Dove si apre il futuro. Dove si prepara il baratro

La vittoria di Lula e quella degli studenti serbi riaprono lo spazio della speranza. In Israele, invece, il sistema di dominio sui palestinesi rischia di sopravvivere a Netanyahu.

di M. Alessandra Filippi

Oggi è un giorno che ci fa sembrare la Terra, per una volta in anni di miseria, un posto migliore. In Brasile ha vinto Lula. In Serbia hanno vinto gli studenti. Due vittorie che dimostrano che il potere può essere sconfitto e la rassegnazione non è un destino. La vittoria di Lula ferma il ritorno della dinastia Bolsonaro alla presidenza, pur lasciando un Paese diviso e un Congresso nel quale la destra resta forte. Quella degli studenti serbi ha una forza rivoluzionaria straordinaria come non si vedeva da decenni: una mobilitazione nata dalla richiesta di responsabilità per il crollo della pensilina di Novi Sad. Sedici morti, una domanda che non si è lasciata seppellire, quasi due anni di ostinazione collettiva. Hanno sfidato un potere autoritario e corrotto, nel cuore dell’Europa e hanno portato quella richiesta dalle università alle piazze, fino alle urne, sconfiggendo il sistema di potere di Vučić. Ora dovranno portarla al governo.

Hanno conquistato la maggioranza per formare il governo. Vučić ha riconosciuto la sconfitta. Le nuove generazioni, gli accademici, il sapere che esce dalle aule e si assume la responsabilità di un Paese. È anche questo che vedo in questa vittoria: l’umanesimo che torna a essere una forza politica. Questa vittoria deve attraversare i confini. Incoraggiare chi resiste, scuotere chi si è rassegnato, rimettere in cammino chi si era fermato. Queste notizie ci riguardano. Riguardano chi denuncia, documenta, manifesta e la sera si domanda se serva ancora. Il potere conta sulla nostra stanchezza. Aspetta che smettiamo, che ciascuno torni solo davanti alla propria impotenza. Facciamole circolare. Da troppo tempo ci siamo abituati al peggio e all’orrore. Abbiamo bisogno di tornare a immaginare ciò che possiamo cambiare.

Israele e il volto angelico dei nuovi mostri

Ma guardiamo Israele, dove il problema è ciò che rischia di sopravvivere a qualunque risultato elettorale: un sistema feroce di sopraffazione e dominio per il quale i palestinesi sono un’invenzione e i loro diritti non esistono. I principali contendenti delle elezioni di domani in Israele sono Benjamin Netanyahu, premier e leader del Likud, in sella dal 1996; Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e già membro del gabinetto di guerra di Netanyahu; Naftali Bennett, ex premier proveniente dalla destra nazionalista e dal movimento dei coloni. Biografie diverse, che non autorizzano alcuna illusione su una svolta per i palestinesi. Perché nessuno dei favoriti si discosta di molto dalle posizioni del governo uscente, che, vale la pena ricordare una volta di più, è il frutto del voto della maggioranza di un Paese che Netanyau lo vota da ben trent’anni.

In Israele, malgrado le favole raccontate e l’orrore taciuto dalla stampa mainstream, la sconfitta di Netanyahu, anche se arriverà, non restituirà ai palestinesi la loro terra. Il colonialismo, il razzismo, il suprematismo, l’apartheid e il fanatismo messianico non sono una sua esclusiva e non spariranno con lui e i suoi ministri criminali. Quel fanatismo è radicato nella società, viene alimentato nelle scuole e dagli organi di in-formazione, e capita che possa prende anche il volto apparentemente angelico di una giovane colona israelo-americana, Atara Serwatien, nata in Texas, cresciuta negli Stati Uniti e trasferitasi in Israele ormai da un anno. Una ventenne che già lo scorso maggio, durante la marcia della Giornata di Gerusalemme, aveva dichiarato al giornalista di ABC News James Longman quale alternativa riservare ai palestinesi: “Andatevene, oppure vi uccideremo”. Pochi giorni fa, intervistata nuovamente, questa volta dal Guardian, ha ribadito la stessa minaccia: devono andarsene, “o li uccideremo”. La mostruosità delle parole nel volto angelico di una biondina è il manifesto che sbugiarda l’ennesima menzogna israeliana e dimostra senza ombra di smentita chi sta educando all’odio. È la prova del fanatismo ebraico esibito davanti a una telecamera senza nemmeno avvertire il bisogno di dissimularsi. Senza vergogna. Senza imbarazzo. La nuova normalità che è diventata anche la nostra: si arrestano i ragazzini per le vetrine infrante ma non si arrestano quelli che minacciano l’olocausto e lo praticano.

Quale democrazia può dirsi compiuta mentre cresce una simile generazione di mostri, negando al contempo a un altro popolo libertà e autodeterminazione e arrivando a sterminarlo sotto gli occhi inermi e complici dei governi di mezzo mondo?

Una società militarizzata e razzista

La società israeliana è profondamente militarizzata: la leva obbligatoria coinvolge la maggior parte dei giovani ebrei, uomini e donne; il rifiuto senza un’esenzione riconosciuta può comportare il carcere e, per molti, al servizio seguono decenni di disponibilità ai richiami nella riserva. Ma il nodo va oltre l’organizzazione militare: riguarda il consenso alle politiche razziste e disumane contro i palestinesi.

Un sondaggio del marzo 2025 su 1.005 israeliani ebrei, riportato da Reuters, registrava l’82% di sostegno all’espulsione dei palestinesi da Gaza e il 56% a quella dei cittadini palestinesi di Israele. Quasi il 47% approvava l’uccisione di tutti gli abitanti di una città nemica conquistata, secondo l’esempio biblico di Gerico richiamato nella domanda. Sono dati che documentano una disumanizzazione largamente diffusa, non confinata a una minoranza marginale.

Nella primavera del 2026, secondo Pew, giudicava eccessivi gli aiuti umanitari statunitensi ai civili di Gaza anche il 50% degli israeliani ebrei che non sostenevano la coalizione Netanyahu. Si può quindi essere contro Netanyahu senza per questo opporsi alla negazione dei bisogni e dei diritti dei palestinesi.

L’impunità elevata a sistema

È questo il cancro politico: l’impunità elevata a sistema, la sopraffazione accettata come condizione normale, la sedicente “sicurezza” di uno Stato invocata come scudo per cancellare un intero popolo. Un sistema che sta trascinando nel proprio baratro anche l’Europa e gli Stati Uniti, che da oltre tre anni non solo proteggono Israele, ma lo finanziano a oltranza. L’Unione europea non ha trovato nemmeno il coraggio e la dignità di imporre una sola sanzione contro Israele, violando così anche l’articolo 2 dell’Accordo di associazione, che pone il rispetto dei diritti umani come condizione essenziale: quei diritti che Israele viola ogni minuto da oltre 1.100 giorni, e già da prima.

Un Occidente che, attraverso l’Unione europea, ha varato 22 pacchetti di sanzioni contro la Russia e zero contro Israele. Ogni eccezione concessa alla violazione dei diritti corrode la credibilità di quei diritti anche a casa nostra. E trasforma ognuno di noi in un potenziale bersaglio domani.

La storia può cambiare direzione

La portata rivoluzionaria della vittoria degli studenti è questa: aver trasformato una domanda di giustizia in una forza di governo. La vittoria di Lula restituisce respiro al Brasile, respingendo l’ombra dell’autoritarismo. Due vittorie che ci riconsegnano una possibilità: quella di non lasciare in mani indegne anche il monopolio del futuro.

Per i palestinesi, la misura del cambiamento ha una sola via, molto concreta: la fine dell’occupazione e della colonizzazione, la libertà, la possibilità di vivere sulla propria terra senza essere espulsi, assediati o uccisi. IL DIRITTO di esistere e autodeterminarsi.

A loro non basta che cambi il nome di chi governa Israele. Deve finire la feroce occupazione di chi si attribuisce il diritto di governare le loro vite e stabilirne persino la morte.

26/10/2026 https://www.ideeinformazione.org/

Immagine AP Photo/Bruna Prado

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