Migranti a Oulx, la frontiera che abbandona e la solidarietà che resiste

PH: Stefano Gili, Officina 31021

Il confine come dispositivo, un reportage sulle politiche e le trasformazioni della mobilità in Europa

Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1.

Oulx, la frontiera europea si manifesta nelle esperienze quotidiane: una stazione in cui trovare riparo, scarpe inadatte alla neve, notti trascorse al gelo.

Nell’Alta Val di Susa, a pochi chilometri dal confine francese, i controlli e gli ostacoli si intrecciano con le reti di solidarietà che offrono accoglienza, soccorso e assistenza alle persone in transito.

Il confine, dunque, anche qui, non è soltanto una linea geografica, ma un sistema diffuso di controlli, procedure e respingimenti, a cui si contrappongono le pratiche di cura e resistenza della società civile. Come osserva Gianfranco Schiavone, «la frontiera è ovunque».

Dal 2018, il Rifugio Fraternità Massi di Oulx ha offerto riparo, pasti, assistenza e informazioni a migliaia di persone in transito. La chiusura, avvenuta il 1° settembre 2026 per mancanza di finanziamenti 2, ha privato le persone in movimento di un importante punto di riferimento.

I transiti, tuttavia, proseguono e con questi i bisogni di donne, famiglie e minori, che necessitano di cibo, vestiti, cure mediche, orientamento legale e un luogo sicuro in cui dormire. La cessazione del servizio non elimina di certo le necessità e quel vuoto istituzionale che il rifugio contribuiva a colmare.

Se l’interruzione dei finanziamenti da parte delle istituzioni è legata alla convinzione che l’emergenza sia terminata, la domanda diventa inevitabile: per chi è finita l’emergenza, se le persone continuano ad attraversare la frontiera e i bisogni restano gli stessi? E che cosa significa chiudere un servizio che funzionava, senza garantire una risposta stabile in grado di sostituirlo? 

PH: Stefano Gili, Officina 31021

Una frontiera attraversata, una rete che resiste

Secondo On Borders, nei primi sei mesi del 2026 oltre 4.000 persone sono transitate da Oulx per raggiungere la Francia, tra cui minori, donne sole e famiglie con figli. La chiusura del Rifugio Massi ha aggravato la difficoltà di rispondere ai bisogni di persone spesso provate da viaggi durissimi. Le associazioni locali hanno cercato di garantire la continuità dell’assistenza attraverso un presidio vicino alla stazione e la collaborazione con le istituzioni.

La chiusura del rifugio, tuttavia, non ha segnato la fine della solidarietà: la società civile si è riorganizzata, cercando nuove modalità per rispondere ai bisogni delle persone in transito. Nell’autunno 2026, la Croce Rossa ha predisposto un’accoglienza notturna temporanea, con una capacità iniziale di circa 55 posti.

Durante il giorno, le associazioni continuano a offrire servizi essenziali: assistenza medica con Rainbow for Africa, orientamento e consulenza legale con Diaconia Valdese, distribuzione di pasti e supporto materiale attraverso Sentieri Solidali.

Questa rete cerca di evitare che le persone restino completamente prive di assistenza e sostegno, dimostrando come, di fronte alla carenza di risposte istituzionali, la solidarietà continui a mobilitarsi e a resistere. Le soluzioni temporanee, tuttavia, non eliminano tutte le difficoltà.

La presenza di tende e moduli abitativi, la necessità di riscaldare gli spazi e la disponibilità limitata di posti rendono evidente quanto sia complesso affrontare l’inverno senza una struttura stabile e adeguata. La chiusura del rifugio ha trasferito una parte importante del lavoro di accoglienza su una rete di soggetti chiamati a coordinarsi rapidamente, spesso con risorse limitate.

Secondo Marco, volontario di Sentieri Solidali, nei giorni di maggiore affluenza dell’ottobre 2026 i volontari sono arrivati ad assistere quasi cento persone in una sola giornata.

PH: Stefano Gili, Officina 31021

Quando la solidarietà diventa necessaria per sopravvivere

La storia del Rifugio Massi mostra quanto un presidio locale possa assumere un ruolo che va oltre l’accoglienza immediata. La sua chiusura non significa soltanto perdere un edificio in cui dormire. Significa anche ridurre la possibilità di concentrare in un luogo riconoscibile servizi differenti: riparo, cibo, assistenza sanitaria, consulenza legale e informazioni sui propri diritti.

La dispersione di questi servizi può rendere più difficile raggiungere le persone proprio quando hanno maggiormente bisogno di aiuto. La rete solidale ha cercato di garantire la continuità dell’assistenza, ma il passaggio a un presidio temporaneo evidenzia la dipendenza dalle risorse delle associazioni, in assenza di una programmazione pubblica stabile. Le risposte dovrebbero inoltre adattarsi alla stagionalità, alle condizioni meteorologiche e ai cambiamenti dei flussi migratori.

L’inverno dell’Alta Val di Susa rende questa esigenza ancora più evidente. In queste condizioni, l’assistenza non è soltanto una questione di solidarietà: è anche prevenzione del rischio, tutela della salute e protezione della vita. La chiusura del rifugio apre inoltre una questione politica più ampia.

Se un luogo che per anni ha garantito riparo e assistenza non riesce più a sostenersi economicamente, quali priorità stanno orientando l’impiego delle risorse pubbliche? E se le istituzioni ritengono che l’emergenza sia terminata, quali dati e quali condizioni concrete permettono di arrivare a questa conclusione? 

PH: Stefano Gili, Officina 31021

Esternalizzare i controlli, allontanare le responsabilità?

Per Piero Gorza, di On Borders, una delle questioni centrali delle politiche migratorie europee riguarda l’esternalizzazione dei controlli. Attraverso accordi con Paesi terzi, sostegno alle attività di controllo delle partenze e procedure di riammissione, una parte della gestione delle migrazioni viene affidata a Stati che non fanno parte dell’Unione.

Questa strategia viene spesso presentata come uno strumento di cooperazione per governare i flussi e contrastare l’immigrazione irregolare. Ma solleva anche una questione di responsabilità: fino a che punto gli Stati europei possono delegare ad altri il controllo delle frontiere senza rischiare di allontanare da sé anche le responsabilità legate alla tutela dei diritti fondamentali?

«Sembra quasi che facciamo fare il lavoro sporco agli altri. E, se non lo fanno gli altri, lo fa il mare, lo fa la montagna»

L’esternalizzazione dei controlli rischia di disperdere la responsabilità europea, rendendone meno visibili le conseguenze. La cooperazione con Paesi come Tunisia e Libia, dove sono documentate gravi violazioni dei diritti umani, dai trasferimenti forzati nel deserto ai trattamenti disumani nei centri di detenzione, solleva una questione fondamentale: come può l’Europa finanziare accordi per fermare le migrazioni senza rischiare di essere complice di tali pratiche?

La sentenza Hirsi Jamaa c. Italia del 2012 ricorda che delegare i controlli non significa sottrarsi agli obblighi di tutela; inoltre, nel 2021, la Corte dei conti europea ha rilevato risultati disomogenei nelle politiche di riammissione.

Il Nuovo Patto UE accentua questo paradosso attraverso strumenti come la designazione dei Paesi di origine sicuri e la finzione di non ingresso, che rischiano di agevolare l’esternalizzazione e lo spostamento delle responsabilità.

Come possiamo programmare respingimenti verso Paesi in cui sono documentate così gravi violazioni?

Dove sono i nostri obblighi internazionali, i trattati e i principi dello Stato di diritto, insieme ai valori fondativi dell’Unione europea? Spostare i confini sempre più in là, oltre il territorio europeo non può significare sottrarsi alla responsabilità di tutelare i diritti fondamentali.

Occorre quindi chiedersi se queste strategie garantiscano davvero una gestione migratoria più efficace e sicura o se, invece, spostino il problema altrove, senza affrontarne le cause strutturali. Rendendo sempre più difficile l’accesso all’asilo, all’accoglienza e all’inclusione, non rischiamo di spingere le persone verso rotte più pericolose e di aggravare precarietà e marginalità?

Stiamo cercando soluzioni concrete o alimentando un circolo vizioso di retorica politica e propaganda?

Anche le risorse impiegate dovrebbero essere valutate sulla base di risultati verificabili, sia in termini di efficacia sia di tutela dei diritti. Una politica migratoria non dovrebbe misurarsi da quanto riesce ad allontanare il problema dallo sguardo pubblico, ma dalla capacità di affrontarne le cause strutturali, proteggere le persone e assumersi le proprie responsabilità.

PH: Stefano Gili, Officina 31021

La frontiera come spazio di controllo

Anche la crescente presenza di dispositivi di controllo lungo le rotte migratorie è, per Gorza, un fenomeno da osservare con attenzione: «Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito ad un’altra guerra: la guerra contro il migrante. Il fatto che venga utilizzato lungo tutti gli snodi, lungo tutti i cammini, è segno di un’idea di militarizzazione e di logiche di guerra».

Non si tratta di una guerra dichiarata, ma di una logica che tende a rappresentare le persone in movimento come una minaccia da contrastare, numeri da contenere, corpi da respingere e capri espiatori su cui riversare paure e responsabilità.

Soprattutto dopo la crisi del 2015, questa impostazione si è resa sempre più visibile nelle politiche europee: in mare, attraverso intercettazioni e respingimenti; lungo le frontiere terrestri, attraverso controlli, detenzioni, deportazioni, recinzioni e pattugliamenti; sul piano amministrativo, attraverso procedure che possono ostacolare l’accesso alla protezione.

A ricordarci il costo umano di questa «guerra» i corpi restituiti dal mare e le persone morte sulle montagne della Val di Susa. Non semplici statistiche, ma vite spezzate che richiamano l’Europa alle proprie responsabilità. Si tratta di interrogare una direttrice politica in cui il movimento delle persone viene affrontato sempre più spesso attraverso il linguaggio della minaccia e la logica della deterrenza.

Il confine diventa così uno spazio di sorveglianza, selezione e respingimento, nel quale chi attraversa la frontiera rischia di essere considerato prima come un problema di sicurezza e solo dopo come una persona portatrice di diritti e di una storia.

È una prospettiva che richiama il concetto di securitizzazione, elaborato da Barry Buzan, Ole Wæver e Jaap de Wilde: quando una questione viene rappresentata soprattutto come una minaccia, le misure straordinarie di controllo possono finire per occupare il centro della risposta politica. La questione è capire quale spazio rimanga, all’interno di questo sistema, per la valutazione delle condizioni individuali e per la tutela dei diritti. 

Questa direttrice trova una nuova espressione nel Patto europeo su migrazione e asilo. Marco individua una direzione che lo preoccupa: «L’irrigidimento e l’incanalamento della normativa in una direzione sempre più repressiva, sempre meno orientata alla salvaguardia delle persone».

Quale idea di Europa? La marginalità non è inevitabile

La vicenda di Oulx invita a valutare le politiche migratorie alla luce dei valori fondanti dell’Unione europea, sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’UE e dalla Carta dei diritti fondamentali: dignità umana, libertà, uguaglianza, Stato di diritto e tutela dei diritti umani

La cooperazione con Paesi terzi e il controllo delle frontiere non devono comportare una deresponsabilizzazione europea né compromettere il diritto d’asilo e il principio di non respingimento.

Gli accordi con Tunisia e Libia e i progetti di trasferimento e trattenimento in Albania sollevano interrogativi sulla tutela dei diritti, sulla trasparenza e sull’efficacia delle risorse impiegate, che dovrebbero essere valutate anche in base alla capacità di garantire protezione e promuovere percorsi di inclusione. L’accesso ai diritti, alla formazione e al lavoro deve essere parte integrante di una gestione migratoria sostenibile, non un aspetto secondario.

La marginalità è alimentata da procedure prolungate, accoglienza insufficiente e ostacoli nell’accesso ai diritti e ai servizi. Trasferite da un territorio all’altro senza soluzioni stabili, le persone rischiano di diventare presenze invisibili, ombre respinte o ricollocate, prive di reali percorsi di protezione e inclusione.

La precarietà limita l’accesso alla sanità, all’istruzione, al lavoro regolare e a un alloggio dignitoso, aggravando l’esclusione e indebolendo la coesione sociale. Per questo, la sicurezza non può essere separata dai diritti e dalle condizioni di vita: procedure accessibili, accoglienza dignitosa, formazione e opportunità lavorative possono contrastare marginalità, isolamento e conflitto, di certo non l’allontanamento e repressione, che rischiano di spostare il problema senza risolverlo.

Questa riflessione riguarda anche le difficoltà di molte comunità europee: precarietà lavorativa, disuguaglianze, liste d’attesa nella sanità, carenze nei servizi pubblici e criticità del sistema educativo richiedono investimenti e risposte strutturali.

Dove sono le risposte concrete alle richieste che riempiono piazze e strade? Perché così spesso si risponde con la repressione e attribuendo responsabilità ai gruppi più vulnerabili, anziché attraverso l’ascolto, l’istruzione, il rafforzamento dei servizi e politiche capaci di affrontare le cause delle disuguaglianze?

La migrazione rischia così di diventare un facile bersaglio politico, distogliendo l’attenzione dai problemi strutturali e dalle responsabilità istituzionali. Occorre quindi chiedersi se le politiche di contenimento rispondano davvero ai bisogni delle persone e dei territori o privilegino la dimostrazione di un’azione immediata.

Rendere più difficile l’accesso alla protezione e non offrire alternative sicure non elimina le migrazioni, ma rischia di aggravare precarietà ed esclusione e di spingere le persone verso rotte più pericolose. I diritti europei, conquistati attraverso lotte sociali e scelte politiche, non sono un patrimonio acquisito una volta per tutte né una garanzia riservata ai cittadini dell’Unione.

La loro solidità si misura anche nella capacità delle istituzioni di ascoltare le richieste della società, investire nell’educazione e nei servizi, ridurre le disuguaglianze e tutelare la dignità di chi raggiunge le frontiere europee, soprattutto quando è più vulnerabile.

Occorre dunque passare da una politica che considera la migrazione soprattutto come un problema da contenere a una strategia capace di governarla senza perdere di vista le persone.

Un’Europa che investa nella cooperazione, nella protezione, nell’educazione, nella sanità, nel welfare e nel lavoro, senza affidare la propria risposta soltanto a muri, accordi di contenimento e strutture di trattenimento. Un’Europa consapevole che la diversità può generare conoscenza, relazioni e ricchezza sociale, se accompagnata da politiche inclusive e responsabilità condivise.

Un atto politico: la solidarietà che non si rassegna

A Oulx la solidarietà non è soltanto una risposta ai bisogni immediati. È anche una presa di posizione nei confronti di un sistema che rischia di rendere normale l’abbandono delle persone in transito. Offrire un pasto, trovare un paio di scarpe adatte, ascoltare una storia non cambia da solo una politica europea, ma afferma che la vita concreta delle persone non può essere ridotta a un dato statistico o a un problema di ordine pubblico.

Anche un gesto simbolico, come inginocchiarsi pubblicamente per richiamare l’attenzione sulla sofferenza e sulla dignità di chi viene respinto, può assumere un significato politico. Non perché risolva materialmente la situazione, ma perché interrompe la normalità dell’indifferenza e rende visibile ciò che le procedure rischiano di nascondere.

La solidarietà diventa così una pratica che non si limita a compensare le carenze del sistema, ma le mette in evidenza e chiede alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità.

«Vorrei un’Unione europea in cui non ci sia più bisogno di noi». Un’Europa in cui le associazioni non siano costrette a colmare continuamente vuoti strutturali, perché le istituzioni hanno già costruito risposte adeguate e accessibili.

Marco prosegue: «Vorrei che riconoscesse che potersi spendere e mettere a frutto i propri talenti dove si vuole è un diritto fondamentale dell’uomo». «È una profonda ingiustizia il fatto che io possa farlo, mentre un ragazzo che viene dal Senegal non possa».

Il diritto di costruire il proprio futuro, nella sua visione, non dovrebbe dipendere soltanto dal luogo in cui si nasce. Marco richiama anche la crisi demografica europea e l’esistenza di un modello di società in cui le persone in movimento possono contribuire alla vita collettiva e diventare nuovi cittadini.

Ma la sua riflessione non si esaurisce in una valutazione utilitaristica del loro contributo economico. Il punto è riconoscere che ogni persona ha capacità, aspirazioni e progetti, e che dovrebbe poterli mettere a frutto senza essere condannata a percorsi di precarietà e marginalità.

Oulx, un’altra idea di frontiera

La chiusura del Rifugio Fraternità Massi e la necessità di organizzare una risposta temporanea durante l’inverno pongono una domanda che riguarda l’intero sistema europeo: come si può parlare di tutela dei diritti se, proprio in alcuni dei luoghi in cui le persone hanno più bisogno di protezione, l’assistenza essenziale rischia di dipendere da risorse intermittenti?

La risposta non può essere l’indifferenza, né la delega indefinita delle responsabilità. Deve passare dalla capacità di trasformare i diritti riconosciuti sulla carta in condizioni reali di protezione, autonomia e partecipazione.

Forse l’obiettivo è un’Europa in cui il confine non diventi una giustificazione per sospendere i diritti; in cui la sicurezza non venga costruita attraverso l’esclusione; in cui le risorse destinate al controllo siano accompagnate da investimenti strutturali nell’accoglienza, nell’istruzione, nella sanità, nel welfare e nel lavoro.

Un’Europa in cui non sia più necessario che associazioni e volontari si sostituiscano alle istituzioni per garantire il minimo indispensabile. A Oulx, la solidarietà resiste proprio in questo spazio: tra l’abbandono e la cura, tra il controllo e i diritti, tra la frontiera che respinge e la possibilità di immaginare un’altra Europa.

Bibliografia

Fondazione Talità Kum – Budrola ETS, Rifugio Fraternità “Massi” Oulx, informazioni sulla struttura, la sua apertura nel settembre 2018 e i servizi offerti.

Radio RBE, «Rifugio Fraternità Massi: annunciata chiusura dal 1° settembre», 27 agosto 2026.

Gianfranco Schiavone, intervista maggio 2026. 

On Borders, rapporto sui transiti migratori nell’Alta Val di Susa nel primo semestre 2026. Per il dato di oltre 4.000 persone, si veda anche AgenSIR, «Migranti: chiude il Rifugio Fraternità Massi di Oulx. L’appello delle associazioni», 2 settembre 2026.

Marco Terragno, volontario di Sentieri Solidali ODV, intervista raccolta dall’autrice sul lavoro dei volontari a Oulx nell’autunno 2026. 

Chiara Alabiso, «Nasce Sentieri Solidali ODV a supporto dei migranti in transito al confine di Oulx. Intervista a Silvia Massara», Pressenza, 11 settembre 2026.

Fondazione Talità Kum – Budrola ETS, comunicazioni relative alla chiusura del Rifugio Fraternità Massi dal 1° settembre 2026; si veda anche . Per l’affermazione relativa alla mancanza di finanziamenti, si veda anche l’intervista a Silvia Massara citata alla nota.

Piero Gorza, On Borders, intervista raccolta dall’autrice sulle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere e sulla militarizzazione delle rotte migratorie. 

Commissione europea, Memorandum of Understanding on a strategic and global partnership between the European Union and Tunisia, 16 luglio 2023. Documento relativo alla cooperazione UE-Tunisia, inclusa la gestione della migrazione. 

Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, art. 33, principio di non-refoulement.

Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012.

Unione europea, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 18 (diritto di asilo) e art. 19 (protezione in caso di allontanamento, espulsione o estradizione). 

Corte dei conti europea, EU readmission cooperation with third countries: relevant actions yielded limited results, Relazione speciale n. 17/2021.

Commissione europea, European Agenda on Migration, COM(2015) 240 final, 13 maggio 2015. Documento di riferimento per l’evoluzione delle politiche europee in materia di migrazione, controllo delle frontiere e gestione dei flussi.

AgenSIR, «Migranti: chiude il Rifugio Fraternità Massi di Oulx. L’appello delle associazioni», 2 settembre 2026. L’articolo riporta i dati forniti da On Borders sulle persone morte o disperse lungo la rotta alpina dal 2018.

Barry Buzan, Ole Wæver e Jaap de Wilde, Security: A New Framework for Analysis, Lynne Rienner Publishers, 1998. Riferimento teorico per il concetto di securitizzazione.

Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, art. 33; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, artt. 18 e 19. Riferimenti normativi per il diritto d’asilo e il principio di non-refoulement.

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1348, del 14 maggio 2024, che stabilisce una procedura comune di protezione internazionale nell’Unione.

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1356, del 14 maggio 2024, che introduce lo screening dei cittadini di Paesi terzi alle frontiere esterne. 

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1348, del 14 maggio 2024, disposizioni sulle procedure d’asilo alla frontiera e sulla designazione dei Paesi di origine sicuri. 

Marco Terragno, volontario di Sentieri Solidali ODV, intervista raccolta dall’autrice sui diritti delle persone migranti, l’inclusione e il ruolo delle associazioni. 

Trattato sull’Unione europea, art. 2, sui valori fondanti dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani. 

Unione europea, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e adattata il 12 dicembre 2007, GU C 326 del 26 ottobre 2012. 

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, Regolamento (UE) 2021/1147, del 7 luglio 2021, che istituisce il Fondo Asilo, migrazione e integrazione.

Chiara Alabiso, «Nasce Sentieri Solidali ODV a supporto dei migranti in transito al confine di Oulx. Intervista a Silvia Massara», Pressenza, 11 settembre 2026. Fonte per la riorganizzazione dell’assistenza e le attività delle associazioni. 

Mattia Pianezzi, «Oulx, con il rifugio chiuso ci sono i container. Ma l’inverno è alle porte», RaiNews TGR Piemonte, 6 ottobre 2026. Fonte per l’accoglienza temporanea e l’hub notturno da 55 posti gestito dalla Croce Rossa. 

Commissione europea e Tunisia, Memorandum of Understanding on a strategic and global partnership between the European Union and Tunisia, 16 luglio 2023. Riferimento per l’analisi degli accordi di cooperazione migratoria e del controllo delle partenze.

AgenSIR, «Migranti: chiude il Rifugio Fraternità Massi di Oulx. L’appello delle associazioni», 2 settembre 2026. Fonte giornalistica per il quadro della rotta alpina, i rischi legati all’attraversamento della montagna e le denunce delle associazioni.

RR[X], ASGI, Border Forensics, On Borders e organizzazioni partner, State Trafficking: Expulsion and Sale of Migrants from Tunisia to Libya, 29 gennaio 2025. Il rapporto presenta 30 testimonianze di persone espulse dalla Tunisia verso la Libia tra giugno 2023 e novembre 2024, descrivendo denunce di vendita di persone alla frontiera e collegamenti con le reti di sfruttamento nei luoghi di detenzione libici.

Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR) e United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL), Business as Usual: Human Rights Violations and Abuses against Migrants, Asylum-Seekers and Refugees in Libya, 2026. Rapporto sulle violazioni documentate nel periodo gennaio 2024–dicembre 2025, tra cui tratta, detenzione arbitraria, torture e maltrattamenti.

  1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea; Leggi il primo articolo: Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietà ↩︎
  2. ↩︎

Caterina Rigo

30/10/2026 https://www.meltingpot.org/

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