Giornata di sciopero studentesco: contro carovita, decreto Valditara, genocidio, repressione e riarmo

In oltre 40 città mobilitazioni contro riarmo, carovita, tagli all’istruzione e genocidio in Palestina. A Torino e Bologna la polizia carica gli studenti. La protesta mette sotto accusa le politiche del governo e rilancia l’unità con le lotte dei lavoratori.

Oltre quaranta città attraversate dai cortei, decine di migliaia di studenti in piazza, scuole occupate, blocchi e manifestazioni contro le politiche del governo Meloni. La giornata di sciopero studentesco di venerdì 16 ottobre segna un passaggio importante nella ripresa della mobilitazione giovanile in Italia. Al centro della protesta non ci sono soltanto le condizioni materiali della scuola pubblica, sempre più impoverita e attraversata da profonde disuguaglianze, ma una contestazione complessiva delle scelte economiche, sociali e militari del governo. Il riarmo europeo, il sostegno politico e militare a Israele, il genocidio del popolo palestinese, il carovita, la precarietà e la crescente militarizzazione degli spazi educativi compongono un quadro che gli studenti rifiutano di considerare come una somma di emergenze separate.

La mobilitazione ha coinvolto Roma, Torino, Genova, Venezia, Padova, Vicenza, Bologna, Livorno, Napoli, Campobasso e molte altre città. Nelle scuole occupate e nei cortei si è affermata una critica che supera le tradizionali rivendicazioni studentesche e investe direttamente le priorità politiche del governo. Non si tratta semplicemente di chiedere maggiori finanziamenti per l’istruzione, ma di contestare un modello di società nel quale le risorse pubbliche vengono indirizzate verso il rafforzamento degli apparati militari mentre scuola, sanità, trasporti e servizi sociali continuano a scontare carenze strutturali. Una contraddizione che emerge con particolare evidenza nelle condizioni quotidiane di milioni di giovani, costretti a confrontarsi con l’aumento dei costi dell’istruzione, degli affitti, dei trasporti e con prospettive lavorative sempre più incerte.

A Roma, oltre ventimila persone hanno partecipato alla manifestazione, gli striscioni hanno restituito con chiarezza il significato politico della giornata. «Soldi alla scuola, non alla guerra», «La storia la scrivono i popoli», «Qui nessuno è straniero» sono alcune delle parole d’ordine che hanno attraversato il corteo, insieme alla richiesta di interrompere ogni complicità con la guerra israeliana contro la popolazione palestinese. Non è secondario che la solidarietà con la Palestina sia diventata uno degli elementi di maggiore mobilitazione nelle scuole e nelle università. Per una parte consistente delle nuove generazioni, il genocidio a Gaza ha rappresentato anche un punto di rottura con la narrazione istituzionale sulla democrazia, sui diritti umani e sul diritto internazionale. Il governo Meloni viene contestato non soltanto per le proprie politiche interne, ma anche per il sostegno a Israele e per il rifiuto di una rottura effettiva delle relazioni politiche, economiche e militari che contribuiscono a garantirne l’impunità.

La scuola impoverita e l’economia di guerra

La protesta studentesca mette in discussione la gerarchia delle priorità economiche imposta dal governo e condivisa, sul terreno del riarmo, da una parte rilevante delle istituzioni europee. Mentre l’Unione europea accelera i programmi di rafforzamento militare e i governi assumono nuovi impegni di spesa per la difesa, l’istruzione pubblica continua a confrontarsi con edifici inadeguati, carenza di personale, precarietà dei docenti e crescenti difficoltà economiche delle famiglie. La contrapposizione tra scuola e guerra non va letta come una semplice equivalenza contabile tra capitoli di bilancio, ma come una critica politica alla distribuzione delle risorse e alla funzione che viene assegnata alla spesa pubblica.

Il governo Meloni ha fatto della sicurezza, della disciplina e dell’autorità alcuni dei principali riferimenti del proprio intervento sulla scuola. Le politiche del ministro Giuseppe Valditara, contestate dagli studenti, si inseriscono in una concezione dell’istruzione che attribuisce crescente centralità al merito individuale, alla selezione, al controllo dei comportamenti e al rapporto tra formazione e richieste delle imprese. In questo quadro, le disuguaglianze sociali che condizionano i percorsi educativi tendono a essere ricondotte alle responsabilità individuali, mentre la scuola perde progressivamente la propria funzione di strumento di emancipazione collettiva.

La militarizzazione denunciata dagli studenti riguarda anche la crescente presenza delle forze armate nelle iniziative di orientamento e nelle attività formative, oltre alla normalizzazione della guerra come prospettiva politica ed economica. La contestazione investe quindi il ruolo stesso dell’istruzione: formare persone capaci di esercitare pensiero critico e partecipazione oppure adattare le nuove generazioni a un ordine sociale fondato sulla competizione, sull’obbedienza e sulla disponibilità ad accettare le scelte strategiche dei governi. È una questione che attraversa l’intera società e che non può essere liquidata come una protesta generazionale.

Torino e Bologna, la risposta della polizia

La giornata è stata segnata anche da interventi repressivi delle forze dell’ordine. A Bologna il corteo degli studenti medi è stato caricato dalla polizia mentre tentava di raggiungere la stazione centrale. A Torino, la manifestazione ha raggiunto il piazzale antistante la Prefettura, dove gli agenti sono intervenuti con cariche, idranti e lacrimogeni contro studenti e studentesse. Due episodi che mostrano quanto la gestione dell’ordine pubblico continui a occupare una posizione centrale nella risposta istituzionale alle mobilitazioni sociali.

Ancora prima dell’inizio dello sciopero, a Padova erano state denunciate perquisizioni, diffide, provvedimenti restrittivi e convocazioni in Questura nei confronti di studenti. Il Coordinamento Studenti Medi ha riferito di iniziative investigative legate a ipotesi di istigazione a delinquere, denunciando il tentativo di creare un clima di intimidazione alla vigilia delle manifestazioni. «Ancora una volta, quando gli studenti protestano per le condizioni vergognose delle scuole, l’unica risposta del governo è quella di mettere tensione e paura per provare a dividerci», hanno dichiarato gli studenti. Atti politicamente rilevanti, il ricorso a un apparato di misure preventive così esteso nei confronti di ragazzi, alcuni dei quali giovanissimi, proprio alla vigilia di una manifestazione nazionale.

Questi episodi non possono essere separati dall’indirizzo sicuritario assunto dal governo Meloni. L’ampliamento degli strumenti di controllo preventivo, la criminalizzazione delle pratiche di protesta e il ricorso crescente a misure amministrative e penali contro il dissenso concorrono a trasformare la partecipazione politica in una questione di sicurezza. Il problema non riguarda soltanto le singole cariche o le responsabilità degli agenti intervenuti, ma la scelta politica di affrontare il conflitto studentesco attraverso gli apparati di polizia anziché riconoscerne la legittimità e confrontarsi con le ragioni sociali che lo alimentano.

La solidarietà agli studenti colpiti dalle cariche deve essere netta, senza le consuete distinzioni tra manifestanti considerati accettabili e altri descritti come provocatori. Il diritto di manifestare non può essere subordinato alla disponibilità a limitare la protesta entro forme prive di qualsiasi capacità di pressione. Bloccare una strada, occupare una scuola o contestare pubblicamente le istituzioni sono pratiche di conflitto che devono essere valutate nelle loro concrete modalità, senza trasformare automaticamente ogni forma di disobbedienza in una minaccia all’ordine pubblico. La libertà di manifestazione perde sostanza quando viene riconosciuta soltanto a condizione che non disturbi il funzionamento ordinario della città e delle istituzioni.

Una repressione che attraversa i confini

Le mobilitazioni italiane si collocano dentro una stagione di conflitto studentesco che interessa anche altri paesi europei, a partire dalla Francia, dove nelle ultime settimane le proteste contro le condizioni della scuola pubblica, la selezione sociale e le politiche governative sono state accompagnate da interventi di polizia particolarmente violenti. La vicinanza espressa dagli studenti italiani ai loro coetanei francesi non è soltanto una dichiarazione di solidarietà internazionale. È il riconoscimento di una condizione comune, segnata dall’impoverimento dei servizi pubblici, dalla precarizzazione delle prospettive di vita e dalla progressiva riduzione degli spazi di partecipazione e conflitto.

Nelle piazze è risuonato anche lo slogan francese «Tout le monde déteste la police», a testimonianza della crescente ostilità verso una gestione dell’ordine pubblico che considera le mobilitazioni giovanili soprattutto come qualcosa da reprimere. È significativo il diverso trattamento politico e mediatico riservato alle proteste studentesche a seconda del paese in cui si svolgono. Quando a reprimere sono governi considerati avversari, gli arresti e le cariche vengono spesso presentati come dimostrazione della natura autoritaria di quei regimi. Quando episodi analoghi avvengono nelle democrazie europee, l’attenzione si concentra frequentemente sui disagi alla circolazione, sui danni materiali e sui comportamenti dei manifestanti. Una selezione del racconto che finisce per oscurare le rivendicazioni e normalizzare l’intervento repressivo.

Anche nella cronaca della giornata italiana è emersa questa contraddizione. A Roma, alcuni resoconti hanno dato particolare rilievo alle bandiere statunitensi e israeliane bruciate durante il corteo; a Torino, al lancio di uova e alla contestazione di esponenti politici.

Carovita, crisi climatica e diritto al futuro

Accanto alle mobilitazioni studentesche, in diverse città sono tornati in piazza anche i Fridays for Future, collegando la crisi climatica alle disuguaglianze economiche e sociali. La convergenza delle rivendicazioni, pur nella diversità dei percorsi organizzativi, indica come le nuove generazioni riconoscano sempre più chiaramente il rapporto tra politiche ambientali, modello produttivo, spesa militare e condizioni materiali di vita. La crisi climatica non può essere affrontata separatamente dalle scelte energetiche, dalla distribuzione della ricchezza e dalle trasformazioni imposte dall’economia di guerra.

Il carovita costituisce un altro elemento decisivo della protesta. Il costo dei trasporti, dei libri, dei materiali scolastici e degli affitti pesa sulle famiglie e rende il diritto allo studio sempre più dipendente dal reddito disponibile. Per gli studenti universitari, la questione abitativa è diventata una delle principali condizioni di esclusione, mentre per quelli delle scuole superiori le difficoltà economiche familiari si traducono spesso in minori possibilità di accesso alle attività formative e culturali. Parlare di merito senza affrontare queste disuguaglianze significa attribuire agli individui la responsabilità di condizioni sociali che precedono e condizionano le loro scelte.

Il governo Meloni ha risposto a queste contraddizioni privilegiando una concezione disciplinare della scuola e una politica economica che non affronta le cause strutturali dell’impoverimento. La retorica del merito e della responsabilità individuale serve anche a rendere accettabile una distribuzione profondamente diseguale delle opportunità. Chi non riesce a sostenere i costi dell’istruzione, chi abbandona gli studi o chi è costretto ad accettare lavori precari viene rappresentato come responsabile del proprio insuccesso, mentre restano sullo sfondo le condizioni economiche che producono quelle esclusioni.

Dalle scuole ai luoghi di lavoro

Uno degli aspetti politicamente più significativi della giornata è la volontà di costruire un collegamento stabile tra movimento studentesco e conflitto operaio. Lo striscione comparso a Roma, «Dai porti alle scuole, studenti e lavoratori uniti», ha indicato nello sciopero generale del 30 ottobre un possibile momento di convergenza tra le mobilitazioni.

È un passaggio importante perché la condizione studentesca non può essere separata dal futuro lavorativo che attende le nuove generazioni. Precarietà, salari insufficienti, difficoltà di accesso alla casa e progressiva riduzione delle garanzie sociali non sono problemi che iniziano al termine del percorso di studi, ma elementi che già condizionano la vita quotidiana di studenti e famiglie. Il collegamento con le lotte dei lavoratori della logistica, dei porti, dell’industria e dei servizi permette di individuare una dimensione comune del conflitto, superando la frammentazione tra categorie che spesso rende più difficile contrastare le politiche economiche e sociali dei governi.

Questa convergenza assume un significato ancora più preciso nella mobilitazione contro il riarmo e contro il genocidio in Palestina. Le iniziative dei lavoratori portuali contro il transito di armamenti, gli scioperi della logistica e le occupazioni studentesche contro la collaborazione con l’industria militare mostrano come l’opposizione alla guerra possa uscire dalla dimensione della testimonianza e intervenire concretamente sui meccanismi economici che la sostengono. È proprio questa capacità di collegare le rivendicazioni sociali alla contestazione delle scelte militari che rende la mobilitazione più incisiva.

Il conflitto che il governo vuole neutralizzare

La giornata del 16 ottobre rappresenta una contestazione politica diretta al governo Meloni, ma pone questioni che attraversano anche le responsabilità delle precedenti maggioranze e delle istituzioni europee. Il definanziamento dei servizi pubblici, la subordinazione dell’istruzione alle esigenze del mercato, la precarizzazione del lavoro e l’espansione delle politiche securitarie non nascono con l’attuale esecutivo. Il governo di destra ha tuttavia impresso a questi processi un’accelerazione, accompagnandoli con una concezione apertamente autoritaria della gestione del dissenso e con una crescente legittimazione dell’intervento repressivo.

La mobilitazione studentesca mostra che questa impostazione incontra una resistenza organizzata. Le occupazioni, i cortei e le iniziative di blocco non sono semplicemente manifestazioni di disagio, ma pratiche attraverso cui gli studenti cercano di sottrarsi alla marginalità politica alla quale vengono relegati. La richiesta di maggiori investimenti nella scuola si accompagna alla contestazione delle politiche di riarmo, del sostegno a Israele e di un modello sociale che scarica sulle nuove generazioni i costi delle crisi economiche e delle scelte governative.

Per questo la repressione delle manifestazioni non può essere considerata una questione secondaria. Le cariche a Torino e Bologna, denunciate dalle organizzazioni studentesche, e le misure preventive adottate a Padova sollevano interrogativi concreti sul rapporto tra libertà di manifestazione, poteri di polizia e diritto al dissenso. Il governo che invoca continuamente legalità, sicurezza e rispetto delle istituzioni deve essere giudicato anche per il modo in cui vengono trattati i giovani che contestano le sue politiche. E non può pretendere che il diritto di protesta si esaurisca in manifestazioni innocue, prive di conseguenze politiche e sociali.

La giornata non autorizza facili previsioni sulla durata o sull’estensione del movimento. La partecipazione ai cortei non si traduce automaticamente in organizzazione stabile, così come le occupazioni non garantiscono da sole la continuità della mobilitazione. Ma quanto accaduto dimostra che esiste una disponibilità al conflitto che attraversa scuole e università e che cerca collegamenti con altre esperienze di lotta. La sua capacità di incidere dipenderà dalla continuità delle iniziative, dal radicamento nei territori e dalla possibilità di costruire rapporti duraturi con il mondo del lavoro.

La solidarietà agli studenti deve tradursi nella difesa concreta della loro libertà di organizzazione e manifestazione, nel contrasto ai provvedimenti repressivi e nel sostegno alle rivendicazioni che hanno portato decine di migliaia di giovani nelle strade. Contro un governo che investe politicamente sul riarmo, sulla disciplina sociale e sulla criminalizzazione del dissenso, gli studenti hanno rimesso al centro una questione fondamentale: le risorse, i diritti e le condizioni materiali necessarie per vivere non possono essere subordinati alle esigenze della guerra, del profitto e dell’ordine pubblico. È su questo terreno, e non sulla rappresentazione mediatica di qualche episodio di tensione, che deve essere misurata la portata politica della mobilitazione del 16 ottobre.

16/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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