La libera marcia del capitale e la sconfitta del lavoro

Il 17 ottobre, a Roma, si è tenuto un incontro organizzato dal Network per il socialismo, nel corso del quale sono stati presentati e discussi l’ultimo libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti, La libera marcia del capitale (Rogas, 2026), e la Bozza di programma socialista per l’Italia, elaborata, sulla base di un testo dei due autori, da un gruppo di lavoro di cui hanno fatto parte Ugo Boghetta, Marco Lang, Mimmo Porcaro, Alessandro Somma e Lanfranco Turci.

Il volume di Barba e Pivetti conclude una trilogia dedicata ai dogmi fondamentali della mondializzazione liberal-capitalistica, sui quali si fonda l’architettura europea: la libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone. Nel contributo che segue, Massimo Pivetti ne presenta le tesi principali e le loro interconnessioni, soffermandosi, in particolare, su come la libera mobilità internazionale dei capitali svuoti di sostanza la sovranità democratica e ostacoli il perseguimento di politiche efficaci al servizio del lavoro e della giustizia sociale.

Specialmente in Europa, la liberalizzazione totale dei movimenti internazionali dei capitali ha costituito una componente fondamentale della grande svolta di politica economica avvenuta in tutto il capitalismo avanzato alla fine degli anni Settanta. È nostra ferma convinzione che la libertà di movimento dei capitali, così come quelle delle merci e delle persone, costituisca, attraverso canali diversi, un ostacolo al perseguimento di politiche di pieno impiego e redistributive, nonché alla semplice difesa delle conquiste conseguite nel tempo dal mondo del lavoro.

La libera mobilità internazionale dei capitali contribuisce a determinare, all’interno del capitalismo avanzato, disoccupazione, maggiori disuguaglianze ed emarginazione sociale, soprattutto attraverso la perdita della sovranità nazionale in campo monetario e fiscale che essa comporta, nonché attraverso il fenomeno delle delocalizzazioni produttive, ossia attraverso flussi di investimenti verso i Paesi a più basso costo del lavoro (ricordo, al riguardo, che l’art. 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea – il TFUE – impone che la circolazione dei capitali sia completamente libera non solo tra gli Stati membri, ma anche nei confronti del resto del mondo). Queste delocalizzazioni si sono tradotte, in tutte le nazioni più sviluppate, nella sostituzione di produzione manifatturiera interna con importazioni, facendo crescere il contenuto di importazioni delle rispettive domande finali e rendendo quindi sempre più difficilmente compatibili con l’equilibrio delle loro bilance dei pagamenti politiche di riassorbimento della disoccupazione e di mantenimento del pieno impiego.

Attualmente, in Europa, un coordinamento in senso decisamente espansivo delle politiche economiche nazionali, di carattere persistente e non legato a questa o quella emergenza, continua di fatto a essere fuori discussione, con il corollario che resta fuori discussione anche la prospettiva di un ricorso a seri controlli coordinati dei movimenti dei capitali. Il fatto è che ci troviamo di fronte a un progetto che è riuscito a cambiare radicalmente, nel continente, le condizioni di potere e distributive: un progetto del quale la libertà di movimento dei capitali e delle merci, nonché la maggiore apertura possibile all’immigrazione, sono parti integranti.

È tuttavia concepibile che lo sviluppo di una crescente instabilità politica interna, acuita da politiche di riarmo in condizioni di persistente austerità sociale, possa finire per spingere questa o quella nazione europea a cercare di recuperare buona parte della propria sovranità, a partire da quella in campo economico. Da questo punto di vista, il problema maggiore per un’Italia che intendesse riemergere dal disastro economico e sociale causato da quarant’anni di consenso liberista sarebbe essenzialmente quello di riuscire a conciliare nel tempo il mantenimento di alti livelli di occupazione con l’equilibrio esterno, in un contesto di politiche meno espansive da parte dei suoi principali partner commerciali.

In assenza, nell’Unione europea, di un coordinamento in senso marcatamente espansivo delle politiche economiche nazionali, l’Italia non potrebbe da sola riuscire ad assorbire la sua disoccupazione, eliminare la precarietà e mantenere nel tempo alti livelli di buona occupazione senza una severa riduzione della dipendenza dall’estero della sua economia: seri problemi di bilancia dei pagamenti diventerebbero palesi non appena si cercasse di uscire stabilmente dalla stagnazione, anche se, per accrescere l’occupazione, si cercasse di puntare in primis su programmi di spesa pubblica a basso contenuto di importazioni.

La riduzione della dipendenza dall’estero richiederebbe, oltre a un drastico contenimento della nostra propensione a importare – la questione di cui ci siamo occupati in Merci senza frontiere (2022) –, anche il ripristino dei controlli sui movimenti di capitali.

Senza il controllo dei movimenti di capitali non è possibile stabilire il livello dei tassi di interesse interni, una variabile fondamentale della politica economica generale a causa dei suoi effetti sia sulla distribuzione del reddito sia sui livelli occupazionali.

La libertà di movimento dei capitali limita poi fortemente anche la possibilità di stabilire il livello e la composizione della spesa pubblica, nonché i modi del suo finanziamento. Questo perché, con alti tassi di interesse e la riduzione della progressività del prelievo fiscale, anch’essa imposta dalla libertà di movimento dei capitali, gli avanzi primari di bilancio necessari a evitare una crescita del debito pubblico più rapida di quella del prodotto possono essere realizzati solo con riduzioni della spesa pubblica per beni e servizi: sanità, istruzione, pensioni, trasporti, edilizia sociale.

Infine, è solo attraverso il controllo dei capitali che, insieme al controllo dei tassi di interesse interni, è possibile salvaguardare il valore esterno della moneta, ossia perseguire una politica di moneta a buon mercato senza doverla pagare con importazioni più care e continui peggioramenti delle ragioni di scambio con l’estero. Proprio per queste ragioni, tassi di cambio fissi con controllo dei movimenti di capitali e determinazione autonoma dei tassi di interesse da parte di ciascuna nazione furono la combinazione adottata dal capitalismo avanzato nel primo trentennio successivo alla Seconda guerra mondiale – il cosiddetto periodo aureo del capitalismo.

Il controllo dei capitali è insomma funzionale a una completa sovranità monetaria, al ripristino della sovranità in campo fiscale e, ancora più in generale, a evitare che i capitalisti possano sabotare attraverso la «fuga dei capitali» qualsivoglia percorso di politica economica socialmente progressivo. Naturalmente, al controllo dei capitali non può che accompagnarsi il controllo politico della banca centrale, dal momento che tanto il primo quanto il secondo sono indispensabili a chi governa per poter decidere la politica del tasso di interesse – questa componente cruciale della politica economica generale, della quale il governo della nazione deve ovviamente assumersi per intero la responsabilità.

L’attribuzione alla banca centrale di un potere autonomo di determinazione dei tassi di interesse non può che apparire assurda a chiunque sia convinto che il tasso di interesse e le sue variazioni abbiano importanti effetti reali. Per questo, all’interno del capitalismo avanzato, l’indipendenza politica della banca centrale fu a lungo considerata qualcosa di altrettanto inconcepibile della rinuncia, da parte dei responsabili della politica economica, a controllare il livello dei tassi di interesse interni attraverso il controllo dei capitali.

Nella trilogia, di cui La libera marcia del capitale costituisce l’ultimo volume, Barba e io abbiamo interpretato non solo la libertà di movimento dei capitali, ma anche le altre due libertà della mondializzazione come seri impedimenti a una politica economica capace di migliorare durevolmente le condizioni di vita della maggioranza della popolazione. Naturalmente, siamo consapevoli che non basta individuare un insieme di misure capaci di migliorare il funzionamento del sistema e mettere a fuoco un percorso di politica economica coerente. Bisogna poi riuscire a imporne l’adozione effettiva, in modo che, attraverso una prosperità persistente dei salariati, possa essere sostenuta nel tempo la domanda interna e, insieme a essa, l’espansione continua del suo potenziale produttivo.

Riteniamo che condizione necessaria perché ciò avvenga sia che torni a essere diffusa la consapevolezza che, senza politiche interventiste di pieno impiego, con ciò che esse comportano in termini di controllo delle transazioni con il resto del mondo, livelli persistentemente elevati dell’occupazione sono irrealizzabili.

Non dovrebbe oggi essere difficile riconoscere, alla luce dell’esperienza del capitalismo avanzato a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, che è essenzialmente attraverso il potere dello Stato che la classe lavoratrice può riuscire a ridurre la pressione su di essa esercitata dal padronato. In particolare, dovrebbe essere possibile riconoscere che, senza l’intervento dello Stato, è impossibile contrastare la tendenza dei salari a crescere meno della produttività del lavoro, tendenza causata dalla costante riproduzione di un «esercito industriale di riserva», ossia di un numero di disoccupati sufficientemente elevato da contenere la forza contrattuale del lavoro dipendente.

Ma una diffusa condivisione di un programma di difesa dei salariati e dei ceti popolari attraverso il rilancio dello Stato e del pubblico è di fatto oggi ostacolata da una situazione di diffusa subalternità nei confronti della cultura liberista, una subalternità prodotta in tutta Europa, ma specialmente nel nostro Paese, dalla scomparsa della sinistra di classe e da una lunga assenza di analisi critiche del capitalismo.

Con particolare riferimento all’Italia, si può oggi purtroppo parlare di una totale incapacità delle forze politiche di sinistra di raccogliere la maggioranza della popolazione intorno a un programma di politica economica socialmente avanzato – in realtà, è forse addirittura più corretto parlare di una pressoché totale assenza, nel nostro Paese, di forze politiche di sinistra.

Senza la rinascita di una sinistra capace non solo di esercitare una ferma opposizione all’austerità, alla deregolamentazione dei mercati del lavoro, alle privatizzazioni e al ridimensionamento dello Stato sociale, ma anche di mettere in discussione il sostegno dato praticamente da tutti alla liberalizzazione dei movimenti di capitali, merci e forza lavoro, la difesa dell’occupazione e dei livelli salariali resterà un’aspirazione velleitaria.

Massimo Pivetti

31/10/2026 https://www.lafionda.org/

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