A scuola di disagio e precariato. Lo smantellamento dell’istruzione pubblica è una questione di classe
“La soluzione più opportuna è quella di eliminare la gestione pubblica delle scuole” – Milton Friedman, “Capitalismo e Libertà”, 1962
Settembre è ormai passato, la scuola è ricominciata e la vita delle famiglie ha ripreso la sua routine ordinaria: corse per accompagnare i figli a scuola, per riprenderli e portarli alle varie attività che il mondo libero ci offre a fronte di un “modesto” contributo annuale, perché sì, lo sport e lo svago sono fondamentali ma te lo devi pagare te, siamo mica in una dittatura socialista, oibò!
Quindi finalmente tutto bene, dopo i tre mesi estivi in cui hai dovuto nascondere la prole sotto la scrivania dell’ufficio o tra gli scaffali durante il turno al supermercato? Manco per il cazzo. Anno nuovo, problemi vecchi: il sistema scuola è una nave in avaria in balia delle correnti, depredata dei motori dagli avvoltoi neoliberisti – gli studenti e i professori marinai di “sventura” con indosso un giubbotto di salvataggio, pronti ad abbandonare il relitto alla prima occasione possibile. Eh ma si sa, c’è la crisi, non ci sono soldi per la scuola, mica è un Tomahawk, mica la possiamo prendere e lanciare nell’esosfera per poi farla ricadere sul cattivo di turno.
E allora comincia la lista delle richieste. Bisogna portare la carta da culo per i pargoli, i fazzoletti, i tovaglioli, un po’ di bicchieri di carta, facciamo una colletta o crowdfunding che suona più new age, cazzo, aiutiamo il sistema! Nel frattempo il corpo docenti è cambiato del 50%, beh dai, i bambini devono abituarsi fin da subito alla “flessibilità”, devono capire fin da ora che non c’è un futuro certo e che, con i venti che tirano, bisogna ringraziare che ancora qualcuno parli di futuro. Eh signori miei, fate gli schizzinosi ma ve lo abbiamo detto in tutti i modi: la scuola mica deve formare menti eccelse, o anche solo critiche, che possano cambiare il mondo e la società, risollevare l’Italia dalla stagnazione in cui versa da decenni, certo che no! La scuola deve adattarsi ai tempi moderni, deve creare quella massa acritica che possa svolgere laboriosa le funzioni alienanti richieste dagli amisci delle Big Company e, non si sa mai, essere pronta pure ad immolarsi quando l’impero chiama. Oh e insomma, a voi che siete soltanto dei criticoni e fate finta di non capire, la scuola deve adattarsi al mondo del lavoro: se ci pensate, in fondo fate un lavoro di merda e perché mai la scuola “adatta” dovrebbe essere qualcosa di diverso…
Ma come abbiamo fatto ad abituarci a tutto questo? Quando è cominciato formalmente questo scempio? Come in tutti gli altri settori pubblici, lo smantellamento dell’apparato scolastico inizia nei ruggenti anni 90 quando l’alternativa di mondo, almeno sulla carta, viene meno. Il sistema scolastico era già in difficoltà, aspettava risorse e riforme. Ma gli avvoltoi neoliberisti decisero che avrebbero banchettato volentieri sul suo cadavere, iniziando a lanciare verso la scuola esche avvelenate e pernacchie.
Nel 1997, il Gompagno Berlinguer, al grido di “Autonomia Autonomia”, attua la legge Bassanini per la decentralizzazione, ponendo la pietra miliare dell’Aziendalizzazione delle scuole: basta programmi calati dall’alto, rimangono solo le linee guida; le scuole cominciano ad autorganizzarsi, a scrivere i propri programmi scolastici, a mettersi in competizione l’una con le altre, nascono i POF (piani di offerta formativa). Il sistema comincia il suo iter di mercificazione, lo studente vede la scuola come un servizio da acquistare, gli open day sono nient’altro che una vetrina.
Gli insegnanti, sbattuti in giro per mezza Italia con contratti a tempo determinato, si trasformano in venditori ambulanti di sapere e conoscenze e devono piacere ai loro clienti. Così, una scuola uguale per tutti, con i suoi pregi ed i suoi difetti, si è tramutata in tante scuole diverse di serie A e serie B, ma pure C e D. I fili del sistema sono mossi dalle mani unte di menti “illuminate” – un susseguirsi di Fioroni, Moratti, Gelmini, passando per la “buona” scuola di Renzi fino ad arrivare al Valditara di turno – portano al crollo, non solo figurato, ma inesorabile dell’apparato pubblico.
Alla “velocità dei neutrini che percorrono il tunnel che va dal Gran Sasso alla Svizzera”(Cit.) arriviamo alla situazione attuale:
- Il 53% degli istituti scolastici ad oggi non possiede il certificato di agibilità, che tradotto vuol dire che mandiamo i nostri ragazzi in scuole non a norma e formalmente insicure;
- I salari degli insegnanti italiani sono tra i più bassi in Europa secondo OCSE;
- I test OCSE che valutano la bontà dell’istruzione degli studenti hanno visto l’Italia fanalino di coda in Europa per anni. Quest’anno c’è stato un miglioramento ma soltanto perché la media si è abbassata: praticamente gli altri si sono rincretiniti e noi siamo rimasti ignoranti uguali. Il divario fra le scuole del Sud Italia e quelle del Nord continua ad aumentare, si pensi ad esempio che vi sono 55 punti di differenza fra le scuole del Nord-Ovest ed il Sud Italia nei test di matematica;
- Nel 2025 ci sono stati 8 morti fra gli studenti impegnati nella tanto decantata alternanza scuola-lavoro (dati INAIL) che a me, personalmente, suonano alla pari dei bambini soldato caduti ad altre latitudini e in altri mondi;
- Un insegnante su 4 è precario, con punte che superano il 40% in alcune regioni del Nord (come in Lombardia) e toccano il 50% nello specifico settore del sostegno, che poi dovrebbe essere il comparto più tutelato.
E così, sulle macerie quel che resta dell’istruzione, il politico di turno fa propaganda a modo suo, perché è facile infierire quando un sistema fa acqua da tutte le parti: si porta allora la questione alla pancia degli italiani. Se da una parte è vero che esistono classi in cui la maggioranza dei bambini non parla italiano e che così è difficile trasmettere conoscenza ai ragazzi, dall’altra ridurre un problema così complesso a una lotta fra italiani e non è solo una porcata politica. Prima della propaganda, prima delle urla, bisognerebbe inquadrare il problema per quello che è: una questione di classe.
“Del resto, mia cara, di che si stupisce?
anche l’operaio vuole il figlio dottore”
Nelle stesse periferie e nelle stesse scuole una volta erano i figli degli immigrati strappati alle terre del Sud dall’industrializzazione a saper parlare soltanto un’altra lingua. Oggi, dopo cento anni, lo sono i figli degli immigrati del mondo: li accomunano le stesse dinamiche di sfruttamento e discriminazione che c’erano già allora, perché la ghettizzazione non la si scopre oggi. Le scuole di frontiera non necessitano di propaganda o di sovrastrutture punitive, ma di docenti d’italiano L2 (insegnanti specializzati nell’insegnamento della lingua italiana a soggetti di un’altra lingua madre) specializzati e di ruolo, di fondi strutturali che non costringano a un’estenuante burocrazia, di spazi idonei e di un tempo scuola prolungato.
Tra il telemarketing di un DL scuola e l’altro, sbandierati ai quattro venti a prescindere dal colore, il mestiere degli insegnati, da autorevole ruolo nella società, è stato ormai messo al margine. La conoscenza disprezzata, frammentata. Vi è l’assenza di un linguaggio comune, e si assiste impietosi all’aumento del divario fra chi il soldo ce l’ha e chi no: ma un futuro senza conoscenze può essere considerato futuro o è solo un dopo?
Qualcuno, all’epoca della riforma Berlinguer, lanciava l’allarme di un inevitabile abbassamento culturale; oggi, guardando chi siede in parlamento, abbiamo la certezza che avevano ragione.
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Articolo ispirato dal film D’Istruzione Pubblica (Mirko Melchiorre, Federico Greco, 2026)
Alex Hernandez
9/10/2026 https://www.capibara.media/









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