione in una società di classe. Definisco «Grande Divisione» la crescente frattura tra gli istituti destinati ad accogliere i giovani provenienti da ambienti socialmente privilegiati e quelli popolari, frequentati in prevalenza da alunni di estrazione popolare – tra cui, nelle periferie, molti giovani di famiglie di origine straniera. La scolarizzazione di massa si è rivelata in parte un inganno ipocrita, poiché è andata di pari passo con una distribuzione fortemente iniqua degli studenti in base alla loro origine sociale. E sebbene le condizioni di studio siano mediamente scadenti un po’ ovunque, esse sono peggiorate molto più rapidamente negli istituti popolari, non solo per la carenza di risorse, ma anche per il semplice fatto di riunire giovani provenienti da contesti svantaggiati nelle stesse classi sovraffollate. Siamo giunti a un tale livello di separazione tra classi sociali all’interno del sistema scolastico che l’intero meccanismo rischia di bloccarsi. Non è un caso che il movimento abbia preso le mosse dagli istituti superiori delle periferie popolari per poi estendersi alle altre scuole.
Da tempo, la sociologia dell’educazione documenta accuratamente queste disparità in termini di risorse e di composizione della popolazione scolastica. Non è per ignoranza che i governi hanno permesso l’allargamento del divario sociale tra istituti e tra territori, né soltanto per impotenza politica. È il risultato di una scelta disastrosa a favore della disuguaglianza. L’ideologia neoliberista del mercato scolastico, la svalutazione dei contenuti culturali a vantaggio dell’adeguamento alle esigenze dell’economia e la volontà di imitare la gestione delle imprese private hanno accentuato, anno dopo anno e riforma dopo riforma, la frammentazione del sistema e il degrado dell’istruzione pubblica – aspetti che, peraltro, i risultati delle indagini PISA riflettono solo in modo parziale.
Si comprende meglio, allora, la gestione repressiva della rivolta studentesca, trattata alla stregua di un tumulto urbano animato da «delinquenti» da neutralizzare con la forza. Il governo francese non è composto da ciechi e sordi, né da idioti o ingenui. Quel governo sa bene che si tratta di una forma di lotta di classe – conseguenza della Grande Divisione sociale nell’istruzione – e vi risponde innanzitutto, quasi per riflesso, con strumenti da guerra civile. È bene ricordarsene. Quella che lo storico Pierre Serna ha definito, con una certa ironia, «estremo centro» potrebbe essersi rivelata, in fin dei conti, nient’altro che un irresponsabile pre-fascismo.
Christian Laval – sociologo, prof emerito all’Università Paris Nanterre, membro del Sophiapol, Co-animatore del gruppo di studi sul neoliberismo e le alternative (GENA)
*da Aoc media
Traduzione di Salvatore Turi Palidda









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